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Capitolo 1 – Briciole di gloria
Sono passati due anni da quella gara.
Due anni da quel rettilineo infinito, dove tutto si era compiuto,
e forse anche concluso. Ma il tempo non ha cancellato nulla.
Nel capanno rosso, tra l’odore di ferro e olio bruciato, i ricordi non se ne sono mai andati. Alle pareti, le foto incorniciate raccontano più di mille parole: l’E36 al centro, tutta la squadra Squerciatombini attorno. C’è Nikos con lo sguardo fiero, Mario Motorsport che sorride come un ragazzino, e Giulia che alza la coppa appena vinta. Il giro più veloce della giornata con il titolo Fast Lap portava il nome di Alex.
Una foto, più grande delle altre, domina il muro sopra il banco da lavoro. L’ha fatta stampare Lele in misura da poster. Dice sempre che, quando la guarda, gli sembra di sentire ancora il motore urlare nel vento.
Max arriva al capanno due sere a settimana.
Lele lo aspetta con la moka gia pronta, le tazze sbeccate e due sgabelli di legno sistemati l’uno accanto all’altro. È il loro briefing serale, come lo chiamano per scherzo, parlano di tutto, ma soprattutto di quell’anno, che a ripensarci adesso pare una maratona di emozioni forti, difficili da replicare.
Ricordi marchiati sulla pelle.
E nell’anima.
A milleduecento chilometri di distanza, in Grecia, c’è il terzo uomo di quella storia.
Il pilota designato. Alex.
Quando hanno caricato l’E36 sulla nave, lui l’ha seguita con il primo volo per la Grecia, insieme a Katerina. Da allora non è piu tornato. Forse perché, tra il mare e le colline d’agrumi, ha trovato la serenità che non sapeva di cercare. O forse perché, in quell’angelo di ragazza che lo aveva curato, aveva finalmente trovato casa.
Capitolo 2 - La scommessa al porto
Trent'anni prima...
L’aria di Gythio sapeva di sale e di fritto quella sera.
Le barche dei pescatori oscillavano pigre, e dal molo arrivava l’odore dolciastro del gasolio mescolato al mare. Nikos era seduto a un tavolo traballante fuori da una taverna, con una bottiglia di ouzo a metà e un mazzo di carte consunto.
Jack Sullivan aveva la camicia sbottonata sul petto abbronzato e un sorriso largo da uomo che non ha mai perso nulla davvero. Sua moglie, una bionda magra e silenziosa, guardava il porto come se aspettasse un traghetto per tornare a casa.
« One more hand, farmer? » disse Jack, mescolando le carte con dita abituate a un volante più che a un mazzo.
« Last one, » rispose Nikos, senza alzare lo sguardo.
Giocavano a “Tiri Tiri”, un gioco vecchio, imparato da Nikos da ragazzo nelle sere d’inverno, quando l’unica cosa che scaldava erano le risate e il vino.
Le carte scivolavano sul legno, i bicchieri tintinnavano, e il mare, dietro di loro, sembrava trattenere il fiato.
Jack bluffava. Nikos lo sapeva: lo vedeva nel modo in cui tamburellava il dito sull’etichetta della bottiglia, come se stesse cercando la marcia giusta per uscire da una curva.
« Call, » disse Nikos, gettando le carte.
Jack lo guardò, poi sorrise, scoprendo il suo gioco perdente.
« Well, shit.»
Ci fu un attimo di silenzio, poi l’americano rise, una risata piena e sonora, di quelle che sciolgono ogni distanza.
«You win, my friend. I owe you something special.»
Nikos scrollò le spalle.
« Keep your money, Jack. Was just a game.»
Ma Jack scosse il capo, serio.
« Not money. Something better. You’ll see.»
Due mesi dopo, una mattina, un camion arrivò da Patrasso con una cassa enorme coperta da un telone cerato.
Nikos tolse i legacci, e davanti a lui apparve una Nascar rossa e bianca, con il numero 43 sulla fiancata e ancora l’odore d’asfalto addosso. Sul sedile, piegata con cura, una lettera:
A man who grows fruit this good deserves to feel horsepower.
Capitolo 3 – All’alba, verso Atene
Le cicale avevano iniziato presto quella mattina.
Un gracchiare continuo, ostinato, che sembrava salire dal terreno stesso e avvolgere il solarium come una coperta sonora.
Nikos sedeva con la schiena appoggiata al muro bianco, una tazza di caffè greco tra le mani grandi e segnate. Katerina e Sofia parlavano a bassa voce poco più in là, mentre Alex fissava l’orizzonte oltre la balaustra, dove il mare iniziava a farsi luce.
«Domani mattina all’alba verresti a darmi una mano? » chiese Nikos, come se stesse parlando del tempo.
Alex si voltò verso di lui.
« Certo. Così mi stacco dal lavoro al pc per un giorno.»
Nikos annuì, soddisfatto.
« Gli operai sono in ferie. Devo portare un carico di arance ad Atene, da un amico. Da solo è lunga.»
Non aggiunse altro. Non ce n’era bisogno.
In Grecia, certe richieste non si spiegano: si fanno, e basta.
Partirono che il sole non era ancora del tutto sorto.
Il camion arrancava lungo la strada costiera, carico di casse d’arance che profumavano l’aria della cabina di un odore dolce e pungente. Alex guidava a tratti, più per cortesia che per necessità. Nikos conosceva ogni curva come una vecchia cicatrice.
«Questo mio amico» iniziò Nikos, rompendo il silenzio «Fa i mercati paesani. Frutta e verdura, da sempre.»
Fece una pausa.
«Ma è malato di motori. Peggio di noi.»
Alex sorrise.
« Peggio di noi è difficile.»
«Diceva di voler correre, da giovane. Poi è arrivata la vita.»
Nikos fece un gesto vago con la mano, come a indicare tutto il resto: famiglia, lavoro, compromessi.
Il camion lasciò la costa e iniziò a salire verso l’interno. Il mare sparì, sostituito da colline secche e uliveti. Le casse dietro scricchiolavano a ogni buca.
«Quando ha saputo che eri tu» continuò Nikos «Quello della BMW…»
Scosse la testa.
«Vedrai.»
Arrivarono ad Atene a metà mattina, in un quartiere che non aveva nulla di monumentale. Case basse, strade strette, un cortile polveroso dove un vecchio camioncino verde era parcheggiato storto.
L’amico di Nikos uscì dalla porta prima ancora che spegnessero il motore. Era basso, compatto, con le mani nere di terra e un sorriso troppo grande per la faccia.
«Nikos!» urlò, abbracciandolo come se non si vedessero da anni.
Poi guardò Alex.
«E questo dev’essere lui.»
