Un poeta scriveva,
faceva scivolare la sua penna,
come magica, sulla carta
in una frenetica danza.
Riempiva fogli con stupende
elaborate, affusolate rune,
componendo disegni
di un'emozionante bellezza.
Tutto quello che passava
davanti a lui o nella mente
la sua penna faceva danzare
come fosse la sua amante.
Sì, la penna era tutto per lui,
il ponte tra la sua mente effimera
e la carta dalla grande memoria,
la sua più cara amante.
Scriveva e cantava di ogni cosa,
e una musica armoniosa
con le sue fantastiche rune
s'integrava in un disegno perfetto.
Ma nessuno capiva cosa scriveva,
nessuno, tranne egli, riusciva
a leggere quelle splendide rune,
per quanto si sforzasse.
Rimanevano agli occhi degli altri
solo dei bellissimi disegni,
alle loro orecchie solo armoniosi,
dolci, talvolta tristi, talvolta potenti, suoni.
Invece il significato di quelle rune
non riuscivano a capirlo,
non comprendevano quella scrittura
così magica, così piacevole.
E il poeta si arrabbiava,
e odiava; sì, provava odio
per tutti quelli che non capivano
le sue opere, che non capivano lui.
Perché ogni sua poesia era
una parte di lui che veniva alla luce,
che usciva dalle tenebre
per vedere il sole.
Erano le sue figlie nate dall'unione
con quella magica penna,
ed erano le uniche cose
che sinceramente amava.
Un poeta e la sua penna testo di The_Monta