Dialogo tra l’amore ed il perdono

scritto da Insideyou
Scritto 9 anni fa • Pubblicato 15 giorni fa • Revisionato 15 giorni fa
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Testo: Dialogo tra l’amore ed il perdono
di Insideyou

Una villa vasta ed antica sorgeva solitaria sulla sommità del colle che dava sul sito archeologico di Varano: doveva essere forse un castello una volta, si intravedeva infatti parte di una torre che era stata divelta dalle molte guerre del passato per conquistarla.

I suoi interni erano decorati da un arredo prezioso, nobile ma discreto, c’erano anche immensi giardini che adornavano festosi quei porticati ameni e soleggiati d’estate che ne definivano il perimetro ed i bordi delle mura secolari che la cingevano per proteggerla dagli attacchi dei briganti.
Quel giorno il clamore della celebrazione era elevato per la grande festa organizzata dal proprietario per celebrare il suo compleanno.
Gli ospiti si erano radunati in una delle sale principali dai pregiati dipinti e dagli incantevoli arazzi, in gruppi assiepati ciarlavono ad alta voce e facevano a gara tra loro per mostrare l'abito più succinto, quello più audace o anche la maschera più bella, portata per l’occasione con quell’arrogante disinvoltura di chi conosce a dovizia ogni aspetto del vivere, del posarsi e del fare.

Nel fondo in un'angolo c'era una bambina deliziosa con un fiore in mano, era in un assorto silenzio di contemplazione, in disparte da quel trambusto e da tutta quella gente che parlava sempre.
Osservava quel clamore con occhi sufficienti, non sembrava interessata realmente a ciò che accadeva, era fredda, schiva, solitaria ed indifferente, ma se incrociavi il suo sguardo, stranamente sorrideva con un’affabile leggerezza.
Parlavano di lei sottovoce sussurrando il suo nome, mentre la indicavano quasi con disgusto: la chiamavano incomprensione.

Il proprietario della villa era in frac, il suo nome era piacere, era avanti negli anni, ma la sua saccenza era in netto contrasto con la saggezza e ciò si percepiva da ogni sua movenza che alternava alla gestualità costruita del casato, l'assetata attesa della dovuta riverenza: un obbligo imposto dalla società che lo imponeva alla nobiltà, al titolo, al ricco ed al potente.
Tutti lo cercavano e lo ossequiavano, d'altronde solamente lui riusciva ad organizzare feste e banchetti luculliani così sfarzosi che duravano diversi giorni: era una straordinaria occasione per chiunque fosse invitato, il rifuggire la monotonia di tutti i giorni tra le costruite gioie di quelle apparenze.

Quella sera l'ospite d'onore era il dispensatore dei doni, colui che era in grado di regalare sorrisi e lacrime di felicità, il suo nome era perdono e tutti quella sera facevano a gara per mostrarsi con lui: i suoi modi, la sua posa, l'ostentata gentilezza, il rigore e l'austerità erano il modello, l'esempio, il mito cui tutti dovevano confrontarsi, conformarsi e sforzarsi in ogni modo per raggiungerlo.

Due fanciulle gemelle, in semplici sari bianchissimi ed abbaglianti al gusto ed alla visione, senza alcun decoro o sfarzo, apparirono soavi e candide: potevi rimanere ammaliato e sgomento dalla loro purezza e dalla leggiadra bellezza che si percepiva al solo avvertirle: non solevano farsi scorgere in pubblico, ma quel giorno comparvero all'improvviso nella sala ed un ciarlare si elevò notevole ed elevato dalla platea che sottolineava marcatamente quelle sfrontate nudità velate ma straordinariamente discrete, che emergevano distinte sotto quelle vesti dal tessuto tenue che le risaltavano delicatamente nel passeggio raffinato, posato, giusto, esuberante ma gentile, sostenuto da piedi nudi e da una fragranza indescrivibile afferibile al gelsomino.

Erano l'amore e la solitudine, ma non riuscivi ad osservarle mentre parlavi se incrociavi il loro sguardo: il solo vedere zittiva e metteva a tacere ogni movimento del pensiero che intendesse trattenere una loro immagine per fissarla ed improntarla nella memoria.
Il perdono si fiondò immediatamente su loro, era troppo attratto da quella siffatta magnificenza che aveva riconosciuto benissimo e che poteva tra l’altro distrarre quella platea dal suo risalto: si avvicinò prudente per tentare almeno inizialmente un saluto e poi con scaltra abilità il definitivo approccio: dovevano essere sue per sempre e soprattutto era indispensabile che lui fosse finalmente riconosciuto anche da loro.

