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Mi piacerebbe prenderti per mano, questo lunedì pomeriggio, ore 18.30, e condurti, a sentire Charlie Parker sulla 52^ strada fino a notte fonda, nel 1954.
Poi, ubriachi di note, salteremmo su una Plymouth Fury rossa fiammante e guideremmo verso ovest, inseguiti dalle prime luci dell’alba.
Ci fermeremmo in un posto chiamato Bethel dove, essendo ormai già il 1969, non troveremmo nient’altro che un grande prato affollato di giovani e una cantante ventiseienne di nome Janis Joplin che ruggisce Kozmic Blues con una voce che sembra scaturire dalle viscere della terra con la potenza di un vulcano in eruzione.
Ci caleremmo un acido perché nel 1969 va di moda così , poi ti trascinerei verso gli alberi che lambiscono la radura e ti porterei a fare colazione in un capanno in riva al Chestnut Ridge Pond, un minuscolo lago, circondato dalla foresta ad appena quattrocento metri da dove si sta tenendo il più famoso concerto della storia.
Uova e pancetta sfrigolano in una padella, sopra le nostre teste scivolano veloci le note di Amazing Journey degli Who e il sole comincia a scaldare le nostre carcasse stanche.
Ti porterei nel capanno e giaceremmo aggrovigliati nel letto, scopando, dormendo, scambiando confidenze e tornando a scopare scoprendo una nuova confidenza che non c’era, dimenticando chi siamo, da dove veniamo e il nostro anno di nascita.
Il mattino seguente mi pare di essere in quel capanno da sempre. Esco nell’aria ancora rarefatta delle prime luci del giorno e mi tuffo nel lago. Quando riemergo tu sei sulla porta che sorridi e dici – Andiamo. –
La Plymouth romba a seimila giri e brucia allegramente galloni di benzina.
Scranton, Du Bois, Grove City rimangono nella scia, anche Cleveland non è che un ricordo. Freemont, Toledo, SouthBend , si susseguono come le biglie anonime di un pallottoliere.
Gli occhi mi cadono sulle tue cosce nude, con la gonna plissettata agitata dal vento (la Plymouth è una cabriolet). Una tua occhiata in tralice mi fa capire che è ora di fare tappa da qualche parte. Ci fermiamo a Chicago, in un motel a poco prezzo, al 1117 W. Sulla Grand Avenue.
Ti sto affondando dentro quando per strada si sentono gli spari di Caifano e Lombardo che hanno come bersaglio il poliziotto corrotto Richard Cain.
E’ il 1974, l’anno più sanguinoso per la città. Cain muore. Io me ne fotto e continuo a fotterti. Tu gridi e mi pianti le unghie nella carne e vieni. Vengo insieme a te, dentro di te e ci perdiamo nell’oblio.
Mentre facevamo l’amore, dimentichi di tutto, ci siamo dimenticati anche le chiavi della macchina attaccate al quadro. La Plymouth è andata: fottuta pure lei.
Pazienza! Ci dirigiamo alla stazione e saltiamo sul primo treno per San Francisco.
Il viaggio dura tre giorni e il treno percorre le Sierra Nevadas, le Rocky Mountains e il grande altopiano prima di sprofondare nei deserti dello Utah.
A Denver, Colorado, però tu sei già stufa e così guardiamo il treno ripartire senza di noi.
Sinceramente sono un po’ incazzato perché adesso non sappiamo come muoverci ma un occhiata al tuo viso imbronciato mi acquieta e mi rimette di buonumore.
Decido così di puntare un drugstore ai margini della città dove ci sediamo e aspettiamo.
Passano diverse ore, fa caldo e le cicale mi stanno facendo venire mal di testa. Poi la noia viene interrotta dal rombo di motori di due Harley Davidson calcate dalle natiche di due tripponi con baffi da tricheco, accompagnati da due squinzie in hot pants.
Insieme a loro viaggia un tipo che cavalca una Honda CB 750 Four con quattro scarichi a tromboncino.
I tre più le due entrano nel drugstore con aria stravolta e strafatta dal viaggio. Un’occhiata clinica basta a capire il da farsi: freghiamo la Honda, il meglio che la tecnologia motociclistica abbia concepito all’epoca.
Quando i tre se ne accorgono, noi siamo già un puntino all’orizzonte e, un attimo dopo, siamo scomparsi.
Affrontiamo il freddo delle montagne rocciose, il caldo torrido delle Death Valley. A Zabriskie Point ci fermiamo a scopare, in memoria del film di Antonioni che, incredibilmente, è già stato girato quattro anni prima.
