CRISI
Si svegliò con l'arsura in gola. Si sollevò un poco, appoggiandosi su un gomito, nel buio. Una corrente veloce tirava dalla porta finestra spalancata.
Gli faceva male la testa, un pulsare posteriore. Intrave-deva, sul tavolino, la bottiglia di liquore alle banane. La fissò, e si rese conto di essere nel soggiorno; non nel suo letto, ma sul divano.
Mise giù le gambe, sedette. Si sentiva in disordine, con l'alito cattivo e la bocca impastata. Si alzò mormorando qualcosa e andò in slip alla porta finestra.
Vedeva la campagna rischiarata dalla luna. Il frinire sommesso dei grilli, lontano. Rabbrividì e incrociò le braccia sulla pancia. Si chiese cosa l'avesse svegliato, forse il cane dei Pernotti. Lo sentiva quando dormiva in soggiorno.
Cercò di non fare rumore mentre passava in corridoio. Si era messo addosso un pigiama che aveva trovato, piegato, sul tavolino. Aveva sete, una gran sete. Pensò di farsi una menta ghiacciata.
" Fabio. "
Il sussurro era venuto dalla porta socchiusa che aveva appena oltrepassato. Tornò indietro e mise la testa nella fessura. " Solo un attimo " disse a bassa voce.
Si sciacquò la bocca, in bagno. Si lavò i denti, contemplando la sua faccia allo specchio, nel chiarore lunare che filtrava dalle persiane socchiuse. Gli sembrò di dimostrare esattamente i suoi anni, trentuno. Né di più né di meno. Tornò alla porta socchiusa, rimise dentro la testa.
" Ci sei? "
" Sì. "
Entrò, andando adagio verso il lettino nell'angolo, finché distinse la faccia della bambina che lo guardava con gli occhi ben aperti.
" Guarda un po' " sussurrò. " C'è qui una fragola matura; quasi quasi me la mangio, ha l'aria di essere proprio dolce. "
La bambina si coprì la faccia con il lenzuolo,ridacchian-do.
" Sstt " fece lui.
Sedette sul bordo del letto, che cigolò; scostò il lenzuolo e ricomparve la faccia della bambina.
" Papi " disse.
Aveva un'espressione triste. Lui le carezzò i capelli. " Ti piaceva proprio, eh? "
La bambina contemplò il soffitto chiaro; dopo un istante fece segno di sì, poi fece un grande sospiro. Lui osservò, pensieroso, la sua piccola faccia sconsolata.
Quella sera, dopo cena erano andati alla festa del paese. Quando Monica aveva visto la ruota della fortuna si era messa a saltellare, li aveva tirati per mano, lui e Claudia. " Tentate la fortuna " l'uomo dietro il banco andava qua e là mostrando i premi, strizzando l'occhio ai bambini. Il terzo premio era una bambola con le trecce e un sorriso timido: appena Monica l'aveva vista, le si erano illuminati gli occhi. Lui l'aveva presa in braccio, perché vedesse meglio. Al giro del terzo premio, Claudia le aveva dato il biglietto, e lei se l'era tenuto stretto, fissando ora la ruota che girava, ora la bambola. La guardava con un sorriso di simpatia, battendo le palpe-bre; aveva preso ad agitare il biglietto... Poi la ruota si era fermata, ed una ragazzina più grande aveva strillato trionfante. Monica era rimasta a guardarla a bocca
aperta.
" Vuoi che riproviamo? " le aveva chiesto Claudia.
" Ci sono altre bambole come questa? " aveva chiesto lui all'uomo della ruota.
Adesso Monica lo guardava seriamente.
" Lei era mia amica, sai? si chiamava Annie. Quando la portavano via, da quella là, lei mi guardava. "
" Te ne troverò una uguale " le sussurrò. " Ne troverò una come lei. "
La bambina inarcò le sopracciglia. Mosse una gamba sotto il lenzuolo, alzò il ginocchio e rimase a guardare la piccola protuberanza. " Come farai? "
" Busserò in tutte le case e chiederò: è qui che abita una bambola con le trecce lunghe? si chiama Annie; perché c'è una bambina che l'aspetta... così forse una volta mi aprirà lei. "
Monica scoppiò a ridere, immaginando la scena di suo padre che parlava con Annie.
