Un inizio

scritto da Sara Maglione
Scritto 12 anni fa • Pubblicato 12 anni fa • Revisionato 12 anni fa
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Autore del testo

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Autore del testo Sara Maglione

Testo: Un inizio
di Sara Maglione

Il mio nome è Giulio, e sono un pentito. No, non un pentito di mafia, come questa parola potrebbe suggerire. Essere un pentito di mafia mi conferirebbe qualcosa di eroico, un passato tragico e meschino e una scelta importante e pericolosa, quella di rinnegare il mio passato mettendo a rischio la mia vita. Qualcosa di vagamente eroico.
No, non sono un pentito di mafia, sono un pentito nella vita. Credo di aver cominciato a pentirmi già nella culla, anche se non ne ho ricordo. Forse mi pentivo di aver pianto troppo, o troppo poco, a seconda dei casi.
Adesso ho 37 anni e una vita da pentito.
Mi sono prima di tutto pentito delle donne che ho scelto, prima o poi. Spesso prima. Solo con Alessia ci ho messo un po’, e infatti l’ho sposata, però poi mi sono pentito anche di quello. E ho divorziato due anni fa. Lo so che è brutto da dire, ma non solo mi sono pentito di averle scelte, che può anche avere senso come idea, se uno pensa a una storia che è andata a finire male. Mi sono proprio pentito di averle amate, avrei voluto non averle mai incontrate.
Poi mi sono pentito anche delle numerose strade intraprese nella mia vita. A 14 anni ho scelto il liceo artistico, e me ne sono pentito quasi subito. Poi mi sono trasferito al liceo scientifico, e anche di quello mi sono pentito, ma mio padre mi ha dato tante di quelle botte che non ho avuto la possibilità di ripensarci di nuovo.
Poi quando mi sono diplomato ho trovato un lavoro niente male, una fortuna incredibile, uno stipendio buono e un contratto a tempo determinato. Erano tempi, quelli, in cui il precariato ancora non esisteva tanto.
Tempo dieci mesi e mi sono pentito di non aver fatto l’università, e allora ho dato le quattro settimane di preavviso e ho mollato tutto, sotto lo sguardo deluso di mio padre che ormai non poteva più prendermi a botte perché ero più alto di lui.
Otto anni e quattro corsi di laurea dopo (nell’ordine : Economia, Scienze Politiche, Veterinaria e Lettere) mi sono pentito di aver fatto l’università. Mio padre non c’era più, se lo era portato via un cancro al pancreas, ma non è servito. Mi sarei picchiato da solo mentre firmavo il modulo di rinuncia agli studi, mandando a puttane tutti quegli anni e quegli esami. Me ne mancavano sei alla laurea, ma sapevo già che quando io mi pento non torno indietro, e quello di cui mi sono pentito è ormai una cosa finita. Non riesco a costringermi a portarla avanti.
Cambio almeno un lavoro all’anno. E ho avuto finora la fortuna di trovarli sempre, anche se c’è la crisi. Ma sembra che il mio variopinto curriculum faccia simpatia, e vengo quasi sempre assunto. Altrimenti sarei finito sotto un ponte.
Vorrei che ci fosse mio padre, e oggi mi farei prendere a botte. Con il mio metro e novanta, mi farei piccino piccino e abbasserei la testa per ricevere quei suoi scapaccioni a piene mani, le sue mani grosse e ruvide. Lascerei anche che mi facesse male, anche se non mi faceva mai veramente male, per costringermi ad andare dritto. Vorrei sapere andare dritto, come quando a sei anni mi insegnò ad andare in bicicletta. Vorrei che fosse così facile, che bastassero due sbucciature alle ginocchia per imparare. E invece non so andare dritto. Ci riesco per alcuni mesi, con Alessia ci sono riuscito per cinque anni, ma poi a un certo punto mi arriva la tentazione di tornare indietro, di deviare, di prendere una strada secondaria invece di seguire quella che ho davanti. E allora mi pento, ed è tutto finito.
Mia madre non dice niente. Forse mi ama troppo, mi ha sempre protetto da quel padre un po’ violento che ho avuto, e invece non avrebbe dovuto. Si limita a dirmi ogni tanto, quando è davvero esasperata, a dirmi “Ma vuoi decidere cosa fare della tua vita?”

Io lo decido spesso, cosa fare della mia vita, mamma. Solo che poi me ne pento.
Un inizio testo di Sara Maglione
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