Ventitrè anni, neanche un figlio. Chissà se l'avrò mai un figlio. Certamente lo vorrei avere, un giorno, ma con chi? Una moglie? Non mi ci vedo sposato e neanche con una compagna al mio fianco. Non so se riuscirei a mantenere un rapporto stabile, non far rotolare tutta una storia per colpa della mia noia.
Neanche a convivere mi ci vedo. Una donna accanto tutta la vita, un figlio che proteggo sotto la mia ala di padre finchè non sarà troppo grande e volerà via. Vicino mi rimane una donna che invecchia con me, che sopporta il mio essere lunatico, scorbutico e stressante.
Allora, forse, niente compagna di vita. E niente figli, non so neanche che padre sarei. Meglio di no, meglio affidare ad altri il compito di creare il futuro, a completare il mondo con nuovi probabili scrittori, politici, scienzati o operai.
Chissà poi, davvero, che padre sarei. Un padre egoista, un padre cattivo; un insensibile, incomprensibile, assente, instabile uomo fallito. Che visione pessimistica.
Ne ho 23, quasi 24. Vedete, da quando ho iniziato a scrivere sono già più vecchio. Il futuro diventa sempre più presente e il presente diventa sempre più passato. Forse domani sarò un padre, ma oggi sono io il figlio.
Penso al domani e non a quello che sono in questo momento.
Altro che padre, ma io che figlio sono stato? E che figlio sono adesso?
Mio padre è di là che guarda la tv insieme a mia madre; io sto scrivendo come un sognatore che ha preso troppi sonniferi.
"Svegliati," penserà mio padre. "Svegliati, figlio mio, e lascia perdere i tuoi sogni da adolescente, che tanto non lo sei più."
Svegliati e abbraccia la vita reale. "Non fare il difficile," pensa lui. "Abbandona la culla, riponi i tuoi sogni nel cassetto e prendi una decisione, una buona volta. Cosa vuoi fare nella vita?"
Mia madre non direbbe così.
Mia madre non ammetterebbe di avere un figlio difficile che non sa cosa raccogliere dalla vita. Suo figlio ha un orto intero da seminare, ma è troppo impaurito e sciocco per lavorarci sù.
Il figlio che sono: un bambino viziato con una scusa pronta per non partire mai, per non ingranare mai la marcia giusta. Una piccola e mediocre trottola che gira sempre su stessa e si esaurisce nel solito punto.
Penso a che padre sarò, ma non al figlio che sono adesso. Che buffo, anche a 40 anni sarò sempre lo stesso figlio, ma con qualche chilo e qualche ruga in più. E padre? Chissà.
Mia madre è venuta di qua, ha visto che stavo scrivendo qualcosa.
Mi ha fatto una carezza, ha chiuso le persiane ed è uscita dalla mia stanza chiudendosi dietro la porta. Chissà cosa ha pensato di me. Da lei otterrei solo un'omertà piena d'amore, una bugia a fin di bene. Non mi direbbe mai che sto sprecando tempo. Che magari la deludo un pò.
Sono ancora più vecchio, adesso, mentre pubblico questo testo.
Guardo sotto di me, sono su di giri. Guardo: sto girando. Sono la trottola. E sono sempre nello stesso punto.
Il figlio che sono.. testo di Cabeza