" SStt " fece lui. Poi si girò verso la porta, e vide Claudia.
Era in vestaglia, aveva la faccia assonnata.
" Sentivo parlare... " disse, con voce un po' rauca. " Cosa c'è? "
" Mami " disse Monica.
Mentre si avvicinava lo guardò. La bambina guardò entrambi. Claudia si chinò a baciarle la fronte. " Hai sete? " le chiese.
Monica scosse la testa. Poi annunciò: " Papà cercherà Annie. "
Claudia accese la lampada sopra al frigo; aprì il frigo e prese la bottiglia dell'acqua.
" E' fredda? "
" Non tanto " rispose, e vide che gli occhi di lui si posavano sulla confezione di birra. Tastò bene la botti-glia, " Prima di andare a letto l'ho riempita " disse, e richiuse il frigo.
Si era versato un dito di sciroppo alla menta nel bicchiere, Claudia lo riempì con l'acqua.
Lui contemplò il bicchiere. " Ci vorrà del ghiaccio " disse, e fece per alzarsi.
" Aspetta, lo prendo io. "
Sedettero assieme. Per un po' guardarono attraverso la finestra, le villette di fronte con i tetti rischiarati dalla luna, il filare di gelsi, lontano, in mezzo alla campagna.
Era giugno, ma ancora doveva arrivare il caldo, quello vero. Di notte si stava bene, ma era meglio dormire con le finestre aperte. Quando si era disteso sul divano non credeva che si sarebbe addormentato; non credeva che avrebbe bevuto a quel modo. Voleva solo riflettere un po'.
Sorseggiò l'acqua e menta, facendo tintinnare il ghiaccio. Voleva scacciare il sentore liquoroso che ancora gli patinava la gola.
" A cosa pensi? "
" In particolare, a niente. "
Dopo un po' lei disse: " Cosa metterai per andare da Lorenzo e Flavia? "
Lui la guardò come se avesse ricordato in quel momento. Ci pensò su. Alla fine si limitò a scrollare le spalle.
Claudia sorrise. " Lo stesso farò io. Così saremo equilibrati. "
Le passò un braccio attorno alle spalle, lei si avvicinò un poco e lui sentì il suo profumo.
Dalla finestra chiusa entrava il silenzio della campagna e del paese addormentato.
" Non mi sembri entusiasta, di domani sera " disse Claudia guardando il bicchiere posato sul tavolo.
" Se devo essere sincero, non lo sono. Non puoi pretendere che lo sia " rispose, e fissò anche lui il bicchiere. " Li trovo sempre troppo attenti che tutto sia a posto, troppo precisi nel parlare. Quando parli tu, sembra sempre che, con quel sorriso indulgente, Lorenzo ti perdoni la tua
imprecisione. "
Claudia considerò l'aria distante di lui. " Ricky e Giovanna " disse, " Con loro andava bene. Eri a tuo agio " non riuscì a trattenere uno sbadiglio, si coprì la bocca con la mano. " Sembravano così... felici " continuò con voce assorta. Distese le gambe sotto il tavolo. Lui le guardò.
" Ancora adesso non riesco a... Giovanna non vuole ancora parlarne, ma mi chiedo: se si volevano bene, " gli rivolse uno sguardo interrogativo, " Come faranno? "
Lui annuì impercettibilmente. Le tolse il braccio dalle spalle, per avvolgere con entrambe le mani il bicchiere. Tornò a fissare la finestra.
Claudia osservò per qualche istante il suo profilo, poi si alzò.
Lo chiamò prima di uscire dalla cucina. Lui volse la testa.
" Credo che dovresti andare. "
Era in piedi nella cornice della porta, la figura sfumata nella penombra. " Se è quello che vuoi, dovresti farlo " disse. Lo guardava con dolcezza, con comprensione. Lui accennò a dire qualcosa ma lei lo prevenne: " Continui a pensarci. Io so che è quello che vuoi. Sono solo sette
giorni, una settimana. " Aveva una voce incoraggiante. Lui sentì il tono amichevole, rassicurante.
