La prigione

scritto da Piero Bolognesi
Scritto 3 anni fa • Pubblicato 3 anni fa • Revisionato 3 anni fa
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Autore del testo Piero Bolognesi

Testo: La prigione
di Piero Bolognesi

Ero su quella costa da ormai cinque giorni, e non avevo la minima idea di come avrei potuto fuggire da quel posto. Si trattava di un'isola dall'aspetto selvaggio, nel mezzo dell'oceano. E probabilmente ero il primo essere umano a mettervi piede. Anzi, ne ero quasi certo. Nessuna cartina ne segnava la posizione, nemmeno quella che mi era stata lasciata dal capitano.
Era passato ormai un mese dalle mie prime divergenze con il capitano della nave Vitality, una veloce imbarcazione inglese. Adesso, questo posto sarebbe stato il luogo dell'esilio, dell'ergastolo, mi fu detto dal resto della ciurma, interamente schierata contro di me.
Il motivo del mio esilio? Semplice. Non avevo intenzione di passare un pericoloso braccio di mare caratterizzato dalla fuoriuscita di gas velenosi. Un territorio, in poche parole, mortale.
Vi avevo già transitato in passato, quando ero io il capitano di una nave inglese diretta verso le terre africane, e ancora ricordo con infinito dolore quelle circostanze: metà della mia vecchia ciurma era passata a miglior vita. Io ebbi un'intossicazione che durò per un mese, e non ho ancora idea di come riuscii a sopravvivere. Fui soccorso dal medico di bordo, il quale miracolosamente non ebbe che qualche sfogo cutaneo, e nulla più. Di quei giorni ricordo i miei sforzi di respirare normalmente, ma ciò mi risultava assolutamente impossibile. Per il resto, tutto fu cancellato dalla mia mente.
Il ricordo di quella terribile esperienza mi bastò a rifiutare con recisione gli ordini del capitano. I miei rifiuti, ben presto, si trasformarono in veementi attacchi alla sua autorità, e fu lì che il mio superiore non ci vide più. Deciso a punirmi duramente, non mi volle far uccidere con la forza, nè buttarmi in mare. Decise di abbandonarmi su un'isola deserta. E lì sarei rimasto fino alla mia fine, mi fu detto.
Mi venne lasciata giusto qualche provvista per sopravvivere per una settimana o poco più, e anche un pugnale, nel caso in cui avessi voluto affrettare l'arrivo della mia fine. Ma l'isola era caratterizzata da una vegetazione abbastanza rigogliosa, dunque non sarebbe stato poi difficile trovare qualcosa da mangiare. E questo la mia vecchia e odiata ciurma non lo aveva calcolato. Anche una carcassa in putrefazione, nel momento in cui la più ostinata fame avesse cominciato a imperversare, mi sarebbe stata gradita. E così avrei tirato avanti.