P: Spero perdoniate l'intromissione dolcissime fanciulle, ma la vostra eccelsa ed eccezionale bellezza, questa letizia inaspettata, non può rimanere solamente un gaudio da mirare in silenzio e da lontano: sarebbe un insulto non gustarla, celebrarla e soprattutto riconoscerla. Volevo darvi il benvenuto a nome di tutti ed invitarvi a rimanere con noi per dare inizio al ricevimento: sarebbe un onore per me, per tutti gli ospiti presenti e soprattutto per il proprietario, ricevere la vostra presenza, al gala di questa importante ricorrenza.

A: La vostra gentilezza è encomiabile e galante, ma noi ci trovavamo per caso di qui, abbiamo visto delle luci forti e misteriose dal vialetto antistante la strada e sentito anche una musica molto dolce e tenera che ci ha incuriosito, per cui di grazia, volevamo con discrezione chiedervi, chi è che suona meravigliosamente questo pianoforte? 

P: Oh si, è una vecchia signora del posto, un artista che strimpella melodie profonde e melodiche con un piano antico che doveva appartenere ad un antenato del proprietario: sovente senza che la invitiamo apertamente, per intrattenere gli ospiti che giungono, inizia a suonare motivi mai sentiti prima e che sembrano rapire intensamente le profondità dell’essere da un sentimento unico e raro.

A: Mi è molto familiare infatti quest'armonia che solletica proprio adesso questa atmosfera, qual è il nome di questa amabile signora?

P: Si chiama tristezza: a volte noi la incrociamo per caso negli antroni della casa, sovente è però assorbita da un trattenuto pianto, ma dato quel suo rigore, una strana distanza e questa sua fragilità, tendiamo a non arrecarle disturbo, evitandola se possiamo.

A: Il pianto della tristezza è nella melodia del suono stesso che, sorgendo tenue dalle note dello spartito dell’esistenza, raggiunge le profondità dell’essere che le ascolta dall’attenzione del silenzio. La tristezza trattiene quelle lacrime per donarle all’essere laddove è puro: quando da quella purezza vengono accolte senza motivo, allora sono vere lacrime di felicità, altrimenti sono solo lacrime di dolore. Ed il dolore della tristezza, è solamente la commiserazione di sé stessi.

P: Quello che è stato appena detto tocca il sublime e ne sono completamente estasiato. Non vorrei sembrare impudente, se posso, però vorrei chiederle allora il suo nome, ho la sensazione di conoscerla già: tra l’altro delle fanciulle così leggiadre e bellissime, come delle affascinanti apsara, non possono rimanere anonime.

A: Non è possibile riconoscerci e non credo che qualcuno possa farlo, il nostro aspetto infatti non è mai lo stesso. Mia sorella inoltre è cieca, non frequenta nessuno, non proferisce parola e quando è davvero necessario, intervengo personalmente al suo posto per riferire.

P: Vuole dire che lei non ha mai la stessa forma? Eppure io riesco ad avvertirla aldilà di ciò che si presenta adesso difronte a me.

A: Davvero? Lei vede veramente l'essenza del visto percependone la profondità e l’intensità o se posso chiederle, senza arrecarle urtante secchezza, ciò che vede è la realtà del suo vedere?

P: Che intende per realtà del mio vedere?

A: Ciò che lei pensa di vedere.

P: Certamente, io penso di vedere esattamente ciò che presumo lei sia, difatto la riconosco proprio per questo.

A: Allora lei sta osservando un’immagine, cioè sè stesso.

P: Non capisco, vorrei essere più diretto e chiaro: so chi siete, personalmente ho sempre amato, per questo concedo il dono di me stesso a coloro che lo meritano; ora io l'ho riconosciuta e la sua somma e straordinaria bellezza la vedo anche in me, nel gesto stesso di concedermi e nella scelta stessa di amare l’altro. Mi perdoni se l'ho citata direttamente, ma l'emozione ha prevalso in me ora e non sono riuscito a frenarmi adesso che lei è qui di fronte a me e che sento così vicino nella sensazione vivida ed impetuosa di avvertirla.

A: Non si può pensare di amare, attraverso una gestualità o una scelta. L'amore è uno stato irriconoscibile, se lo fosse sarebbe morto. Lei può essere cosciente di amare solamente ciò che pensa sia amore. Ciò che pensa sia amore non è altro che un conglomerato di impressioni, emozioni, sensazioni e sperimentazioni messe da parte nel tempo delle varie esperienze a cui lei ha dato il nome di amore ed in cui si è compiaciuto di provarlo. Questo nucleo di ricordi a cui lei attinge rappresenta la certezza di essere nel giusto, la sicurezza del ritrovarsi nuovamente in ciò che è stato già fatto e la stabilità schematica del riconoscere l'emozione consona all'azione che la dirigerà verso uno stato che lei proietterà e riconoscerà dalle sue memorie e a cui lei darà sempre quella denominazione. Dunque lei amerà se stesso, le sue impressioni e le emozioni che lei stesso proietterà, sino a quando sarà cosciente di amare. L'amore, non ha nessuna coscienza, non può essere trattenuto, non è un possesso o una facoltà e non è un ricordo.