" Davvero. Dovresti andare. Io mi occuperò di Monica. Non ci annoieremo. "
Rimase a contemplare il cielo pieno di stelle, pensando a che effetto doveva fare correre con la moto, nel silenzio della notte... Pensò ad una strada che percorreva una valle, con pareti di roccia oscura ai lati. Pensò a un lago tranquillo, pieno di morbidi riflessi lunari.
Era stato in un posto simile, anni fa. C'era stato con Gillo e Spalding, avevano piantato una canadese sulla riva. Sette anni fa. Quando non c'era Claudia. Quando era solo con se stesso.
Aveva sete, non di acqua e menta. La birra era in frigo, bastava che si alzasse. Sentiva il pigiama fresco sulla pelle. Si guardò le braccia sul tavolo: le pieghe azzurrine del pigiama,
nero-azzurrine, disegnavano un paesaggio strano. Vedeva se stesso, minuscolo su una moto minuscola, attraversare quel paesaggio. Si passò la lingua sulle labbra.
In corridoio vide la luce che filtrava da sotto la porta del bagno; sentì il picchiettare sommesso della doccia. Davanti alla porta della bambina si fermò, spiò dentro per vedere se Monica dormiva. Ascoltò il silenzio di quel sonno infantile.
Accese la luce del soggiorno. Il divano era stato rassettato. I suoi vestiti non erano più appoggiati sul bracciolo. Guardò il tavolino, poi la vetrina della credenza: la bottiglia era lì.
Contemplava la stanza senza entrare, come se l'ordine ricreato da poco glielo impedisse. Sentì la porta del bagno aprirsi; il passo leggero di sua moglie nel corri-doio. Sentì che esitava prima di entrare in camera da letto.
Spense la luce e andò di là.
Si distese sulle lenzuola e iniziò a fissare il soffitto. Iniziò a pensare all'etichetta gialla e blu del liquore alle banane.
La stanza era immersa nel silenzio, nel tenue chiarore della notte. Per un attimo gli parve di sentire lo scricchiolio del tappo mentre lo svitava, l'odore dolciastro che si effondeva. Claudia era in piedi di fianco al letto, dall'altra parte. Sciolse la cintura dell'accappatoio.
" Ti fa ancora male la testa? " disse con dolcezza.
Lui sentì l'accappatoio cadere. " Un poco " rispose. " Adesso va meglio. "
Per un po' rimasero in silenzio, coricati uno di fianco all'altra. Lui era consapevole del corpo nudo di Claudia.
" Non so se andrò " disse ad un tratto.
" Dovresti " rispose lei, e sorrise. Lui sapeva che stava sorridendo, si chiese fino a che punto nascondesse la preoccupazione.
Due anni fa l'avevano chiamato, Gillo e Spalding; ma lui non era andato. Non l'aveva neanche detto a Claudia. L'aveva rimuginato fra sé - se l'era tenuto dentro. Aveva cominciato a pensare, e qualcosa in lui era venuto fuori. Qualcosa che l'aveva come bloccato. Si era messo a bere allora. Nel giro di un mese si era messo a bere sul serio. Provava un senso di profonda demotivazione. Dormiva poco. E beveva. Era stato ad un passo dal perdere il posto di lavoro.
Claudia si avvicinò, le lenzuola frusciarono sommessamen-te. Si mise di fianco e cominciò a guardarlo. Ad accarez-
zarlo. Lui scese un poco nel letto, appoggiò la testa al suo seno.
Ricordò di una notte in cui era stato molto male. Era il culmine di quel periodo in cui gli sembrava di allontanarsi irrimediabilmente da tutto. Non parlava quasi più. Claudia cercava di stargli vicino, ma sapeva quando doveva lasciarlo solo. Anche lei aveva finito per tratte-nere le parole, forse anche lei rifletteva; e doveva anche occuparsi della bambina, che era ancora troppo piccola per capire. Quella notte non aveva dormito sul divano. Non aveva bevuto. Era lì, disteso a fianco di sua moglie, come adesso, e stava male. Non sapeva cosa sarebbe successo.