Alex non fece in tempo a rispondere che l’uomo gli afferrò la mano con entusiasmo.
«Tu sei Alex, vero? Il pilota. Quello che in Italia faceva volare la BMW di questo qui.»
Indicò Nikos come se fosse un vecchio complice.
«Volare è una parola grossa» disse Alex.
«Ma dai!» rise l’altro. «Prima il caffè. Poi parliamo di lavoro.»
La cucina era piccola, invasa dall’odore di caffè e pane tostato. Sulle pareti, calendari di mercati e una foto ingiallita di una vecchia moto.
Non appena Alex si sedette, iniziò l’interrogatorio.
«Com’era la macchina?»
«Era davvero così difficile da guidare?»
« È vero che in gara non senti più niente, solo il motore?»
Le domande uscivano una dietro l’altra, senza cattiveria, senza filtri.
Nikos osservava la scena in silenzio, con un mezzo sorriso.
Alex rispondeva con calma, scegliendo le parole. Parlava di assetti, di notti passate in officina, di chicane prese male e rifatte il giro dopo. Non raccontava la conquista del trofeo: raccontava il resto.
A un certo punto, l’uomo si appoggiò allo schienale della sedia, soddisfatto.
«Sai» disse «certe cose non ti passano mai davvero.»
Nikos alzò gli occhi verso di lui.
«Lo so.»
Fuori, nel cortile, il camion attendeva. Le arance anche.
Ma qualcosa, in quella cucina, aveva appena iniziato a muoversi. Rimasero ad Atene fino al primo pomeriggio.
Le casse d’arance passarono di mano in mano, il cortile si svuotò lentamente, e il sole cominciò a schiacciare l’asfalto con una luce bianca e impietosa.
L’amico di Nikos accompagnò il camion fino al cancello. Prima che Alex salisse in cabina, lo fermò con una mano sulla portiera.
«Se un giorno…» iniziò, poi si interruppe.
Scosse la testa, sorridendo.
«Niente. Vai. È bello averti incontrato.»
Il viaggio di ritorno fu più silenzioso.
Il caldo rendeva l’aria densa, e il motore del camion sembrava lamentarsi a ogni salita. Alex guidava, il finestrino abbassato, il braccio appoggiato fuori come faceva un tempo in pista, quando cercava aria nei rettilinei più lunghi.
Nikos lo osservava di sbieco.
«Ti manca.»
Non era una domanda.
Alex non rispose subito.
«Non come pensavo» disse infine.
Poi aggiunse, quasi per sé:
«Mi manca il rumore giusto.»
Nikos annuì.
«Il silenzio sbagliato è peggio.»
Capitolo 4 - La Sorpresa
Arrivarono a Gythio che il cielo stava cambiando colore. Le cicale avevano smesso, sostituite da un vento leggero che portava odore di mare. «Non svoltare verso casa Alex, tira dritto, Portami al magazzino portuale,» e così fece.
Appena arrivati li, Nikos scese dal camion e fece un cenno ad Alex che lo seguisse, appena dentro al magazzino dove erano stoccate centinaia di casse Nikos si fermò in un angolo dove coperta da un telo c’era qualcosa che non centrava niente col resto.
Sorridendo prese un lembo del telo e guardò Alex, «Pronto?» e l’altro guardandolo senza capire dove voleva arrivare, «Pronto per cosa?» un attimo dopo aver tirato con forza il telo erano avvolti dalla polvere ferma ormai da anni, Nikos rideva, Alex tossiva imprecando in veneto, più che per la polvere per quello che si trovava davanti agli occhi, una Chevrolet Lumina NASCAR!
«Nikos ma come cazzo ci è arrivata qui?, voglio dire, come fa ad essere qui questo razzo a stelle e strisce ?»
Nikos sorrise, con la mente che tornava a un’altra sera, a un altro porto.
«Non so se ci crederai… ma l’ho vinta a carte da un amico americano. Poi me l’ha spedita al porto.»
Alex si portò le mani tra i capelli. Scoppiarono a ridere.
«Se non me la raccontavi tu, non ci avrei mai creduto.»
Si fece serio.
«Ma scusa… da quanti anni ce l’hai?»
«Più di venti.» Nikos scrollò le spalle. «Sempre spostata a mano o su un carrello. È sotto quel telo da dieci anni, ormai. Dai… scoprila del tutto. Non farti riguardo.»
Alex afferrò il lembo e tirò via la coperta.
Era un proiettile.
Emanava velocità solo a guardarla.
«Senti, Nikos… ma»
«Ma niente,» lo interruppe. «Prenditene cura. Dai porta dentro il camion che prendo le prolunghe e la tiriamo su col verricello.» Dopo mezzora erano già sulla strada di casa.
Katerina li aspettava sulla terrazza, con due bicchieri d’acqua fredda e uno sguardo che capiva più di quanto dicesse.
Quella sera, dopo cena, Alex non riuscì a dormire.
Si girò nel letto più volte, finché capì che non sarebbe servito a niente.
Scese piano le scale, attraversò il cortile e si fermò davanti al magazzino personale di Nikos.
La porta era socchiusa, Nikos era li che la guardava, la esaminava con lo sguardo.
Rosso e bianco.
Un numero grande sulla fiancata.
Metallo che sembrava ancora caldo, nonostante il silenzio.
Sentì un passo alle spalle.
«Non l’ho mai accesa» disse Nikos. «Aspettava.»
Alex rimase immobile.
«Aspettava cosa?»
Nikos gli si affiancò.
«Qualcuno che sapesse ascoltarla.»
Fuori, il mare respirava piano.
E per la prima volta dopo due anni, Alex sentì che quel rumore , quello giusto , non era poi così lontano.
Nikos si voltò verso di lui.
Là c’è un ponte libero. Se ci riesci… ridalle vita.»
Nikos sorrideva.
Ormai Alex, per lui, non era solo il futuro genero. Era come un figlio.
Alex si accese una sigaretta. Fumò lentamente, girandole attorno, studiandola senza toccarla davvero. Poi la ricoprì, chiuse il magazzino e tornò a letto, accanto a Katerina.
La mattina seguente, Katerina si svegliò e Alex non era al suo fianco.
Scese le scale.
Non era in cucina.
Non era in giardino.
Uscì sotto il portico. In sottofondo arrivava “Surfin’ Bird” dei The Trashmen, bassa ma ostinata.
Il portone del magazzino era aperto.
Dentro di lei qualcosa si strinse: dove c’era quel rock, c’era lui.
Arrivata sull’uscio lo vide.
La macchina era già sollevata sul ponte. Alex era sotto, con le mani sporche, concentrato come se il resto del mondo non esistesse.
