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Nel torpore e nei ricordi di una notte,
nel discreto turbinio del piano bar...
sigarette, whisky, fumo e voci rotte
e poi lei, come in un film di Almodovar,
troppo stretta dentro l'abito da sera,
si avvicina come se toccasse a me
conversare a sottofondo di tastiera
sulle sue mille incertezze e i troppi "se..."
Ma io, perso nel suo sguardo immacolato
che sfumava tra il celeste ed il marron,
la interrompo, per non essere ingabbiato,
noncurante della prassi e del bon ton...
"Vieni via da questo luogo maledetto
dentro il quale ci si esamina, per poi
domandare agli altri il sogno nel cassetto
come se non lo volessimo per noi...
lascia qui la tua inquietudine e la borsa
con gli astucci di cosmetici in palètte,
sfila i tacchi, che prendiamo la rincorsa
verso un'alba senza affanni nè pochètte;
si fa giorno e ci possiam danzare dentro
come usavan gli sciamani dei Cheyènne,
poi rincorrerci tra i vicoli del centro,
riposarci, infine, in un giardino zen.".
Lei mi guarda come fossi un dissennato,
sorseggiando lentamente un carcadè,
come a dire "io t'ho solo avvicinato
per sfilarti i pantaloni ed il gilè...".
M'allontano senza proferir parola,
mi dirigo verso l'uscio e porto via
l'impazienza di una donna troppo sola
per comprendere la mia malinconia.
E il crepuscolo del giorno, che mi sfiora,
mi riporta gradualmente alla realtà,
schiudo gli occhi come sempre: stessa ora,
stesso letto e stesse assurde velleità.