Mentre pensava e rimuginava, Zaira aveva l’abitudine di portarsi alla bocca la nocca dell’indice della mano destra e disperdere nel vetro della portafinestra lo sguardo, facendo anche impaurire chi si incappava in lei una prima e poi una seconda volta temendo il peggio vista l’insolita immobilità.
E così, nel bel mezzo dei suoi ricordi, il campanello destò la (bis)nonna spaventandola un po’. Violante e Caterina rimasero in camera malgrado l’inaspettato trillo, la prima perché non se n’era manco accorta avendo le cuffie alle orecchie e la seconda perché lo aveva già mentalmente posto nella lista dell’ennesimo agente disturbante la preziosa concentrazione utile per poter andar avanti nello studio.
Zaira sentì il lieve chiacchiericcio tra Luz ed un uomo all’ingresso e fu così che prese a chiamarla a squarciagola, “Lucia! Lucia!!!”
“me escusi un atimino!...”, Luz abbandonò sulla porta l’interessato e corse esasperata nella stanza accanto.
“dime Ziza! Che c’è? De là ce sta el seniore che-”
“come ce l’ho ‘sti capelli?” Zaira prese a passarsi le mani nodose nella parte di capigliatura non più così folta come un tempo ma di un bel bianco non raccolta nello chignon bello saldo in cima alla testa. All’anziana non interessava minimamente come l’altra donna avesse lasciato l’altro di là: Zaira doveva essere impeccabile quando qualcuno si presentava davanti a lei, tanto più quando si trattava di un uomo, retaggio dell’aver lavorato al pubblico e della sua civetteria.
“estai bene! De che te preocupi?” Luz non sapeva come trattenere le risate. Le faceva tenerezza e se l’altra lo avesse saputo, l’avrebbe rispedita in Perù senza tanti complimenti.
“ascolta costì… costì dietro alla televisione c’è il mi’specchio, arrivamelo” per Zaira il tempo incalzava e doveva esser certa di dare un’ottima prima impressione. Fu così che Luz, ancora intenta a mantenere una parvenza di serietà, le passò uno specchietto da borsa che la nonna aveva visto alla nipote più grande, a Costanza per capirsi, e le aveva chiesto di poterselo tenere nonostante l’improponibile fantasia psichedelica della custodia (retaggio dei primi anni 2000).
Si dette una controllata veloce ed annuì.
“ascolta…” Zaira si interruppe pensierosa e poi “no, no via, qui no per Dio” disse tra sé e sé.
“che c’è ora? Non ha bisto che estai bene!” Luz era in preda all’ansia perché voleva far accomodare quello di là che intanto non aveva fatto il minimo rumore.
“c’è che mi devi leva’ questo coso di sotto e mettemi a sede’ in una seggiola da cristiani!” Zaira sentenziò, tanto per cambiare: volle per forza alzarsi e spostarsi sulle proprie gambe e bastone in una delle sedie della cucina e far in modo che la sedia a rotelle che l’aveva sostenuta fino a quel momento sparisse o si mimetizzasse con l’ambiente.
Una volta ultimate tutte le pretese dell’anziana e “nascosta” la sedia con un po’ di vecchi giornali scandalistici sopra, Zaira autorizzò Luz a far accomodare in cucina il poveraccio che ormai era quasi un quarto d’ora che aspettava lì sulla porta osservando il corridoio e contando incuriosito la quantità di porte che aveva ai suoi lati.
“buongiorno!”
L’uomo che si presentò risvegliò un certo interesse in Zaira: pareva avere un fisico asciutto e superava senza problemi il metro e novanta. Il giacchettone nero e lungo che si portava sopra, come si fece un po’ più vicino alle donne, rivelò un bermuda color verde militare, di quelli a cui si può aggiungere un pezzo sotto al ginocchio con una cerniera. La magrezza generale venne confermata dai due polpacci da maratoneta esposti benchè la stagione invernale invitasse a far ben altro. Risalendo con lo sguardo ci si poteva infine accorgere di una barba chilometrica che sporgeva dalla mascherina nera arrivandogli a metà petto.
“bongiorno…” Zaira era guardinga anche per Luz.
“se metta sedere! Vole un bel caffè?” Luz riportò un po’ d’entusiasmo nella stanza.
“masssìe! Ma scherza! No no, non si dia noie!” l’uomo scaraventò in aria mani e braccia a mo’ di ballo di Simone e urlando educatamente uno sciancato ma fermo rifiuto.
Dieci secondi di silenzio.
“ma sennò me lo faccia, via! Grazie eh! Mi ci vole forse! Ahahahah!” Luz sorrise al poi non così fermo rifiuto e prese la moka. L’uomo non la smetteva di ridere.
“che sta ritto lì? Si metta a sede’” Zaira tolse una mano dal bastone davanti a lei porgendo un appoggio a quelle che secondo lei erano gambe con molto bisogno di riposo.
“ovvia giù, mettiamoci anche seduti… tanto ci so’ stato poco questi mesi…”e distese le braccia sul tavolo di legno incrociando le mani come pronto a girarsi i pollici.
Calò il silenzio finchè non la moka non dette l’avvisaglia con il suo classico cuuu del caffè pronto.
“maremma gnuda gente, manco mi so’ prensentato! Io so’ Duccio Corsi signora, piacere eh! No ma che fa! Non si alzi! M’allungo io-”
“lei ‘un si proccupi di quello che fo io, ce la fo eh!”