«Amore?» disse. «Che combini?»
Lui si girò con un sorriso che non prometteva niente di buono.
«Ciao, Katy. Guarda cosa ho trovato.»
Katerina non rispose. Si voltò di scatto e si diresse verso il terrazzo dove facevano colazione la domenica.
Sapeva che lì avrebbe trovato suo padre.
Nikos era seduto tranquillo, con il primo caffè della giornata. Sofia gli stava accanto.
«PAPÀ!» esplose Katerina.
«Lo so che questa è opera tua!» Katerina rimase in piedi, le mani appoggiate al tavolo.
Nikos sollevò appena lo sguardo dalla tazzina.
«Siediti, Katy.»
Lei non si mosse subito. Inspirò piano, come per non farsi tremare la voce.
«Papà… io l’ho conosciuto lì.»
Fece un piccolo gesto con la mano, come se indicasse un luogo che non voleva rivedere.
«L’ho conosciuto quando non si muoveva. Quando non sapeva se avrebbe rimesso i piedi a terra come prima.»
Nikos appoggiò la tazzina. Non fece rumore.
«Lo so,» disse.
Katerina si sedette, finalmente.
«E adesso lo guardo là sotto…» abbassò lo sguardo verso il magazzino «…con quella cosa mostruosa. E rivedo gli stessi occhi.»
Nikos scosse piano la testa.
«No. Quelli occhi non sono gli stessi.»
«Papà»
«Ascoltami.»
Il tono era fermo, non duro.
«Alex è quasi morto una volta. E quando uno torna indietro da certe cose, non è più lo stesso uomo.»
Katerina serrò le labbra.
«È proprio questo che mi fa paura.»
Nikos la guardò a lungo. Poi parlò più piano.
«Io non gli ho dato le chiavi. Gli ho dato tempo. E rispetto.»
«E se non bastasse?»
Nikos sospirò.
«Allora saremo noi a fermarlo.»
Katerina lo fissò.
«Tu lo fermeresti davvero?»
Nikos non rispose subito.
«Se sentissi che sta per rifare lo stesso errore… sì.»
Un silenzio breve, teso.
«Io non voglio rivivere quel giorno,» disse lei.
«Non voglio rivederlo su un letto d’ospedale, papà.»
Nikos allungò una mano e gliela posò sopra.
«Nemmeno io.»
Dal magazzino arrivò un colpo secco di metallo una sequenza di bestemmie in dialetto veneto.
Niente di grave.
Ma abbastanza.
Katerina ritirò lentamente la mano.
«Devo fare una telefonata.»
Nikos non chiese a chi.
Annuì soltanto.
Capitolo 5 - I fioi
Katerina prese in mano il cellulare.
Le mani le tremavano appena, quel tanto che bastava per accorgersene.
Si sedette sul divano del grande salone, quello che guardava le colline greche. Fuori la luce era già piena, immobile, ma dentro di lei qualcosa correva troppo in fretta.
Scorse la rubrica senza davvero guardare i nomi.
Quando trovò Lele, non esitò.
Lui rispose quasi subito.
Non disse ciao.
«Cos’è successo, Katerina.»
Lei chiuse gli occhi un istante.
«Ciao, Lele. Ancora niente…» fece una pausa, cercando di tenere ferma la voce. «Ma mi è preso il panico. Dovevo avvisarvi.»
Parlò piano, senza fretta, come se avesse paura che le parole potessero accendere qualcosa a distanza. Raccontò del magazzino, della macchina sotto il ponte, di Alex che non aveva dormito. Non usò mai la parola Nascar. Non ce n’era bisogno.
Dall’altra parte, silenzio.
Un silenzio lungo il giusto.
Poi la voce di Lele tornò, più bassa.
«Ok. Ho capito.»
Katerina trattenne il fiato.
«Non dirgli che mi hai chiamato,» continuò lui. «Adesso mi organizzo con Max.»
Lei annuì, anche se sapeva che non poteva vederla.
«Non preoccuparti,» disse ancora. «Ci pensiamo noi. Tu cerca solo di tranquillizzarti, va bene?»
«Va bene,» rispose lei.
La chiamata si chiuse.
Katerina restò seduta, il telefono ancora in mano.
Dal magazzino arrivava, lontano, il rumore sordo di un attrezzo che cadeva sul cemento.
Chiuse gli occhi.
Sapeva che ormai la strada era stata imboccata. Alex, non poteva immaginare quello che si stava muovendo attorno a lui, finì di cambiare l’olio e controllò che l’impianto desse corrente.
Poi abbassò la Chevy dal ponte.
Le gomme, ancora sgonfie, cedettero leggermente sotto il peso. Un lamento corto, quasi impercettibile. Alex lo sentì. Non si fermò.
Versò un paio di litri di carburante additivato nel serbatoio, salì in abitacolo e si sedette.
Per un attimo restò fermo, le mani sul volante.
Fece un respiro profondo.
Azionò l’interruttore generale della batteria.
Poi la pompa del carburante.
Aspettò.
L’ago del manometro salì, si stabilizzò.
Premette a fondo l’acceleratore un paio di volte, secco.
Abbassò l’interruttore dell’accensione.
Gli strumenti sul cruscotto andarono a fondo scala e tornarono lentamente al loro posto, come se la macchina stesse prendendo coscienza di sé.
Alex sorrise.
«Go, baby.»
Premette il pulsante di avviamento.
Il motorino girò.
Il motore borbottò.
Gli otto cilindri provarono a svegliarsi da un letargo troppo lungo.
Due detonazioni secche dallo scarico laterale, un colpo di tosse metallico…
Poi silenzio.
Alex rimase fermo, le mani ancora sul volante.
Non era un fallimento.
Era una risposta.
Appena chiuse la telefonata con Katerina, Lele chiuse il capanno rosso e si diresse in casa.
Lisa stava uscendo con Giulia per andare a fare compere.
«Venite un attimo in cucina.» disse Lele, calmo ma deciso.
«Che succede, papà?» chiese Giulia, notando qualcosa nell’espressione del padre.
«Mi ha appena chiamato Katerina…»
«Alex!» esclamò Lisa, intuendo subito il cardine della faccenda.
«Sì… Alex sta cominciando qualcosa con un’auto. Katerina ci ha praticamente richiesto aiuto… devo ancora chiamare Max.»
Lisa guardò Giulia: «Dai, amore, cerca un volo che parta in giornata.»
Intanto Lele stava già componendo il numero di Max, ignaro di tutto il vortice che a breve lo avrebbe assorbito.
Due squilli. Rispose Max: «Olaa, cavron.»
