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Per una lettera
mai scritta per quei pochi
goduti di sfuggita
momenti allegramente certo a scorno
del tedio e dell’angoscia,
per quelle frasi smozzicate dette
sotto il gran peso
della calura estiva tu vorresti
ricominciare (o meglio, cominciare)?
Ma non saprei neppure più trovare
quel giardinetto vuoto e silenzioso
frequentato da vecchi e poveretti —
ricordo dietro un’abside di chiesa —
(che differenza mai da una canonica
qualunque di campagna
in un borgo qualunque di Romagna?)
che non sembrava certo parigino:
ci ascoltavamo in radio i Culture Club
è vero sì che mi è rimasto impresso
di sicuro non era il Luxembourg,
ma quella volta (dieci anni dopo)
che ho ben pensato di ricostruirlo
da me per me soltanto e nella mente
assorto in square de la Tour Saint-Jacques
(ma felice di più!) mi ha colto il dubbio
che, se alla fine un luogo vale l’altro,
anche un amore, forse,
vale quell’altro e l’altra volta invece
che per scherzo ti ho detto che ti amavo —
eri un’altra, però —
in quell’ultimo banco a cicalare
durante la lezione di informatica
e lo pensavo, invece, veramente
e tu ti sei schermita (ma per scherzo?)
non vale, in fondo, come questa volta?
È troppo tardi. L’attimo è passato:
la compagnia dei guitti che ha inscenato
per gioco l’atellana di quei giorni
felici e sciocchi
(felici perché sciocchi)
ha smontato e non torna sui suoi passi:
c’è un momento preciso in cui bisogna
dire o non dire e, poi, lasciare andare:
tutto il resto non conta.
E c’è un momento in cui bisogna crederci,
lasciarsi andare e non pensarci più:
in fondo amare è sempre una scommessa,
scommettere sul vuoto
che, invece, non sia vuoto veramente,
sia il campo di una forza sconosciuta
testarda e irrazionale
che contro ogni evidenza ci soccorra,
che contro ogni evidenza ci sostenga,
che contro ogni evidenza ci sollevi
ad altezza del volo delle rondini.
Non so che cosa mi abbia preso allora,
ma quella volta forse ci ho creduto:
più o meno (più?) come quell’altra —
eri un’altra, però —
che ai primi giorni della primavera
ho sostato giulivo al tuo cancello
(sorridente e festoso,
fantasticando un attimo felice)
in dubbio se suonare
o no quella domenica
e il lunedì mi hai detto che non c’eri.
Eri tornata col tuo primo amore.
A che vale soffrire e perdurare
finire e, poi, ricominciare?
“Serba —
io ti avrei scritto, invece —
per qualcun altro il tempo dei sospiri”.