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IL MIO PAESE AI VECCHI TEMPI QUANDO TUTTO ERA VITALITA’
Quero ê un paesino della provincia di Belluno dove sono nato io ed ho passato una felice giovinezza.
Una volta terminate le scuole ed aver ottenuto il diploma di geometra me ne sono dovuto allontanare avendo trasferito la mia residenza in diversificati luoghi.
Devo però ammettere che la giovinezza trascorsa lì è rimasta nel cuore per i mille splendidi piacevoli periodi che vi ho trascorso.
Oggi, essendo molto vecchio, di tutto questo ciò che mi resta sono solo dei ricordi così belli da darmi tanta gioia.
La cosa più bella è il modo in cui avviene quel ricordo. Il fatto che in una mente sgombra come la mia ad un bel momento appaia qualcosa che sembra un filmato sonoro ed a colori, in grado di descrivere tutto fino ai dettagli minuti. L'ultimo apparso improvvisamente, ma non certo di poco conto, è la messa domenicale di paese molto bella nei miei ricordi ma difficilissima da rappresentare quì .
Molto arduo rendersi conto della situazione reale di quei vecchi giorni soprattutto riguardanti i ragazzi come me che, più o meno sedicenni, in quasi tutte le famiglie vivevano del prodotto agricolo di piccoli appezzamenti di terreno coltivato ad orto nel quale gran parte del lavoro, essendo per di più il padre occupato all'estero, veniva svolto dalla mamma tuttofare e un pò aiutata dai numerosi figli di cui le famiglie erano composte.
Praticamente nei giorni feriali i paesetti apparivano vuoti perché tutti gli abitanti erano impegnati, gli uomini in lavori poco remunerati ma comunque intensi ed i ragazzi per i campi ad aiutare i genitori nella coltivazioni dei piccoli appezzamenti agricoli considerati al livello di orti dove regnavano coltivazioni che , al pIù, offrivano i magri contorni dei moderati pasti.
La giornata importante, la domenica,
che esplodeva in abitudini festose iniziate con la frequenza della messa in chiesa dove tutti donne, uomini e ragazzi suddivisi categoria per categoria, presenziavano immancabilmente ed ufficialmente per necessità religiose e brillando dentro il petto la gioia che sarebbe scoppiata a fine messa.
Era straordinario sbucare dalla penombra e dal silenzio che persistono in chiesa per la dovuta riservatezza della casa di Dio mentre tutti noi maschi e d’un tratto, proiettati fuori al sole splendente lungo una via Nazionale interamente intasata da uomini nel mentre la mescolanza con le donne sarebbe stata una specie di sacrilegio anche per la ragione che all'osteria gli uomini, oltre a bere delle ombre di vino in illimitata quantit9à, erano abituati a mangiare una zuppa di trippe.
Tutto ciò rappresentava una ricercata abitudine perché i mariti non amavano affatto interromperla per il pranzo del mezzogiorno. Qualche volta accadeva che un marito piombasse a casa a far una mera figura di presenza in famiglia proprio quando i diretti conviventi pranzavano. Egli aveva il solo scopo di poter sostenere la sua presenza al pranzo caratterizzata dalla brevità di consuetudine domenicale.
Sembrerà cosa di poco conto ma anche questo piccolo gesto della visitina al pranzo, allora faceva parte di un insieme di regole, piccole e grandi, e che venivano abitualmente mantenute vive per salvaguardare l'atto di sottomissione totale dello stato femminile.
Vale la pena di valutare bene questa regola che si faceva notare per le sue modalità diventate attraverso gli anni di una normalità assoluta da nessuno contestata. Infatti avevamo prima segnalato l'assenza delle donne in tutte le cerimonie di qualsiasi tipo e mantenuto rigorosamente ed esattamente per lo scopo citato.
A questo punto devo illustrare il caso tipico di mia mamma. una persona molto intelligente , pratica e ligia alle regole trasmesse vocalmente attraverso le generazioni e fino ad un certo punto rigorosamente rispettate.
Mia mamma non solo non faceva nessuna fatica, come oramai era diventata abitudine femminile, nel rispettare le regole esistenziali citate. Addirittura il dovere da compiere era diventato uno dei suoi piaceri supremi. Per lei il fatto che tutte le donne si comportassero in quel modo rappresentava il piacere che la moglie doveva al marito.
Per lei quello doveva essere uno dei piaceri più importanti che le donne dovevano gustare nella loro vita. Siccome lei ci teneva tanto a spiegare la realtà nuda e cruda, si sforzava di trasmettere anche a noi giovani figli quella sua gioia convinta com'era che quella fosse la missione femminile essendo uno dei suoi piaceri massimi.
Era molto attiva e partecipe di tutte le riunioni femminili qualunque fossero i temi trattati.
Oltre a questo, mia mamma leggeva tutto quello che le arrivava ed erano soprattutto dei quindicinali femminili dalla chiesa a tutte le religiose e quindi anche a lei, per lo più regalati.
Ad un certo punto la stampa in genere cominciò a parlare dell'uguaglianza tra donna e uomo cominciando a sostenere che una buona società ha il dovere di impegnarsi per il momento a diffondere le considerazioni giuste differenziandosi dalle altre. Fu per lei molto difficile convincersi della verità: alla fine uomo e donna sono due esseri viventi esattamente equivalenti e non deve esistere affatto una differenza di base come invece non solo a lei risultava ma, colmo dei colmi, nella sua mente, il sacrificio di tutta una vita svolta in sottotono, era vero piacere e quando cominciarono a sorgere dei comitati femminili guidati da donne che sapevano ben spiegare la realtà.