P: Un attimo, mi sento trafitto nel mio cuore così: la scelta amorevole di perdonare l'altro non è facile lo sa? Quel dono, non è amore?

A: Ciò che lei dona agli altri, è la celebrazione e l'adorazione di sè stesso nel liberarsi in un sol colpo dall'accumulo del risentimento a causa della rabbia, dell’ira o della collera, che ha raccolto nel tempo dedicato a rafforzarsi come coscienza particolare nell'entità che pensa di essere qualcosa e che è stata disturbata ed infastidita da sè stessa o da qualcuno. Nel momento in cui tale risentimento diventa una stampella, una zavorra troppo pesante da portare o una memoria che procura eccessiva sofferenza, allora lei dovrà disfarsene attraverso la scelta del perdono, che può essere verso sé stessi o verso gli altri.

P: Sono troppo scosso per continuare ancora questa discussione, la mia bontà mi indica di fermare questo insulto così sfrontato.

A: Qualcosa muove forse il suo fastidio? Cos’è questo insulto che pensa di ricevere? E soprattutto, chi è che si infastidisce o si offende? Lei ha parlato inoltre di bontà. Che cos’è la bontà? Una conquista? Un esercizio? Una disciplina? Non si può diventare buoni, ma occorre essere buoni: non è la stessa cosa. Il diventarlo introduce il tempo, quello del prima, del dopo ed il pensatore, colui che lotta, avanza, controlla, conquista e si compiace delle sue vittorie. Nell'illusione di raggiungere quella fragranza, il pensatore accumula le sue esperienze dalle quali proietta la sua visione di bontà. L'esserlo non ha tempo nè pensatore, la bontà infatti non è materia di pensiero e quindi di memoria e non può essere contaminata dal desiderio del possesso.

P: Io sono stato sempre una persona buona e questa immensa bontà la riconosco perfettamente in me. La mia coscienza è basata proprio sull'umiltà e sulla bontà che sono le radici forti e salde della mia amorevolezza. Come può lei in un sol colpo eradicare tutto questo?

A: La sua coscienza è parte di un vasto movimento che rappresenta la coscienza dell'umanità. Quando lei si indica come persona, si è già scisso dalla coscienza umana per rendersi e proclamarsi coscienza particolare. La stessa coscienza umana però è già scissa dal fluire. Pertanto lei non solo si è diviso dagli altri identificandosi in una coscienza particolare, ma è diviso anche dal fluire perchè lei non è altro che una reazione ripetitiva della coscienza umana che nella sua manifestazione, crede di essere un'entità a sè stante. Inoltre si divide anche nel particolare, attraverso le frammentate parti di sè stesso che combattono tra loro sotto forma di impetuosi ed indomabili desideri che avidamente vogliono raggiungere il piacere proiettato nell'oggetto della conquista della singola parzialità, che in determinato tempo assume il controllo del suo essere e che un istante dopo non c'è più. Non scorge in sè stesso infatti una schematica ripetizione degli stessi desideri e volizioni che si proclamano ogni volta padroni della sua essenza e che dalla loro parzialità pensano di essere la sua totalità?

P: Non riesco a comprendere sino in fondo quello che lei dice. È vero quando parla dei contrasti interiori, quando ho infatti la loro percezione, nella visione dei vari conflitti che a volte mi avviluppano, riconosco questo movimento divisivo, ma non è la normalità tutto ciò? Personalmente ho sempre visto oltre ogni cosa ed ogni mia azione è sempre stata dettata dall'amore e dalla passione, per me non c'è azione più pura e casta del perdono: solamente chi perdona piange lacrime d'amore. Perdonare sé stessi è l’azione più eccelsa.

