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Non riesco più a scrivere, le parole come foglie d’autunno
cadono in aria ma non toccano terra.
In questo giardino che giardino non è, l’erba è secca, scolorita
i fiori hanno smesso di fingere bellezza, e il paradiso si è dissolto
nel silenzio appannato delle ore vuote.
L’inverno è arrivato in luglio: le giornate hanno perso luce, il cielo ha perso
il suo azzurro, e anche il vento cammina lentamente, come chi porta con sé troppe valigie.
Agosto si avvicina, col suo passo pesante, di valigie nuove e promesse da stirare
mentre i ricordi svaniscono come vapore sotto una tenda che ripara dal sole, ma non dal tempo
il tempo che corrode, che affonda le mani nella pelle senza chiedere permesso.
Dalle ferite che guastano il respiro, emerge un ristagno lento di versi stretti
cuciti sotto al guardaroba, dove si nascondono sogni smessi, camicie che non sanno
più essere abbracci, e nulla si piega senza spezzarsi, e mai si spezzerà
dietro ad un tramonto che non sanguina, ma scolora.