Scrivere senza meta, creare un riflesso ai propri pensieri, abusare delle parole per rendere una migliore immagine di se. Infilare una parola dopo l’altra solo raramente conduce alla creazione di qualcosa che valga davvero la pena leggere: questo però non significa nulla. I miei scritti non hanno nessuno scopo lucrativo o istruttivo, servono a riempire un vuoto: il vuoto di questa pagina, il vuoto delle mie giornate oziose, il vuoto che mi circonda. La mia solitudine è il frutto di una serie di scelte sbagliate, non necessariamente mie, che mi hanno condotto ad un vicolo cieco, sbarrando le mie ambizioni, ostacolando la mia ascesa. Ma dove mai sarei dovuto ascendere? “Vuoto è il significato di un obiettivo raggiunto: guai a soddisfare i propri desideri“, me lo ripetevo sempre; ma allora perché brucia così tanto il mio fallimento? Fallimento un cazzo! A cosa mai mi sarebbe servito essere il migliore di una moltitudine di mediocri involucri? Volevo essere il migliore perché covavo rancore, lo devo ammettere: la mia ambizione nasceva dall’odio ed è durata così a lungo, tanto da farmi dolere di questa mia serenità attuale. Sempre mi vantavo della mia rettitudine, del non essere una persona abietta come quelle che disprezzavo, sempre mi autoproclamavo più consapevole e meno intimamente grezzo. Però odiavo, ed era l’odio che mi alimentava, e senza l’odio non mi sarebbe forse neanche interessato difendere la mia moralità da quella viscida lascivia dilagante. Ma tutto quell’odio non era forse indirizzato a me, per non essere riuscito a crearmi un guscio, ad essere insensibile al giudizio di chi disprezzavo, per non essere mai riuscito, in realtà, a distaccarmi totalmente da quella bassezza infima dalla quale ero partito? Queste domande non hanno importanza, perché sono domande a cui ormai non ha più senso rispondere, perché ormai non c’è più interesse, perché ormai forse conosco già le risposte; risposte che non voglio sentire.
Presentazione un po' così testo di Platypus