A: Se quelle lacrime derivano da un'emozione scaturita da una scelta o da una causa, non possono essere lacrime d'amore, ma lacrime versate per sè stessi, per l'emozione riconosciuta che si è raggiunta. Questo introduce la visione dell’emozione e di colui che la prova: una ulteriore separazione indice della dualità, espressione della sua divisione interiore. C’è realmente l’emozione e colui che la prova o c’è solo l’emozione? Se c’è colui che la prova e che la riconosce indicando quello stato che vede in sé stesso come emozione, non sta osservando forse dalle sue memorie? Non risponda subito e ponga una profonda riflessione su ciò che è stato detto, perché potrebbe essere una scoperta straordinaria ma allo stesso tempo una verità molto fastidiosa che potrebbe decisamente urtarla e turbarla. Ascolti attentamente: nel momento in cui lei vede, o meglio pensa di vedere, in effetti ha visto già, è il passato in azione in quel momento, che altri non è che l’osservatore, l'ombra del presente interpretata attraverso la sua misurazione del vedere, che deriva a sua volta dalla reazione del riconoscimento della memoria che come coscienza particolare suggerisce al pensatore in cui lei si è identificato come io, l'immagine di ciò che è stato e che suscita in lei l’emozione, che è mera sensazione. Pertanto l'azione a cui lei fa riferimento è solamente una futile proiezione e reazione del passato, costruita dal passato e diretta da colui che pensa di agire, perchè in quel movimento c'è una causa ed un motivo. Dove c'è motivo o causa, non può esserci mai amore, perchè dietro al motivo od alla causa, che determina la reazione egotistica del centro, di colui cioè che agisce, che è esso stesso espressione del passato, c'è sempre il sé in cerca di un risultato. Quel risultato ambito, è sempre l’importanza ed il risalto di sé stessi.

P: Non ho parole, uno strano sgomento avviluppa le mie profondità: in questo momento rabbia, risentimento e fastidio sembrano essere un unico movimento inarrestabile che sembra scindermi in infinite parti. Come posso dunque agire integralmente, ovverossia saldamente, perdonare senza causa e senza motivazioni, con un'azione che non sia pervasa dal nascosto interesse per una delle mie parzialità?

A: Oltre il suo pensiero, aldilà della sua coscienza particolare ed oltre la coscienza umana, c'è il fluire del durante. Lei non è solamente ciò che pensa, ma la storia stessa dell’umanità, della sua coscienza e dell’evoluzione che lei indica come spazio, tempo e come una serie di risultanze ed evidenze materiali o spirituali esterne ed estranee a lei, percependole e riconoscendole come realtà immaginarie scisse da sé stesso, mentre in verità lei né è parte integrante. Ciò che lei osserva dalla sua coscienza è il passato, è tutto ciò che lei, come essere umano, ha impresso come simboli ed immagini nella memoria collettiva di cui lei è manifestazione. La separazione stessa dal fluire introduce un intervallo che rappresenta un movimento limitato di tempo e di spazio in cui lei si identifica come parte, proclamandosi come entità attraverso le immagini accumulate di sé stesso e delle sue percezioni come esperienze impresse e rievocate dalla memoria che reagiscono al visto. Solamente in tale comprensione, che è una sorta di sospensione immobile senza tempo, c'è uno stato sconosciuto, vasto, indefinibile, sublime, illimitato, mai toccato prima dalla mente e dalla schematicità disordinata del pensiero che divide, c’è una profondità ed un differente livello di coscienza che non è più un movimento del passato dal passato, ma l'impercettibile eternità del presente da uno stato di assoluta integrità ed unità che è una infinita scoperta. Ma per vedere ciò chiaramente, lei deve vedere la sua realtà, la sua vanità ed il suo orgoglio, senza più nascostamente condannarsi e ricoprire questa contraddizione con il vestito apparente del perdono. In questa visione senza più nessuna divisione interiore, che è sempre il frutto della scelta e della valutazione del centro, c'è la saldezza sacra dell’amore incondizionato, che rappresenta la nudità pura e casta dell’essere senza più nessuna macchia del desiderio e del piacere.

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Il perdono non rispose, era visibilmente e profondamente scosso: sembrava cercare qualcosa d’altro cui appigliarsi, ma in quell'istante era crollato tutto ciò che aveva costruito ed era in uno straordinario stato di totale nulla. La solitudine era stata in silenzio sinora, ma per una volta proferì qualcosa che lo avrebbe segnato davvero per sempre.

S: Vede signor perdono, alla fine noi non siamo altro che foglie morte scosse dal vento: non però da una corrente esterna a noi, ma dall'alito affannato e stridente dei nostri stessi sospiri di piacere, di dolore e di paura. Vedere e comprendere ciò, è osservare questa verità da uno stato di totale solitudine senza causa che è allo stesso istante libertà, silenzio ed amore assoluto, puro, casto ed incontaminato. 

P: Il perdono non è amore allora?

A: Nella sua domanda, c’è già la risposta.

P: Cosa c’è allora senza perdono? Come si può non perdonare più?

A: Se non c’è più accumulo di rabbia, fastidio o risentimento, se non c’è più prima o dopo, scelta o giudizio, giusto o sbagliato, assoluzione o condanna, se non c’è più un centro diviso tra questo e quello, assetato di piacere, graffiato dal dolore e lacerato dalla paura, se c’è solamente ciò che è, unità ed integrità senza più alcuna scissione, c’è necessità di perdono? Se non c’è veleno, non occorre nessun antidoto.

Dialogo tra l’amore ed il perdono testo di Insideyou
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