«Max,» disse Lele, senza perdere tempo, «quanto ci metti a prepararti una borsa da viaggio? Dobbiamo volare dal bocia! Siamo richiesti da Katerina. Non chiedermi perché.»
Silenzio. Poi Max, con tono tranquillo ma deciso: «A che ora passi a prendermi?»
Giulia trovò un volo che partiva da Treviso alle 23:00, diretto ad Atene lo stesso giovedì.
Alle 20:00 in punto Lele era già sotto casa di Max, seduto nel Ducato con il motore acceso.
Aspettò.
Ma dalla porta d’ingresso non uscì Max.
Uscì Sara.
Aveva la faccia di chi ha già fatto dieci domande senza ricevere una risposta decente.
«Senti, Lele… ma siete normali?» sbottò, restando sul pianerottolo.
«Partire per la Grecia senza un motivo valido? E quando pensate di tornare? Max non mi dice un cazzo!»
Lele non scese nemmeno dal furgone. Abbassò appena il finestrino, la guardò e sorrise come uno che sa di stare per peggiorare la situazione.
«Prima che combini uno dei suoi casini è meglio che andiamo a fermarlo,» disse tranquillo.
«Non preoccuparti dai… domenica sera al massimo siamo a casa. Al limite venite su voi.»
In quel momento Max comparve alle spalle di Sara, già con una sigaretta accesa, e senza dire una parola salì sul Ducato.
«Dai Sara,» disse chiudendo lo sportello, «è una situazione di soccorso fraterno. Non arrabbiarti con noi.»
Lei lo guardò un secondo, poi esplose:
«Ma vaffanculo va.»
E rientrò in casa sbattendo la porta.
I due rimasero un attimo in silenzio.
Lele ripartì piano.
«Beh,» disse poi, «dai… l’ha presa con filosofia.»
Max scoppiò a ridere, espirando fumo dal finestrino.
Capitolo 6 - La sorpresa
Atterrarono ad Atene alle tre del mattino.
Presero un taxi direttamente in aeroporto e non dissero quasi una parola per tutto il viaggio.
Alle sei, con il cielo che stava appena schiarendo, erano davanti al cancello della villa di Nikos.
Appena il taxi ripartì, se ne accorsero.
Non erano soli.
Due pastori tedeschi erano seduti davanti al cancello, immobili, a osservarli. Non ringhiavano. Non si muovevano. Stavano solo lì, come sentinelle antiche.
Lele fece un mezzo sorriso.
«Ti ricordi?» mormorò a Max.
«Natale,» rispose lui piano.
I cani li riconobbero. Due anni prima, quel weekend passato insieme, famiglie mischiate, risate, vino, bambini che correvano ovunque. I pastori inclinarono appena la testa, come se stessero facendo un rapido controllo incrociato della memoria.
Poi un fischio secco ruppe l’aria.
I due guardiani si voltarono all’istante e si spostarono ai lati del vialetto.
Dal fondo della proprietà avanzava Nikos.
Era già sveglio, come sempre. Camminava verso di loro con passo lento, le braccia aperte, il volto segnato dal sonno breve e dalle cose che non si dicono.
Quando fu abbastanza vicino, sorrise.
«Benvenuti a casa, fratelli.»
Dopo averli abbracciati, Nikos li invitò a fare colazione con loro.
«Strano però…» disse mentre li accompagnava verso il terrazzo.
«Alex non mi ha detto niente del vostro arrivo.»
Lele gli lanciò uno sguardo di sbieco, quasi divertito.
«Perché non lo sapeva nemmeno lui.»
Nikos si fermò un attimo, poi scoppiò a ridere piano.
«Ah!» fece. «Ora capisco la telefonata che doveva fare Katerina… ah ah ah.»
Si sedettero nel grande terrazzo che guardava il mare. L’aria era ancora fresca, pulita, con quel silenzio del mattino che dura poco ma pesa. La governante arrivò con la colazione: caffè forte, pane caldo, miele, frutta. Tutto normale. Troppo normale.
Poco dopo arrivò anche Sofia.
Li guardò un secondo, poi li abbracciò uno per uno, come se fossero figli tornati a casa all’improvviso. Nessuna domanda. Solo mani sulle spalle, e un sorriso che sapeva già.
Passò mezz’ora.
Poi Alex comparve dal lato del magazzino.
Aveva le mani ancora sporche, la maglietta segnata d’olio. Camminava tranquillo, con la testa altrove. Alzò lo sguardo… e si fermò.
Per un istante non capì.
Sorpresa.
Felicità.
Preoccupazione.
Tutte insieme.
Li fissò come se stesse cercando di capire se fossero veri o solo una stanchezza che stava giocando con lui.
«Ma che cazzo ci fate qui voi due?» disse infine.
Lele si alzò, senza rispondere subito, e gli andò incontro.
Lo abbracciò forte.
«Anche noi siamo felici di rivederti, bocia.»
Alex restò rigido mezzo secondo. Poi ricambiò l’abbraccio.
Non disse altro.
In quel momento apparve Katerina sulla soglia.
Non parlò.
Incrociò lo sguardo di Lele e fece solo un piccolo cenno, appena accennato.
Un grazie muto.
Ma chiarissimo.
«Si vocifera che stai lavorando a qualcosa che potrebbe farti male..» disse Max fissando Alex, lui rise facendo no con la testa, «No dai, forse... e si mise a ridere, «Beh dato che siete qua la facciamo insieme sta cosa»
E tutti, lì sul terrazzo, capirono la stessa cosa senza bisogno di dirla:
da quel momento in poi, non si faceva più finta di niente.
Appena finirono la colazione, Alex e Nikos accompagnarono gli ospiti nella “nuova officina da corsa”.
Quando Max e Lele videro che sul ponte c’era lei, una Chevrolet Lumina da campionato NASCAR, anni Ottanta si misero le mani tra i capelli.
«Ma come cazzo l’avete fatta arrivare qui, questa bestia?»
«Ora capisco perché Katerina era preoccupata.»
Poi Lele guardò Nikos.
«Non finirai mai di meravigliarmi, Nikos.»
Nikos non rispose. Scoppiò a ridere e gli diede una sonora pacca sulla spalla.
Max, invece, non disse niente subito.
Girò attorno alla Chevy lentamente, le mani infilate nelle tasche dei jeans. Non la toccò. Non ancora. La osservò come si guarda una persona che dorme: cercando di capire se stia riposando o se sia solo sfinita.
«Allora?» fece Lele, dopo un po’.
Max si accovacciò davanti alla fiancata, all’altezza dello scarico laterale. Passò un dito sul metallo, lo annusò appena, poi si rialzò.
«Non è morta.»
Pausa.
«Ma non è neanche pronta a vivere.»
