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Uno dei più bei racconti di Simenon, uno scritto in forma di diario di memorie che raccoglie sentimenti, verità da un’angolazione differente dei patemi di chi ha sofferto un conflitto mondiale e la paura di morire come compagno di viaggio.
Sofferenze, ristrettezze, fame, desiderio un caffelatte, di lavarsi, di avere spazi che invece sono sovraffollati da spazi angusti da condividere con una moltitudine di gente che ha la tua stessa sorte trasfigura sentimenti, morale, le cose in cui credi e tutti i valori precostituiti.
Questo è accaduto a Marcel Feron, trentadue anni, sposato con una figlia e con la moglie Jeanne in attesa del secondo figlio. Marcel dopo una infanzia complicata a Fumay, Francia al confine del Belgio sulle Ardenne, una madre che d’un tratto vede nuda e rapata a zero forse vittima di una violenza dai tedeschi nella prima guerra mondiale, subisce un trauma per averla vista dare segni di squilibrio ed essere da lei abbandonato presso una parente. Suo padre lo visiterà di tanto in tanto alternando dolcezza e aggressività, lo stato della moglie e l’umiliazione subita lo porterà ad essere dipendente dall’alcool. A Marcel le cose non vanno meglio, a quattordici anni si ammala di tubercolosi e passa quattro anni al sanatorio. All’inizio del romanzo lo troviamo (scrive sotto forma di diario) sereno e realizzato con un’avviata bottega nella quale ripara apparecchi radio, una moglie di poche pretese e una bambina di nome Sophie, vivace anche se un poco nervosa. Poi la prossima maternità conferisce alla famiglia una bella sensazione di fiducia nel futuro.
Ma accade la tragedia. Giunge la notizia dell’invasione dei tedeschi in Olanda e successivamente lo scoppio della guerra mondiale. La prima conseguenza è partire. I coniugi Feron e la piccola Sophie iniziano un viaggio come profughi, si innescano in un gruppo che comprende rifugiati belgi anche se loro sono francesi e inizia il loro viaggio avventuroso e sofferto in treno, fatto di privazioni, scomodità, sudiciume e dolore. In più Marcel è separato a forza da moglie e figlia che vengono scortati presso un altro vagone, con la promessa che si ricongiungerà all’arrivo a destinazione. Ma il vagone risulterà disperso nel corso del viaggio. Più per istinto che per vera esigenza a Marcel si accosta una donna. E’ poco più che ventenne e veste sempre di nero, di lei non sa nulla e lei non gli chiede nulla, si fanno compagnia, si sostengono, si confortano si aiutano, pur senza nemmeno conoscersi per riscattare il loro diritto alla vita. Di lei Marcel saprà solo che si chiama Anna Kupfer ceca di discendenza tedesca, forse con sangue ebreo e che viene da Namur dove era detenuta per non si sa quale reato e che è messa in libertà d’ufficio per permetterle di fuggire dall’invasione.
Fra i due Anna e Marcel nasce un’intesa muta, magica, una trasmissione di pensieri che rende inutile ogni spiegazione. Amore? No, perchè entrambi sanno che finirà, ma si amano tanto e spesso, per reclamare il loro stato di essere vivi in tanto morire, in mezzo treni attaccati, raffiche di mitra, bombardamenti e gente che salta in aria e che si ferisce gravemente. Vengono sballottati da un centro di accoglienza all’altro, incontrano una infermiera volontaria molto efficiente, la signora Bauche ma andando via non troveranno il modo di salutarla, troveranno il modo di mangiare, quel poco, di lavarsi e anche dei pagliericci per far l’amore. In tutto questo Marcel vedrà sfumare il suo ricordo di Jeanne che aspetta un figlio suo e di Sophie, anch’ella figlia sua. Ma se non hai passato, il futuro non dipende da te, il presente è quello che vivi senza le convenzioni che ci sono proprie nella vita normale di tutti i giorni. Se non sai di sopravvivere entro la prossima mezz’ora il momento presente si svuota di ogni legge morale del mondo civile della nostra vita che ci appare lontana e di una dimensione estranea e differente.
Ma poi Marcel viene a sapere che Jeanne è viva e sta in un centro maternità di una città non lontana. Deve raggiungerla, più per dovere che per esigenza. Anna e lui ora sono inseparabili, insieme decidono che si diranno addio davanti alla porta del centro maternità E così accade, in un caleidoscopio di sentimenti senza amore ma pieni di riconoscenza e di vita si potrebbe dire strappata fino all’ultimo respiro.
Marcel ritrova sua moglie, il figlio è nato e sta bene e si chiama Jean-François, Sophie sempre nervosetta è comunque viva e vegeta e in buona salute. L’addio con Anna è dolorosissimo ma necessario. Riunita la famiglia i coniugi Feron riescono a tornare a casa miracolosamente scampata a rastrellamenti, il laboratorio è intatto e ci sono tutte le galline, perfino il battagliero gallo Nestor, La vita torna quasi normale, se non che Anna bisognosa di protezione per lei e il suo compagno attuale, un aviatore inglese, chiede di essere nascosta da Marcel per sfuggire alla cattura della Gestapo che la cerca perchè ha appreso da una delazione che Anna è ebrea. Marcel a malincuore rifuta, non ha posti per nasconderla, tanto più che i tedeschi lo tengono d’occhio perchè lo sospettano di poter dialogare via radio con gli americani.
Senza inutili lacrime Anna ringrazia e non aggiunge altro. Sa che la sua sorte è segnata, Sarà catturata e fucilata cinque giorni dopo.
Lasciando in Marcel il dubbio se rivelare a suo figlio (Jeanne senza dire una sola parola non si sa come pare essere tacitamente al corrente della suo tradimento) il tempo in cui suo padre è stato diverso da quel che il mondo si aspetta da lui.
Per orgoglio e fierezza, o meschina vigliaccheria. Non lo sa, si affida al diario.
Che è una testimonianza di essere ancora vivo.