Forse ti spaventerà questo mio dire, ma ho bisogno di raccontarti di me e fidarmi della tua comprensione, almeno per una volta, anche solo un attimo, prima di rifiutarmi, uccidendo ogni sperata speranza da raccoglierti negli occhi - non verdi – benevoli, per come li ho cercati.
Eccomi.
Non partirò da quello che vedi e che son diventato nel tempo. Ché di tempo n’è passato davvero molto e se solo potessi leggermelo sulla pelle, non ti basterebbe una vita per capire le parole nelle espressioni spirali, che si ricoprono in rincorsa, a scendere. Ti perderesti nel tetro dei risvolti umidi, in cui si radicano secolari le vie che avrei potuto diramarmi, a centinaia, verso la luce, in cerca di chissà quale vita.
Si parte da un principio solitamente, ma in questo caso non è possibile definirmi inizio in un punto se non estremizzando il percorso in una prospettiva stretta nella lontananza. Allora vedresti un punto bianco di luce, a raccolta del flusso cosmico accomunante ogni fonte d’energia. Questo sono in effetti nel principio dei miei ricordi e se dovessi andare oltre probabilmente troverei una voce che s’espande e solidifica a ritroso in un’onda sempre più stretta e portante.
Sai bene che l’immensità del cielo è in prevalenza grumo di vuoto. Ebbene questo è quello che di sostanza affolla ogni spazio di forza che non si lasci afferrare. Ma che non puoi dire non esista. Il cielo è. Lo vedi e ti sovrasta, sì che non sarai mai che un punto insignificante a confronto. Eppure tu sei carne e il cielo è vuoto.
Un passo manca dallo stringere la carne al cielo.
Qualcuno lo chiama “anima”.
Ora immagina lo spazio contrapposto alle masse planetarie e stellari. Prendi ad esempio un punto sospeso lì, accanto a null’altro. Nero nel nero. Una fiamma in quel punto, che esploda e - non importa – si spenga subito, ma sia anche solo scintilla, avrà propulsione sferica ad irradiarsi e s’estenderà all’infinito con la propulsione d’origine, divenendone parte stessa.
Ecco da dove vengo e dove vado. Ecco chi sono e cosa faccio.
Vengo da una fiamma che non è creata ma esiste ed è creatrice. Vado verso l’infinito attraversando ogni pulviscolo di materia. Sono parte della fiamma, col suo calore, la sua luce, la sua brama di vita. Navigo nello spazio cullandomi tra desertiche depressioni e piccole gioie.
Essere umano è solo un passaggio a consumarsi alito generato di vita, che porta alla morte.
Scavato dentro da questa essenza sono stato altro nel fluire indomito del suo respiro. Sono passato dalle erbe nascoste nel proprio seme, in fessure brevi di narici di terra grassa, fin nelle movenze sinuose del freddo e cieco serpente, appartenendo ad ogni spira; dal rugoso manto faticoso di una quercia al morbido setoso pettinato di una lince; dal fumo terso del cancro di una foresta, all’acciaio lucente tra le mani di un boia.
In questo mio breve spazio d’uomo – quale differenza tra me e una farfalla? – m’è pur difficile essere umano. Ma tento. Ascoltando l’ardore sempre vivo che mi muove, respirandomi attorno nell’ignara mia stessa presenza altrui, dominando i vuoti del cielo portandoli a colmarmi. E’ in questo la mancanza di dubbio nel parlarti di me nell’istante in cui lo faccio, fino al mutare dei colori ombrati di occhi a chiudersi e labbra a salire.
Vivo per questo tuo sorriso.
- Sei matto
Ma in fondo mi credi.
Dell'esistenza testo di Vento