Alex, che fino a quel momento era rimasto qualche passo indietro, si avvicinò.
«Io l’ho fatta girare. Ci ho provato.»
Max annuì.
«Sì. Me l’hanno detto. E hai fatto bene a fermarti.»
Quella frase, detta così, semplice, colpì Alex più di qualsiasi rimprovero.
Max si girò verso di lui.
«Ascolta bene però. Questa non è una macchina ferma da vent’anni. È una macchina che ha aspettato vent’anni. E quando le cose aspettano così a lungo, se le svegli male… si vendicano.»
Nikos, appoggiato allo stipite del magazzino, incrociò le braccia.
«Quindi?»
Max inspirò piano.
«Quindi o la facciamo come si deve… oppure non la facciamo.»
Silenzio.
Katerina, che era rimasta poco distante, fece un passo avanti.
«Quanto tempo?» chiese.
Max non rispose subito. Guardò di nuovo la Chevy.
«Se i pezzi arrivano senza ritardi…»
fece un mezzo sorriso storto
«…una quindicina di giorni.»
Katerina chiuse gli occhi un istante.
Non per paura.
Per sollievo.
«E non esce in strada finché non lo dici tu,» aggiunse.
Max la guardò.
«Finché non lo dico io. E finché lui», indicò Alex,«non capisce perché glielo sto dicendo.»
Alex annuì.
Non c’era sfida nei suoi occhi.
Solo attenzione.
«Allora?» disse Lele. «Che serve?»
Max prese un foglio di carta e una penna dal bancone.
«Serve fare una lista. Lunga. E serve pazienza. Molti pezzi dovremo ordinarli dall’America.»
Nikos guardò l’elenco che Max stava già stilando e disse, senza alzare gli occhi dal foglio:
«Prima di ordinarli negli Stati Uniti, fammi fare due telefonate. Forse…»
I tre amici si guardarono. Poi scoppiarono a ridere.
Alzarono i bicchieri e brindarono a Nikos, l’uomo dalle mille risorse, che già una volta li aveva salvati.
Quella sera, sul terrazzo, la cena fu rumorosa.
Non allegra.
Rumorosa nel modo giusto.
Sofia osservava tutto senza intervenire troppo. Ogni tanto incrociava lo sguardo di Katerina e le sorrideva. Un sorriso da madre che sa che la casa si sta riempiendo di nuovo.
Fu Sofia, a un certo punto, a dire:
«Se restate più di due o tre giorni… chiamate le famiglie.»
Katerina capì subito.
«Lisa. Giulia. Sara.»
«E i bambini,» aggiunse Nikos. «Qui spazio ce n’è.»
Max alzò il bicchiere.
«È luglio,» disse. «tempo di ferie, meglio di così…»
«…non si muore certo di noia,» concluse Lele.
Risero.
Alex rimase un attimo in silenzio, poi parlò.
«Io non voglio correre,» disse piano.
«Voglio solo… rimettere insieme dei pezzi.»
Max lo guardò negli occhi.
«Allora siamo nel posto giusto.»
E da qualche parte, nel magazzino ormai buio, la Chevy restava ferma.
Coperta. In attesa
Capitolo 7 - All'opera
L’indomani, senza bisogno di dirlo, i tre amici cominciarono a smontare la macchina dove serviva.
Niente fretta.
Niente gesti inutili.
Pezzo dopo pezzo, la Chevrolet cominciò a svuotarsi.
Il magazzino di Nikos si riempì in fretta: collettori, staffe, bracci, scatole di bulloneria segnate a pennarello. Ogni componente veniva controllato, pulito, misurato. Alcuni finivano da una parte, riutilizzabili. Altri dall’altra, da sostituire.
L’atmosfera era delle migliori.
Forse serviva proprio quello: rimettere le mani su qualcosa insieme per ritrovare lo spirito di un tempo.
Non si accorgevano delle ore che passavano.
Le pause erano poche, quasi forzate. Nessuno sentiva davvero il bisogno di fermarsi.
Ogni tanto compariva Nikos, senza dire nulla, con tre caffè o un vassoio di panini. Li appoggiava su un banco, aspettava che qualcuno se ne accorgesse, poi spariva di nuovo.
La sera successiva, mentre il sole scendeva dietro le colline, un furgone con targa polacca imboccò il vialetto. Superò il grande cancello e si fermò davanti all’officina.
Nikos gli andò incontro.
Dal furgone scese un uomo alto e magro. I due cominciarono a parlare in polacco. Ridevano.
Max e Lele si girarono verso Alex.
«Ma sa anche il polacco?»
Alex allargò le braccia.
«Questa è nuova anche per me, ragazzi.»
Aprirono il portellone.
Il furgone era carico di quasi tutti i componenti della lista che Max aveva stilato il giorno prima.
Max rimase in silenzio qualche secondo, poi scosse la testa, sorridendo appena.
«Va bene,» disse. «Allora possiamo davvero cominciare.» Mentre portavano gli scatoloni e i pezzi imballati dentro l’officina, Alex si avvicinò a Nikos.
«Nikos… ma il polacco come lo paghiamo?»
Nikos rispose senza fermarsi, con il solito sorriso pieno di sicurezza.
«Non preoccuparti dei soldi. Pensiamo a completare l’opera.»
Poco più in là, Max e Lele stavano mettendo ordine tra i ricambi. A un certo punto si fermarono entrambi, con una delle larghissime gomme slick tra le mani. Si guardarono per un istante.
«Senti, Nikos,» fece Max, «non è che conosci qualcuno che ce le monta sui cerchi?»
Alex intervenne prima che lui rispondesse.
«I cerchi sono riverniciati e ormai asciutti. Domani vado da Stavros, in paese.»
Nikos annuì.
«Se vuoi vengo con te. Anche perché quando vede delle slick così… quel pazzo si accende. Parte con mille domande.»
Il giorno dopo, infatti, Stavros non fece in tempo a vedere cosa stavano scaricando dal furgone che gli si illuminarono gli occhi. Girava intorno ai cerchi come un bambino davanti a un giocattolo nuovo, li toccava, li osservava controluce.
«Queste non sono gomme da strada,» disse, fingendo serietà. «Queste sono roba da pista.»
Sondò il terreno con qualche domanda buttata lì, apparentemente per curiosità. Che macchina era. Che motore. Quanto pesava. Dove avevano intenzione di portarla.
Poi si asciugò le mani sul grembiule e sorrise.
«Tra due settimane a Sparta c’è una manifestazione. Niente di ufficiale, ma gente vera. Sempre che abbiate qualcosa con cui partecipare…»
Lasciò la frase sospesa, guardandoli uno per uno.
Alex fece finta di niente, anche se dentro di sé sentiva già il sangue bollire.