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Dopo essermi sfamato, iniziai a meditare sulla fuga da quel posto. Volevo lasciarlo il prima possibile. Volevo tornarmene a casa, dalla mia famiglia.
Se si trattava di un'isola, l'unica maniera per evadere sarebbe stata via mare, ovviamente, e con una imbarcazione. Che ovvietà! Eppure la mia mente, in quei giorni, era così confusa che spesso dimenticavo anche le cose più banali. Ad esempio, più volte bevvi acqua di mare, scordandomi di andare alla ricerca dei freschi ruscelli dell'entroterra. Quando mi capitava di ingerirla, sentivo che un gusto indigesto cominciava a pervadere la mia bocca, e solo allora sputavo quell'orrore sulla sabbia.
Altre volte mi capitò di tuffarmi in mare, convinto di poter evadere da quella isola-prigione a nuoto. Però, nel momento in cui le mie membra cominciavano a stancarsi, mi ricordavo che migliaia e migliaia di leghe mi separavano dalla mia agognata destinazione, la madrepatria. E allora tornavo indietro.
A favorire queste mie dimenticanze contribuì, probabilmente, anche il mio acceso livore nei confronti del capitano e della ciurma. Adesso sicuramente si trovavano sulla via del ritorno, a meno che non si fosse abbattuto su di loro lo stesso incidente che aveva funestato il mio viaggio verso le coste africane. A volte desideravo intensamente che andassero incontro a una sorte terribile, altre invece no. Avevamo in fondo condiviso molto tempo insieme, tra viaggi e avventure, e con alcuni di essi non mi trovavo poi così tanto in disaccordo. Ma alla fine, in questa lotta tra pensieri positivi e negativi verso i miei ormai vecchi compagni di navigazione, il lato che prevaleva era sempre quello della rabbia, della vendetta. Li avrei voluti vedere in preda al terrore, attratti nell'orbita da un gorgo impetuoso, oppure nella desolazione di un'isola sperduta, proprio come me in quel momento.
Ma dopo tutte queste peregrinazioni mentali, spesso (non sempre) mi capitava di rinvenire. Tornavo quindi a me, e a ciò che mi ero prefissato di fare al più presto: fuggirmene con una imbarcazione da quel posto. Ma come avrei potuto fabbricarmela? In assenza di asce o altri attrezzi che mi risultassero utili per un lavoro ben fatto, decisi di scheggiare delle pietre, in modo da acuminarle e poter tagliare il legno di alcune piante dell'isola.
Adesso dovevo solo più scegliere un albero adatto alle mie esigenze da costruttore di barche. Ne adocchiai immediatamente uno, alto, rigoglioso, dal tronco particolarmente spesso. Era veramente gigantesco, molto più rispetto alle altre piante che gli stavano attorno. "Sì!" pensai "è questo l'albero giusto. Maggiore sarà la fatica del mio lavoro, più grande sarà la soddisfazione che ne riceverò".
Ancora oggi, pensando all'impossibilità di tagliare un tronco di un simile diametro con una modestissima pietra scheggiata, prorompo in uno scoppio di risa che forse solo il buon Crisippo di Soli riuscì ad eguagliare. Si trattava di un'impresa impossibile.
Passai diverse ore a cercare di recidere quel tronco, invano. Al posto di quel tronco, immaginai di avere di fronte il capitano della nave, mentre soccombeva sotto ai miei colpi. "Così! Così! Ti farò assaggiare un colpo ancora più forte! Ah ah!" gridavo e allo stesso tempo mi compiacevo dei miei pensieri sadici.
Dopo un po' di inutili sforzi (riuscii a fatica a forare la corteccia e feci poi un lieve taglio al tronco vero e proprio), udii una voce, e due giganteschi occhi si spalancarono davanti a me. "Basta! Basta!" mi venne urlato contro. "Cosa diamine stai facendo?". Quell'albero gigantesco doveva proprio avere perso le staffe, se addirittura aveva deciso di manifestarsi nella sua veste di creatura parlante.
"Ho solo bisogno di legna. Legna. Molto semplicemente. Mi servirà per costruire una imbarcazione e fuggirmene da questo posto maledetto" risposi.
E la pianta inveì: "Non osare insultare queste terre antichissime. Sono nate dalla mano di un uomo benefico, rispetto al quale tu vali meno di un pezzo di corteccia ammuffita!".
Preso da un'irresistibile curiosità in merito alla persona munifica a cui aveva accennato, decisi di indagare oltre, accantonando qualsiasi ostilità nei confronti di quello strano essere vegetale.
Venni a sapere che l'uomo di cui parlava era il creatore di quella terra, di quell'isola quindi, e anche di tutto il tratto di mare attorno ad essa.
Aggiunse anche che, nel caso in cui avessi avuto bisogno di qualcosa, avrei dovuto rivolgermi a lui. Molto probabilmente avrebbe esaudito le mie richieste, vista la sua generosità. La sua dimora si trovava nel centro dell'isola, a poche ore di cammino dalla costa.
Alla fine del nostro colloquio, il saggio albero fece un movimento elegante e protese lentamente il suo ramo più lungo per mostrarmi la direzione da seguire. Fu così che mi incamminai, nella speranza di poter presto terminare il mio sgradito soggiorno in quell'isola dalle strane creature.
Passai per una zona di foresta dalla fitta vegetazione, senza più traccia di alberi parlanti, però. Chissà, avrei dovuto accanirmi contro qualche altra pianta per avere più precise informazioni sulla strada da seguire? Ero quasi in dubbio di farlo, quando però intravidi una radura illuminata, al centro della quale mi parve di scorgere una figura incappucciata e assisa, nell'atto di dipingere.
Mi avvicinai e provai a rivolgergli qualche timida parola.
"Sto parlando al signore di queste terre?" Domandai.
Inizialmente non alzò mai lo sguardo dal suo dipinto. Inoltre, la sua risposta tardò ad arrivare, ma infine arrivò: "sì, sono io. È una brutta esperienza la prigionia sulle mie terre, vero?" mi domandò con fare beffardo.
Io non risposi se non con una smorfia, facendogli capire che aveva toccato un tasto piuttosto dolente, e quindi non avevo intenzione di proseguire una conversazione su quegli argomenti.
Leggendomi nel pensiero, il signore dell'isola decise di tagliare corto. "Una barca, quindi. È solo questo che mi chiedi?"
Per un momento, esitai: "Sì... sì... no... beh ecco... in realtà vorrei di più"
"Cosa vorresti in più?"
"Vorrei... vendetta. Sì, vendetta! Una vendetta
orribile. Una vendetta per colui che mi ha lasciato qua, e così anche per tutto il suo equipaggio".
Detto ciò, il signore di quelle terre diresse il suo sguardo verso di me per la prima volta, e mi afferrò per la maglia. Rimasi completamente intontito da quello sguardo magnetico. "No, no, no. Quella non devi neanche chiederla. Lasciami agire come sarà opportuno. E buon ritorno."
Detto ciò, mi indicò una direzione da seguire fino alla costa, e lì trovai, con mia grande sorpresa, una piccola imbarcazione. Quella che tanto desideravo.
Presi il largo dopo aver preso ampie provviste di cibo. Dopo poche miglia, la piccola barca urtò leggermente contro un asse di legno, che doveva essere appartenuto ad una imponente imbarcazione. Ben presto intravidi altre parti legnose di una stessa imbarcazione, che doveva essere naufragata qualche giorno prima. Su una di esse, lessi un nome.
Vitality.
La prigione testo di Piero Bolognesi
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