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Genni cercava di scrivere una storia che la rappresentasse e che le consentisse di farsi conoscere.
- Ma allora, di cosa dovrei scrivere?
- Di qualcosa che ho vissuto realmente?
- Di qualcosa che romanzo e che si basa sul vissuto?
- Di qualcosa che ho completamente inventato?
Mentre si interrogava, il tempo scorreva, e l’energia che impiegava nel capire come meglio arrivare alla gente sfumava.
Si dimenticava, per giunta, di quanto avrebbe voluto raccontare.
Come sempre le accadeva, si ritrovava a riflettere se fare una cosa importante per lei o per agli altri.
Se fosse necessario rendersi utile, intralciando i propri desideri, per immaginare una storia appetibile ad un pubblico ampio, solleticarne le fantasie e gli istinti più torbidi e sopiti.
Intanto cresceva e, con lei, anche i mezzi di comunicazione.
Pensava che, pur avendo qualcosa da dire, gli istrumenti a lei noti non erano più così efficaci per condividere un’urgenza.
Non sarebbe più stata all’altezza del suo tempo.
Di un tempo che cercava di raccontare e attraversare.
Sarebbe stata sempre in ritardo quanto, in passato, era stata in anticipo.
Per quello aveva smesso di scrivere funzionalmente agli altri.
Era una battaglia persa.
Ci aveva provato, per quelle che erano le sue forze.
Ce n’era voluto, in pianti e sofferenze, fino ad arrivare a dubitare di sé stessa, del senso della sua esistenza.
Più si agitava, più restava immobile.
Osservandosi, aveva compreso che tutte le volte che si trovava nel vortice del suo pensiero, invece che restare nello stallo doveva agire, senza pensarci troppo, anche male.
Doveva prendere una decisione: anche sbagliata, sragionata, ma doveva voltare al bivio.
- Che di solo pensiero non posso vivere.
Insomma, non doveva restare prigioniera di pensieri pesanti ed escludenti che la sopraffacevano.
Il tempo continuava a scorrere fintantoché, sfinita, scriveva e basta.
Solo in quel momento di abbandono delle resistenze si sentiva serena, si percepiva pienamente.
Genni non era tipo da recinto, da restare per troppo tempo dentro un perimetro narrativo con regole precise e inderogabili, né di farsi trafiggere dalle sue ossessioni.
Era certa solo di una cosa, che scrivere le piaceva tantissimo, digitare i tasti e creare storie.
Quali che fossero queste storie, doveva assecondare il flusso creativo.
Scrivere come affaticare, come liberare endorfine, come allenarsi e sudare.
Scrivere male, per gli altri, per sé stessa, l’importante era cominciare a farlo e continuare finché provava felicità.
Scrivere la riempiva di senso e colmava di buone sensazioni.
Di questo, sì, Genni era certa.
E allora di notte aveva cominciato a scrivere cartelle e cartelle, mentre il monitor restava illuminato e la città attorno si spegneva.
Genni dal suo passato, da allora, sta ancora scrivendo…