Nikos pagò il montaggio delle gomme e rimase sul vago.
«Ok, ti faccio sapere. Il tuo numero ce l’ho.»
Per strada parlarono d’altro. Di cose leggere, senza importanza. Come se nessuno avesse davvero voglia di affrontare l’argomento.
Quando tornarono in officina, Max e Lele avevano appena finito di lavorare sul motore. Tutto era pronto per il pomeriggio: avrebbero montato l’assetto nuovo e i freni.
Ma proprio quel pomeriggio, con un van preso a noleggio, arrivarono anche il resto delle famiglie.
Sembrava fossero arrivate le giostre, dal chiasso che crearono appena scesero. Voci, risate, bambini che correvano ovunque. Un’esplosione di vita che riempì il cortile in pochi minuti.
Perfino i pastori tedeschi se la batterono nelle cucce, infastiditi da quel caos improvviso.
Con l’arrivo di Lisa, Giulia e Sara, insieme ai bambini, il lavoro in officina si fermò di colpo.
Non per stanchezza, ma per istinto.
Katerina corse incontro a Lisa e Sara e le abbracciò forte.
«Non portate rancore ai vostri uomini,» disse sorridendo. «Sono stata io a chiedergli questo favore. Avete avuto più pazienza di tutti.»
Le tre donne si strinsero in un abbraccio lungo, sincero.
Nikos prese in braccio i due monelli come fossero suoi nipoti, facendoli ridere mentre li sollevava in aria. Poco dopo dall’officina uscirono anche Lele, Max e Alex, unti di olio e grasso, con addosso l’aria stanca e felice di chi ha lavorato bene.
Lisa guardò Lele e scosse la testa, sorridendo.
«Secondo me avevate proprio bisogno di questa cosa.»
Sara, un passo indietro, osservò Max.
«Ora capisco perché siete partiti a razzo.»
Max indicò il magazzino alle loro spalle.
«No, guarda… il razzo è dentro lì.»
Scoppiarono tutti a ridere.
A quel punto la giornata da meccanici finì davvero. Si lavarono alla meglio, si cambiarono e prepararono una lunga tavolata sul grande terrazzo. L’aria del mare arrivava dolce, le cicale si erano placate e il sole che calava dipingeva il cielo di riflessi dorati.
A cena non parlarono della Chevy.
Di lavoro, nemmeno una parola.
Solo a fine pasto Giulia guardò suo padre, con gli occhi che brillavano.
«Papà… ma posso fare un video al nuovo progetto del Team Squerciatombini?»
Lele scoppiò a ridere.
«Devi chiedere a Alex o a Nikos, amore.»
I due annuirono, sorridendo.
Nikos si alzò in piedi e indicò l’officina.
«Vai pure, Giulia.»
Giulia entrò in officina in punta di piedi, con il telefono già in mano.
La luce era bassa, solo due neon accesi sopra il banco principale.
La Chevy era lì.
Nuda a metà, il motore finalmente al suo posto, i cerchi montati con le slick nuove che spuntavano larghe sotto i passaruota. Non era ancora pronta. Ma non era più ferma.
Giulia girò lentamente intorno alla macchina, registrando senza parlare. Si sentiva solo il rumore lontano del mare e qualche grillo fuori.
Alex la osservava da lontano, appoggiato allo stipite.
Max e Lele erano poco più indietro, in silenzio. Nessuno disse niente.
A un certo punto Giulia abbassò il telefono e guardò suo padre.
«Sembra viva.»
Lele sorrise piano.
«Lo è.»
Nikos si avvicinò al banco, prese la chiave e la posò accanto al cofano.
Un gesto semplice. Definitivo.
«Domani,» disse. «Domani la facciamo respirare.»
Non brindarono.
Non fecero foto.
Non serviva.
Quello era il traguardo.
Capitolo 8 – Il Risveglio della Belva
La mattina seguente si ritrovarono in officina alle sei in punto.
Assetto nuovo. Freni nuovi.
Si muovevano come una squadra corse: pochi gesti, nessuna esitazione. Ognuno sapeva esattamente dove stare e cosa fare. Alle nove Giulia arrivò sull’uscio senza farsi vedere e cominciò a filmarli col cellulare.
Sembravano isolati dal mondo.
Parlavano in puro dialetto veneto, a una velocità che seguiva quella delle mani. Le bestemmie erano così fluide da sparire nel discorso, e ogni tanto scoppiavano a ridere tutti insieme, come se qualcuno avesse premuto un interruttore invisibile.
Giulia si voltò. Accanto a lei c’era Nikos.
«Che pensi, Giulia?»
Lei non distolse lo sguardo.
«Penso che era da un po’ che non sentivo papà ridere così.»
Nikos annuì piano.
«Sì. Si sono ritrovati.»
In quell’istante, con le ruote finalmente montate, calarono la Chevy dal ponte.
Max fece un ultimo controllo. Lele e Alex passarono un panno sulla carrozzeria, quasi fosse un rito.
«Signori,» disse Max guardando l’orologio, «sono le undici in punto. Siamo pronti a destare dal letargo la Belva. Oggi per lei è il primo giorno di primavera.»
«A lei l’onore, Mister,» aggiunse Lele, con tono solenne, indicando la macchina.
Alex si sedette al posto di guida. Gli passarono il volante. Lo innestò.
Poi iniziò la procedura.
Azionò l’interruttore generale della batteria.
Poi la pompa del carburante.
I tre ascoltarono il ronzio meccanico.
L’ago del manometro salì. Si stabilizzò.
Premette a fondo l’acceleratore quattro volte, secco, come indicato da Max.
Abbassò l’interruttore dell’accensione.
Gli strumenti sul cruscotto andarono a fondo scala e tornarono lentamente al loro posto, come se la macchina stesse prendendo coscienza di sé.
Alex sorrise.
«Ci siamo.»
Premette il pulsante di avviamento.
Il motorino girò.
Il motore borbottò.
BRAAAAP.
Gli otto cilindri tornarono a vivere. I sorrisi erano più grandi delle facce.
BRAAAP. BRAAAP.
Poi il minimo rimase irregolare. Il magazzino tremò sotto le onde d’urto dello scarico laterale mentre il motore prendeva temperatura.
Max e Lele la spinsero fuori dall’officina.
Nikos si avvicinò a Alex.
«Te la senti di farti un giro in strada?»
Alex lo guardò, senza smettere di sorridere.
«Speravo che me lo chiedessi.»
Il cancello si aprì.
Alex uscì lentamente dal cancello e imboccò la strada asfaltata.
Poche case ai lati, un rettilineo lungo quasi un chilometro che si innestava sulla strada principale. Fino allo svincolo era poco trafficata, e lo sapeva.