Allora ia mamma si sentì rapita di questo dono inestimabile che si voleva togliere e che era il piacere di soddisfare in tutto e per tutto la categoria dei mariti. Erano concetti di giustizia umana che anche lei cominciava a capire nel modo corretto e di più che gli animi si scaldavano e cominciavano i canti in coro.
Dopo qualche ora gli uomini, passati rapidamente per casa, si ritrovavano all’osteria per giocare a bocce.
Allora tutte le osterie possedevano campi bocce.
Da notare che allora le bocce erano di legno e con l’uso prolungato perdevano la loro sfericitá diventando ovali d pertanto diminuendo sensibilmente la posibilitá di riuscita di buoni punti ottenuti quando nel lancio non riuscivano a avviare la loro palla in modo da farla fermare vicino al pallino . Le poche volte che questo in realtà avveniva, l’avversario non giocava la sua boccia “a punto” ma la lanciava a volo per riuscire ad allontanare dal pallino la boccia incriminata. In caso il gioco poteva riuscire in quello che era considerato un tiro/miracoloso poiché la palla lanciata “ a volo” avrebbe dovuto colpire esattamente la palla del punto sostituendosi esattamente e quindi guadagnando il punto.
Si capisce la la bellezzza del gioco unita ad una grande difficltá che ha provocato, attraverso il tempo, la fine del gioco di bocce e la totale fine dei campi di gioco che sono stati tutti trasformati in spazi all’aperto per le abituali consumazioni moderne dei bar.
Tornando a quegli anni faccio rilevare la passione di mia mamma per i problemi in genere e quindi anche di quello della pessima considerazione della donna in genere che allora trionfava nella convinzione di inferioritá della donna in genere^ ma che trovava mia mamma nettamente contraria senza trovare, in casa, alcun consenziente perchè noi eravamo giovani e non ci interessavano di questi problemi. Mio papà, percesempio parlava solo del suo lavoro e soprattutto era un appassionato del legno di cui trovava in noi due giovani un interessamento.
Uno degli impegni di papà, anche se non sembrava interessare nessuno, era quello, a piedi o in bicicletta, di recarsi nei posti di montagna più scomodi dove i proprietari continuavano a piantare alberi giovani dei quali egli avrebbe usufruito a distanza di anni.
Infatti, nel mentre nella piccola falegnameria aveva sempre due giovani appassionati ai quali egli insegnava l'arte di costruire mobili a mano, egli, più di tutto era da anni ed anni interessato alla qualità del legno adatto al mobilio. Ed infatti , non solo tutto intorno a casa mia ma anche in vecchi edifici disabitati presi in affitto, erano regolarmente allineate cataste di tavole di legno pregiato. Quello che io non capivo, era la realtâ che mio papà possedesse un vero capitale perché allora a nessuno importava legno da lavoro dall'estero : la norma era usare sempre legno locale.
Io spesso ho assistito alla visita del suo capitale ligneo da parte di acquirenti essendo molto seguito per la sua vera specializzazione nella conoscenza fin da giovane e conservazione degli alberi particolarmente dotati quando erano vivi e vegeti che alla fine comprava per poi far segare in tavole da conservare per annI ed anni.
Da quel momento la cura di papà era ancora più frenetica perché le tavole appena uscite dalla segheria dovevano essere conservate in un certo modo che garantiva la linearità delle cataste di tavole appoggiate per terra esattamente orizzontale oppure in verticale ma sempre interponendo tra di loro dei listelli di legno per formare dei lunghi e precisi intervalli d'aria larghi tre cm ed atti a far maturare e il legno percorso dal vento che a Quero è sempre stato molto attivo.
In conclusione devo dire che l'attività più interessante di papâ era tutta una vita impiegata per rincorrere e conservare attivamente un materiale prezioso come i tronchi di alberi di noci, ciliegi e raramente anche pesche, pere e mele.
Devo dire che questa sua devozione per quel materiale la capisco bene al giorno d'oggi perchè ho un grande interesse ad osservare attentamente dei mobili di legni di provenienza estera ma, quello che più mi fa impressione è il fatto che si tratta sempre di finti legni di cui non conosco la materia dj cui sono composti nella loro sostanza avendo solo una superfice esterna lignea di spessore minuto ed a sua volta di legni non italiani. Quelle volte che ho l'avventura di avvicinarmi a qualche mobile di vecchia qualità non posso evitare di accarezzarlo sentendo sotto le mie mani proprio quell legno vero : il solo che papá adoperava.
Tutto questo da molti anni ha contribuito a farmi adorare la natura nella quale l'elemento che più domina originalmente è proprio l'albero con il suo meraviglioso colore variabilissimo dal verde pallido da giovane per brillare poi con un verde intenso fino alla sua morte in un vivo colore giallo.
Riflettere sulla vita di un albero come sto facendo mi fa istintivamente pensare che tutto ciò di cui tutto il genere umano vive, cioé tutta la vegetazione esistente,non é che una indefinita moltitudine di vita naturale ed alla fine identica a quella dei grandi e veri alberi costituendo le sostanze commestibili dei nostri cibi.
A questo punto del racconto ci si rende conto di essere passati dalla circostanza di un dopo-messa ai vegetali combustibili cioé alla nutrizione umana con particolare riguardo per quella naturale, per poi allargarsi nel ricordo di particolari che visti uno dopo l’altro mettono in luce una lunga vita il cui ricordo mi emoziona tanto.