Poi lei era riuscita a vincere la barriera tra i loro corpi. L'aveva come avvolto con il proprio corpo e avevano dormito così, lei sopra di lui. Per un poco avevano dormito, poi si erano svegliati e avevano fatto l'amore. Non lo facevano da mesi, e ad un tratto lui aveva sentito qualcosa dentro di sé, come se due ruote dentate avessero ritrovato sincronia e qualcosa avesse ripreso a funzionare.
Sentiva il profumo di lei. Era un profumo familiare. La sveglia ticchettava sommessamente, nel silenzio. Mentre gli carezzava i capelli, cercò di pensare a quanto le voleva bene.
Lei infilò una mano sotto la maglietta e cominciò a sfiorarlo, cominciò a baciarlo, a stringerlo.
Claudia sembrava dormire, il braccio destro piegato sul busto di lui, la mano sul petto.
Dal modo in cui respirava, capiva che stava dormendo. Guardò la sveglia sul comodino; poi lasciò che l'aria gli uscisse dai polmoni, lentamente. Girò uno sguardo alla stanza, ai mobili, agli oggetti che la semi oscurità non riusciva a confondere. Le spostò il braccio, con delica-tezza. Inspirò, e adagio sedette.
Attraversò il corridoio, aprì la porta in fondo ed entrò nel garage. Restò così, fermo per qualche minuto.
Fissava la forma circolare, argentea di un faro, in fondo al garage. Il faro era spento. Andò verso la moto, sentendo un rimescolamento nel petto. Salì in sella.
La gomma alettata dei pedali gli solleticava i piedi nudi. Impugnò le manopole del manubrio, e si piegò in avanti nel debole chiarore che filtrava dalla finestra traslucida.
Pensò alla strada che scorreva, alle stelle che galleg-giavano sopra di lui... la roccia che si ergeva ai lati della strada... chiuse gli occhi, si abbassò fino a toccare il serbatoio con il petto. Li vedeva, con i caschi sotto braccio, seduti sulla moto a contemplare il lago. Gillo e Spalding. Non si erano sposati. Forse non lo avrebbero mai fatto. Li vedeva sorridere, con un'aria un po' incosciente. E vedeva se stesso, con la stessa faccia, la stessa aria loro.
Due settimane prima il telefono aveva squillato. Gillo gli aveva detto: " Come ai vecchi tempi, in fondo cos'è cambiato? " Si raddrizzò sulla sella e scrutò le pareti bianche del garage, le mensole, il cassettone nell'angolo; dentro il cassettone era piegata, nel cellofan, la sua tuta da centauro. " Sarà come allora, dai, quasi non ci ricordiamo più la tua faccia. "
Pensò a sua figlia, che lo guardava incuriosita facendo capolino dal corridoio, mentre si provava un vecchio gilet jeans con una quantità di spille, l'aveva levato subito e rimesso via. Era stato la sera prima. Esco un po', aveva detto a Claudia; lei gli aveva sorriso. Gli sorrideva anche sua figlia. Lo trovava simpatico, persino quando era ubriaco.
Seduto sulla moto, in fondo al garage, cercava di valutare fino a che punto stava ricadendoci. Nella crisi. Cercò di capire se andare via gli sarebbe servito.
Nel silenzio, sentì dei passi veloci, leggeri e veloci. Guardò la porta, che si aprì. Claudia entrò e i suoi occhi guardarono subito verso di lui. Erano spalancati, come quelli di una bambina che ha paura del buio. Che si è trovata da sola al buio. Lo guardava, era piccola nella vestaglia bianca, e tremava. La rivide come l'aveva lasciata poco prima, il movimento incosciente del braccio sul lenzuolo dal quale si era alzato.
" Ho fatto-un sogno " disse.
Gli pareva che stesse per piangere. Scese dalla moto e andò da lei. Vide che lo guardava con impotenza, con occhi smarriti.
" No " le disse. Senza sapere di preciso cosa voleva negare.
Le circondò le spalle con un braccio, allungò l'altro e chiuse la porta, poi spinse Claudia contro il legno. La abbracciò e ripeté:
" No. "
Rimasero abbracciati, stretti contro la porta nel silenzio della casa.
Crisi testo di Chris