Non aveva molta autonomia: nel serbatoio c’era giusto una manciata di litri. Per quello la trattava con le pinze.
Il cambio era molto racing.
Dalla seconda alla terza fu come un calcio in culo. Senza spingere più di tanto sull’acceleratore, con le gomme ancora fredde, il posteriore non stava fermo.
«Sembri scalpitare,» disse tra sé e sé, come se stesse parlando con lei.
Poi si girò e tornò indietro.
Appena varcato il cancello, disse ai ragazzi di rabboccare un po’ di carburante.
«Facciamo due passaggi.»
Lele lo guardò storto.
«Alex, guarda che dobbiamo vedere se è tutto in ordine.»
«Sì, certo,» rispose lui. «Era solo per provare a darle un po’ di giri motore.»
Non erano convinti, ma fecero come voleva.
Alex si rimise in strada.
Appena mise la seconda, lasciò due virgole nere sull’asfalto, lunghe dieci metri. Sembrava fosse scoppiato un temporale.
Il fragore di quel motore era qualcosa di disumano.
Non fece in tempo a inserire la quarta che la strada volgeva già al termine. Girò e tornò indietro allo stesso modo.
Il temporale stava tornando indietro.
Gli abitanti delle poche case erano già fuori, in strada, a cercare di capire cosa stesse succedendo.
Solo che, mentre si girava per rientrare, il fumo delle gomme in burnout e il boato dello scarico attirarono l’attenzione di una volante che stava passando sulla statale in quel momento.
Quando rallentò, arrivò come un falco alle sue spalle, sirene spiegate.
Alex non fece nemmeno in tempo a raggiungere il cancello.
La pattuglia gli si parò davanti.
Si fermò a una cinquantina di metri dall’officina.
I poliziotti greci scesero dalla volante con un balzo e gli fecero cenno di spegnere immediatamente.
Parlavano in greco. Alex non capiva una parola.
Provò a scusarsi in inglese. I due si guardarono, poi uno disse scuotendo la testa:
«Italiano.»
Alex sorrise amaramente.
Gli intimarono di scendere. Alex staccò il volante ed uscì dal finestrino, visto che le portiere erano saldate. I due agenti lo aiutarono senza troppa gentilezza.
Nel frattempo, arrivarono Nikos e gli altri.
Quando il comandante vide Nikos, scoppiò a ridere.
«Oh, Nikos… ah ah ah!»
I due iniziarono a parlare tra loro. Dopo qualche secondo, Nikos si girò verso i tre amici.
«Non muovetevi da qui. Torno subito.»
Sparì e tornò dopo una decina di minuti con una cartellina in mano.
Intanto Max guardò Alex e scosse la testa.
«Bocia… devi sempre attirare l’attenzione, eh?»
«Si può mai stare tranquilli con te?» aggiunse.
Lele rideva.
Uno dei poliziotti li fulminò con lo sguardo.
«Hey, boy. It’s no laughing matter. »
«Oh… sorry, mister,» rispose Alex.
A quel punto Nikos aprì la cartellina e tirò fuori alcuni documenti. I poliziotti li guardarono, poi guardarono Nikos. Si misero a ridere.
Si spostarono verso la volante e chiamarono la centrale.
Alex si avvicinò a Nikos, a bassa voce.
«Che gli hai dato?»
«I documenti dell’auto.»
Max si intromise.
«Perché… l’hai per caso immatricolata?»
Nikos sorrise.
«Aspettate, uomini di poca fede.»
Il poliziotto di grado più alto tornò, gli restituì i documenti con mezzo sorriso e disse solo:
«Apístef?to.»
Poi fece cenno di spingere la macchina fino alla villa.
Mentre i ragazzi spingevano la Chevy, i poliziotti parlarono ancora un po’ con Nikos, poi si congedarono e se ne andarono.
Tornati in officina, Max, Lele e Alex guardarono Nikos come se avessero un punto interrogativo sopra la testa.
Nikos sospirò.
«Che vi devo dire… all’epoca l’avevo censita e immatricolata come trattore, vista la cilindrata del motore. Vent’anni fa era tutto più semplice, ragazzi. La macchina è in regola.»
Poi guardò Alex e sogghignò.
«Magari non proprio per lanciarsi a duecento all’ora in strada.»
E scoppiò a ridere.
Capitolo 9 – La telefonata
Tornati nel magazzino, l'aria era ancora densa di quell'odore di gomma bruciata e benzina che solo una NASCAR sa lasciare nell'aria. Le risate di Lele e Max rimbombavano contro le pareti di lamiera, mentre Alex, con il cuore che ancora batteva al ritmo degli otto cilindri, si era già infilato sotto la scocca per un controllo rapido.
Nonostante l'euforia per lo scampato pericolo con la polizia, il rigore del Team Squerciatombini non veniva meno:
Controllo serraggi: Max passava una chiave dinamometrica sui dadi delle ruote slick appena montate, verificando che il "calcio in culo" del cambio racing non avesse allentato nulla.
Verifica fluidi: Lele controllava il livello dell'olio e la temperatura del radiatore, pulendo con uno straccio qualche schizzo rimasto sul bianco della carrozzeria.
Assetto: Alex osservava i bracci delle sospensioni, consapevole che quella "Belva" non era fatta per le strade statali, ma per qualcosa di molto più serio.
L’auto era in ordine, i tre amici si accesero una sigaretta a testa appoggiati alla Chevy, trascorsi trenta secondi di silenzio Alex esordì, « Beh adesso sarebbe un peccato rimetterla a dormire,» Lele con mezzo sorriso lo guardò, « Ma infatti bocia, allora potresti andarci a fare la spesa con Katerina, ti aggiungiamo il sedile per il passeggero,» e Max ridendo « Dai Alex non ti far venire strane idee, per favore non andiamo in cerca di novità, che già oggi se Nikos non tirava fuori il jolly eravamo nella merda.»
Mentre Alex stava per rispondere arrivò Nikos, «Non voglio neanche sapere cosa state confabulando, datevi una ripulita che tra dieci minuti ci troviamo nel terrazzo, ed ho idea di starmene seduto a mangiare fino a sera.» e se ne andò ridendo seguito dai due pastori tedeschi.
Si guardarono ridendo, e si avviarono verso casa.
Poco dopo, il gruppo si spostò verso la grande tavolata allestita sul terrazzo della villa. Il caldo del luglio greco era mitigato da una leggera brezza marina che portava con sé il profumo della salsedine mescolato a quello degli agrumeti di Nikos.
