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Del mio vivere errabondo cosa rimarrà?
un’increspatura che s’acquieta
forse un pianto che s’asciuga
o un vetro sporcato
un verso malfermo
una nota persa
o, chissà, un’impronta ch’affonda
Melma e grano
si prenderanno gioco
delle mie spoglie mortali
Cosa rimarrà, dunque?
un rumore, flebile
che solo orecchie pronte udranno
lo scroscio della pioggia che cade
il fruscio del vento che muggisce
e scolpisce e scuote rocce e anime brade
Il frullo di ali gentili
il contorcersi di sagaci bisce
Tutto questo io sarò
una matassa sciolta
fili pronti per nuovi orditi