Lo facciamo sulla sabbia bollente, tra le impronte dei serpenti a sonagli. Il tuo culo disegna delle concavità perfette nella sabbia bianca e le tue labbra seccate dal sole sanno di sangue e di ferro.
Poi attraversiamo i parchi di sequoie e finalmente arriviamo a vedere il mare.
A Monterey molliamo la Honda e rubiamo una barca a vela. Salpiamo e puntiamo verso West.
Nel 1974 siamo ricercati come ladri ma quando arriviamo alle Hawaii è il 1985 e nessuno si ricorda più di noi.
Dalle Hawaii alle Marshall, fino alle Filippine. Queste terre, che hanno immolato il loro popolo sull’altare della pulizia domestica occidentale, risplendono di una maestosità primordiale dove la natura lussureggiante impedisce all’uomo di colonizzare ciò che non gli appartiene.
Scopiamo anche tra i Monsoni, al riparo della foresta pluviale, intrisi dell’acqua che precipita a secchiate dal cielo. Bevo i ruscelli d’acqua piovana che ti zampillano dai capezzoli. Inseguo i rivoli fino alle profondità carsiche dei tuoi avvallamenti pelvici e quando appoggio le labbra sulle labbra che hai in mezzo alle cosce il tuo corpo esplode in mille scintille, la tua schiena si inarca e l’Universo si lacera e rimbomba sulle nostre teste.
Leviamo le cime e lasciamo le Filippine alle spalle. E’ il 1986 e anche il presidente Marcos deve lasciare Manila se vuole salvare la pelle. Mentre la nostra prua fatica a scavalcare l’onda lunga che proviene da Ovest vediamo il suo elicottero che lascia l’ambasciata Usa per fare rotta sulle Hawaii. Addio Marcos e addio alle 2700 paia di scarpe di Imelda.
Veleggia che ti veleggia, l’onda lunga dell’Oceano concilia il mal di mare e poco le attività erotiche. Così ci chiudiamo in noi stessi, ognuno coi suoi pensieri e, finché la barca va, ci lasciamo inselvatichire.
Terra! Quando ormai non ci si sperava quasi più arriviamo in vista della Malesia. Schiviamo i pirati, risaliamo verso Phuket dove sbarchiamo e ceniamo.
Agli occhi dei locali sembriamo una coppia di coniugi affiatati e, persino noi, cominciamo a sentire nelle ossa la stanchezza degli anni trascorsi insieme. Al fuoco della passione si sono sostituiti l’affetto e la fiducia dell’uno nell’altra.
Siamo due vagabondi senza meta, a spasso per il mondo ma i venti ci continuano a spingere verso Ovest.
E arriva un altro braccio di mare, un altro continente e di nuovo mare, onde, sole, bonacce, sale e mare.
Arriviamo finalmente in vista della penisola arabica e il cielo si fa denso di aerei da caccia che sfrecciano avanti e indietro. Una portaerei americana si affianca a noi e minaccia, via radio, di affondarci se non sgombriamo immediatamente il teatro di guerra dell’operazione Desert Storm.
Obbediamo e poggiamo verso Sud, poi di nuovo a Nord e quando ci infiliamo nel Mar Rosso siamo ormai nel 1995. Passato Suez è già il 2000. Ci rimane poco tempo ormai, quanto basta però per rallentare la corsa e affrontare le tappe del vecchio e caro Mediterraneo, concedendosi delle lunghe soste per i bagni e per dei pranzi a terra.
La stagione è favorevole, è la fine di Aprile del 2009 e le isole Eolie sembrano al nostro esclusivo servizio.
Risalendo da Stromboli , in una notte con vento al traverso da NW il giorno dopo siamo a Capri dove ci concediamo una suite al Qui si Sana. Al momento di pagare il conto purtroppo scopriamo che le lire che abbiamo in tasca sono ormai finite fuori corso: alla reception chiedono Euro. Poco male: lasciamo la barca in pegno e prendiamo un aliscafo per Napoli.
Arriviamo appena in tempo per correre in stazione e saltare sul treno Freccia Rossa che parte alle 15.00.
Quando il treno arriva alla stazione Centrale di Milano sono le 19.40 di un lunedì pomeriggio, nell’anno domini 2024.
Scendiamo dal treno, tenendo le distanze come due conoscenti non troppo intimi. Tu guardi l’orologio e mi dici che hai giusto il tempo per prendere un taxi per tornare a casa a portare fuori il cane che la sta tenendo dal mattino all'alba.
Ti guardo con occhio torvo mentre ti allontani e la malinconia dell’anima.
Non ho fretta io, abito vicino alla stazione. Otto minuti di buon passo e sono a casa, dove c’è una una zuppa di riso e verze che mi aspetta.