Sulla tavola troneggiavano piatti di moussaka fumante, olive greche lucide d'olio e insalate croccanti con feta spessa e origano selvatico. Un vassoio di Gyros Pita fumante troneggiava al centro del grande tavolo. L'odore del pane caldo appena sfornato si fondeva con quello del pesce alla griglia, mentre brocche di vino bianco locale fresco facevano il giro tra i commensali.
Le cicale continuavano il loro gracchiare ostinato, quasi a voler coprire il chiasso dei bambini che giocavano poco lontano dai pastori tedeschi, ora finalmente tranquilli all'ombra.
A fine pasto, il ritmo rallentò. Mentre sorseggiavano un drachimelo ghiacciato, il liquore locale dolce e forte, e le sigarette venivano accese tra una battuta e l'altra, il silenzio fu rotto dallo squillo del telefono di Nikos.
Era Stavros, il gommista del paese, che a quanto pare aveva orecchie ovunque.
«Nikos, vecchio lupo!» esordì la voce gracchiante dall'altra parte. «Ho saputo che il tuo "trattore" americano ha fatto impazzire la volante sulla statale! Invece di farti inseguire come un fuorilegge, dai ascolto a me: porta quel proiettile a Sparta.»
Nikos sorrise, mettendo il vivavoce per far sentire a Max, Lele e Alex.
«È una competizione vera, circuito cittadino chiuso, una festa per tutto il paese. Vi preparo un gazebo e una zona paddock dedicata, sarete i miei ospiti d'onore. Portate la Chevy dove può respirare davvero.»
Nikos chiuse la chiamata e guardò i tre amici. Il fumo della sua sigaretta saliva dritto nell'aria ferma del pomeriggio.
«Beh?» disse Nikos con una scintilla negli occhi. «Vogliamo far vedere a questi greci come ruggisce un motore della Carolina?».
Alex guardò Katerina che si mise le mani in testa, poi Max e Lele. Non servirono parole: il Team Squerciatombini era di nuovo ufficialmente in gara.
Capitolo 10 – Sparta
La mattina dopo arrivò troppo in fretta.
Il sole greco non chiedeva permesso: entrava dalle finestre e basta.
Il magazzino era già vivo.
Max era piegato sul cofano aperto, con lo sguardo serio di chi non si fidava mai abbastanza.
Lele trafficava con le pressioni, inginocchiato accanto alle slick.
Alex, invece, non parlava. Guardava.
Guardava la Chevy come si guarda qualcosa che sai già che ti metterà nei guai.
«Pressioni a caldo o a freddo?» chiese Lele.
«A caldo,» rispose Max senza alzare la testa. «Se Sparta è davvero un cittadino, là dentro si cuoce.»
Alex fece un mezzo sorriso.
«Finalmente.»
Nikos arrivò poco dopo, con tre caffè in mano e l’aria di chi la notte aveva dormito poco… ma aveva pensato molto.
«Ragazzi,» disse porgendo i bicchieri, «non è una gara qualunque.»
Max alzò un sopracciglio.
«Quando mai lo è?»
«Qui non si tratta solo di andare forte,» continuò Nikos. «È gente del posto. Strade strette. Muri veri. E…»
Si fermò un attimo.
«E c’è qualcuno che non sarà contento di vedervi correre.»
Silenzio.
Lele sbuffò.
«Perfetto. Mi mancava il drama.»
Partirono nel primo pomeriggio.
Il carrello con la Chevy agganciato al pick-up di Nikos scricchiolava sulle buche della strada, mentre il paesaggio cambiava lentamente: dal blu del mare al giallo secco delle colline.
Alex era seduto dietro, con lo sguardo fisso sulla macchina.
Max lo notò dallo specchietto.
«Oh,» disse. «Non farti prendere dalla tensione.»
«Sto solo pensando,» rispose Alex.
«Male,» intervenne Lele. «Quando pensi, succede sempre qualcosa.»
Alex sorrise.
«Infatti.»
Arrivarono a Sparta che il sole iniziava a scendere.
La città era già in fermento.
Transenne ovunque.
Gente affacciata ai balconi.
Motori accesi in ogni angolo.
E poi… il paddock.
Stavros li aspettava con un sorriso largo e le mani sporche di gomma.
«Finalmente!» urlò. «I pazzi italiani!»
Scese dal furgone e abbracciò Nikos, poi si fermò davanti alla Chevy appena scaricata.
Non parlò per qualche secondo.
«Questo…» disse piano, «non è un trattore.»
Max fece un passo avanti.
«Dipende da chi lo guida.»
Stavros rise.
«Qui dentro ci sono bestie vere. Ma una cosa così…»
Scosse la testa. «Fa paura.» Non furono gli unici a notarla. Dall’altra parte del paddock, un gruppo si zittì. Tre auto basse, larghe, cattive. Preparazioni serie.
E accanto… uno che non sorrideva, alto, magro, occhiali da sole anche senza sole.
Indicò la Chevy con il mento.
«Quelli?» chiese. Uno dei suoi annuì.
«Italiani.»
L’uomo fece un mezzo sorriso. «Bene.»
Il circuito per i ragazzi da quel momento prese vita.
Alex si infilò il casco, poi si fermò un secondo prima di salire.
«Ragazzi,» disse.
Max e Lele lo guardarono.
«Se la rompo…»
Lele lo interruppe.
«Ti rompiamo noi.»
Max aggiunse:
«Ma prima vai forte.»
Alex annuì, staccò il volante. Entrò dal finestrino.
Click.
Il V8 prese vita con un colpo secco.
Il rumore rimbalzò tra i muri della città.
La gente si girò tutta insieme.
Il “trattore” era arrivato a Sparta.
E stavolta… non c’erano pattuglie a fermarlo.
Solo un semaforo.
E qualcuno, dall’altra parte, che non vedeva l’ora di spegnerlo.
Capitolo 11 – Un’ora di tempo
Il V8 borbottava basso, nervoso.
Non era ancora il momento di urlare.
Lele si sporse un’ultima volta dal finestrino.
«Bocia, concentrati sul circuito. Assaggia l’asfalto, memorizza le curve, scalda bene le gomme…»
Fece una pausa, guardandolo dritto negli occhi.
«…ma soprattutto, visto che girano tutti assieme, non pensare di ingarellarti con nessuno. Non hai niente da dimostrare. Se ti arrivano a culo, lasciali passare. Mi raccomando.»
Alex lo guardò. Quel sorriso lì. Quello che non prometteva niente di buono. «Tranquillo.» Prima. Lasciò la frizione.
La Chevy si mosse piano, quasi educata. Un animale che finge di essere domestico. Uscì dal paddock e si infilò nel circuito. Subito stretto. Subito vicino.
Muri.
Case.
Odore di asfalto caldo e freni.
Continua...