L’uomo, anzi Duccio, esplose nuovamente con quella voce tra il rauco ed il baritono che non lo rispecchiava per niente e si allungò verso Zaira per stringerle la mano. Zaira fece altrettanto facendo perno sul bastone e, come sempre, a chiunque fosse l’interlocutore della signora, non gli fu fatto mancar niente.
“comunque Zaira Bencini, sarei in Brogi ma ‘un volsi piglia’ il cognome del mi’ poro marito” puntualizzò Zaira.
“allora piacere Zaira Bencini! Ma, ormai ho fatto ‘l maleducato e glielo chiedo, quanti anni c’ha?”
“novantasette” e sbatté in terra il bastone.
“Madonna santa signora mia! Ci metterei la firma per arriva’ in codesto modo a codest’età! Che bellezza…” Duccio era sinceramente stupito perché non avrebbe dato più di ottanta anni alla ragazzina che aveva davanti.
“classe 1923, siamo nel 2020 dice… faccia lei il conto ma so’ novantasette precisi” Zaira ci tenne a ribadire che ancora sapeva il fatto suo sulla matematica.
“torna torna!” affermò piacevolmente stupito mentre sorseggiava il caffè.
“ascolti… gliel’ha fatta vede’ la casa?” ed indicò con la testa Luz.
“no ma non c’è fretta! So’ libero come tanti altri in questo periodo purtroppo!” Duccio posò sonoramente la tazzina sul tavolo.
“ce la porterei io ma se cammino senza quel coso vicino poi leticano e io ‘un lo voglio usa’” ed indicò il deambulatore, ennesimo attrezzo diabolico passato dall’ Ausl assieme al letto ortopedico e tutto il resto del corredo (come lo chiamava Zaira) che ancora la donna non aveva accettato nonostante quella mesata passata all’ospedale l’anno prima.
L’uomo guardò un po’ interdetto un po’ compassionevole Luz che con lo sguardo gli fece intendere di lasciar correre.
“ora ce lo porto Ziza! Te ce stai aqui calma?”
“dove voi che vada!”
Assicuratasi che Zaira non si muovesse dalla sedia e che non avesse bisogno di andar in bagno, Luz si avviò a prendere le chiavi in camera di Carmen dove sapeva lei.
“… che poi il mi’ mi poro nonno venne cittino qui, infatti Bencini è più del fiorentino…” Zaira si mise a raccontare le varie vicende del suo albero genealogico all’uomo che aveva trovato un po’ di sveglia col caffè ma che le chiacchiere dell’anziana stava mettendo a dura prova.
“… che poi lo sa che quella casina la comprò ‘l mi’ poro marito?” e da lì Zaira intraprese la narrazione di come la loro famiglia entrò in possesso di mezzo palazzo.
La casa in cui stavano attualmente Carmen e famiglia era la prima comprata da Vanni, quella piena di camere nella speranza di colmarle con altrettanti figli come da progetto con la prima moglie Marietta (anche se poi a colmarle ci pensò anni dopo Carmen stessa), ed era inoltre quella dove poi portò ad abitare Zaira. In tutti i calcoli per il futuro fatti da Vanni, nella casa al piano di sopra dove ora abitava Costanza e famiglia, andarono ad abitare una decina di anni dopo la guerra i genitori di Vanni e due sue sorelle rimaste zitelle “per scelta”; visto che i parenti da sistemare ce n’erano ancora e le case e la liquidità per acquistarle in quel periodo fortunatamente non mancavano, il poro Vanni investì qualche risparmio anche nella casina dirimpetto alla sua. Essa venne destinata ai genitori di Marietta, felici di venirci ad abitare per poter star dietro al tanto sospirato nugolo di nipoti che si sarebbero auspicati. Nonostante la morte della figlia e l’arrivo della nuova moglie dell’ormai ex genero, i genitori di Marietta rimasero ad abitare lì sino alla loro dipartita sia perché ebbero venduta la loro altra casa sia per ferrea volontà di Vanni che per l’affetto che ormai riversavano su Zaira, trattandola come una figlia, “il bene che m’hanno voluto loro nemmeno quelli mia veri! ‘menomale sei arrivata te che questo mi stava diventando un morto’, mi dicevano… pensi che pochi giorni prima che morisse, la mamma della moglie del mi’ marito (qui Duccio rise senza star a trattenersi come invece stava facendo Luz) era mia e di Vanni, i soli che gli eran rimasti ormai… che persone per bene… ma insomma via, andate andate!”
Dopo un quarto d’ora di sviolinata sulla storia immobiliare di famiglia, Luz fu libera di accompagnare Duccio nella casina.
Duccio e Luz rientrarono una decina di minuti dopo e la donna vide l’anziana uscire dal bagno poggiata solo al suo bastone e si vide arrivare agli anni della sua assistita in un baleno.
“’un mi guarda’ così male! Mi scappava!”
L’uomo rise piegandosi in due e la donna corse dall’altra per riportarla a sedere.
“bella eh la casa, per me è sì se va bene anche a voi” affermò l’uomo ancora in preda alla risarella.
“bah, faccia lei! Stasera parla con la mi’ figliola e ci si mette d’accordo” e rientrò in cucina.
Tutte le questioni burocratiche vennero affidate a Jacopo di Costanza e a Luz visto che durante quelle sere Carmen non riuscì a rientrare se non dopo le 10 e crollare direttamente sul letto.
Se da sopra si sentiva piangere ogni tanto Chiara, da casa “grande” si sentiva di tutto e di più e da casina si sentiva spesso cantare. Come un tempo, erano tutte occupate le case di Carmen e famiglia.
4) Carmen e famiglia testo di NausicaaValli