Fat

scritto da EmilioFranciniNaldi
Scritto 10 anni fa • Pubblicato 10 anni fa • Revisionato 10 anni fa
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Autore del testo EmilioFranciniNaldi

Testo: Fat
di EmilioFranciniNaldi

FAT


‘... e così Dante, come in un sospiro di liberazione, esce finalmente all’aperto, si libera dai miasmi e dall’atmosfera soffocante e cupa dell’inferno, sente sul viso l’aria pura e fresca ed alza lo sguardo al cielo, al cielo dell’imbrunire, della quasi notte, e torna a rivedere le stelle, ad avere la percezione di qualcosa che esiste di più alto, forse di irraggiungibile, ma che stà lassù, fisso, e che col suo mostrarsi ispira l’uomo ad un cammino di fede e di speranza. Ci sarà sempre la speranza nelle pagine del poema: la parola stelle è infatti la conclusiva di tutte e tre le cantiche dantesche.’
C’era silenzio nell’aula quando Sara terminò la sua parafrasi della Divina Commedia: la professoressa era stata ad ascoltare senza interromperla:
‘Brava Piani, vorrei che tutti i miei alunni sapessero comprendere la letteratura come fai tu, e sapessero esporla con forma così piacevole e con una tale profondità ... sono molto contenta di te, vai pure a posto, brava!’
Sara raccolse il libro e si diresse verso il banco, nelle ultime file: sentiva il vestito che la ingoffava, e le cosce che si toccavano sotto la gonna e che sudavano a contatto l’una dell’altra, sebbene non ci fosse per niente caldo.
Il dover guardare i compagni in faccia e l’essere guardata le richiedeva uno sforzo quasi intollerabile, mentre il rossore le saliva sulle guance, e più cercava di trattenerlo e più si sentiva avvampare.
‘Hei, foca!’ la chiamò qualcuno sottovoce.
‘Arf, arf! Striscia foca, striscia!’ incalzò qualcun altro, e quando lei si girò non fu in grado di evitare lo sguardo della Marinetti, la bella della classe, che non trattenne una risata di scherno: compì gli ultimi due passi che la separavano dalla sedia quasi saltando, e sentì i rotoli di grasso che le ballavano intorno alla vita, poi riuscì a sedersi, a riprendere la posizione rassicurante nel banco: si sarebbero dovuti voltare indietro per guardarla, e non potevano farlo, e tutte quelle nuche che aveva davanti erano fortunatamente prive di occhi e di bocche.
Sentì che il cuore, che aveva accelerato i battiti, stava riprendendo il ritmo normale, anche se credette di percepire gli aloni che il sudore aveva formato sulla camicetta sotto le ascelle, ma non provò nemmeno a controllare per non doversi voltare di lato, correndo il rischio di incontrare altri sguardi.
La compagna di banco le dette di gomito:
‘Cazzo come sei brava, Piani, come fai? Ma quanto studi?’
Sara rispose con un grugnito e pensò che per avere il corpo della Marinetti, ma anche un pochino più grasso, in realtà, ed anche un pochino meno bello, avrebbe buttato via tutti quei bei voti che facevano tanto contenti i suoi genitori e che a lei non davano invece nessuna emozione.
Si sarebbe scambiata con quasi tutte le ragazze che conosceva, non riusciva a trovarne una che le sembrasse più spiacevole e più sgraziata di sé stessa, ed anche il parlare con gli altri, l’esprimersi tranquillamente e compiutamente, le rimaneva difficile: riusciva solo a studiare e ad esprimersi durante le interrogazioni come se in quei momenti il corpo grasso e deforme non contasse più, e le parole valessero esse sole, e i concetti e la poesia potessero generare un’altra realtà.
Ma non c’era nessuno che capiva, tra i compagni, e le sembrava che più riusciva a dir cose belle e profonde più veniva ridicolizzata, presa i giro, derisa.
Un crampo di fame l’assalì proprio mentre suonava la campanella della ricreazione, ma si trattenne aspettando che i compagni fossero usciti dall’aula, rimanendo impassibile a sedere, poi estrasse velocemente dallo zainetto il sacchetto dei cioccolatini che aveva comprato a peso, senza cartine da scartare per non perdere tempo e ne ingozzò quattro, dieci, venti masticando freneticamente e inghiottendone alcuni interi, svelta prima che qualcuno rientrasse, poi col fazzoletto pulì la bocca sbaffata mentre tirava fuori lo specchietto per controllare il viso: tutto a posto, anche se questo varrà qualche brufolo ancora, ma tanto ormai non si contano neanche più.
Composta, fingeva di leggere un libro e indifferenza.
Un compagno si avvicinò e Sara, che cercava con tutte le forze di non alzare lo sguardo, riusciva a vederlo dal torace in giù: lui spezzò il panino che aveva e gliene porse una parte:
‘Perché non mangi anche tu qualcosa, Piani?’ la voce era gentile e cortese, Sara si rilassò e sorrise allungando la mano:
‘Grazie ...’ disse, ma lui si ritirò di scatto lasciandola col braccio a mezz’aria, la faccia stupita:
‘Non gratis, foca, salta foca, salta nel cerchio se vuoi mangiare!’ e rideva forte ed era lui a saltellare mentre continuava a ripetere ‘Salta, foca! Salta! Op! Op!’, e non la voleva smettere, e Sara pensava che si sarebbe presto sentita male.
Gli altri iniziarono a rientrare e qualcuno si unì al coro e ai dileggiamenti: sapeva che non l’avrebbero fatta uscire, non l’avrebbero lasciata scappare neanche se ci avesse provato, ma sentiva anche che non aveva la forza nelle gambe per farlo, perché tremavano. Allora acciambellò le braccia sul banco, ci tuffò il viso dentro e cercò di non piangere sperando che tutto finisse presto.
E finì, quando il professore dell’ultima ora entrò e richiamò tutti all’ordine.
Quando gli scolari si furono seduti alzò ancora una volta lo sguardo sulla classe:
‘Signorina Piani si ricomponga, non è questo il luogo per dormire!’ apostrofò Sara che non aveva ancora cambiato posizione.
Tutti risero, tutti, troppo forte e troppo a lungo, e lei credette di riconoscere nel professore un’eccessiva indulgenza per tutta questa ilarità.
‘Coraggio, ancora meno di un’ora ed è finita.’ pensò guardando fissa davanti a sé.
Al suono della campanella fu lei che schizzò prima di tutti a prendere il giaccone e a correre giù per le scale, cercando di impedire alla sua figura di tremolare come gelatina durante il percorso e di evitare i gruppetti che, dietro gli angoli dei corridoi o subito fuori del portone, sul marciapiede, erano soliti aspettarla per ripetere la solita cantilena:
‘Op, op foca! Op op, foca! Torna al circo!’
Giunse al motorino con le chiavi del lucchetto già pronte, aprì l’antifurto, lo gettò nel bauletto e vide che già una piccola schiera di compagni si era formata, c’era la Marinetti in mezzo, e insieme a lei tre o quattro ragazzi che volevano farsi belli, e tutti ridevano e le lanciavano occhiate come se fosse proprio lei l’argomento del loro ridere, e si davano di gomito, poi cominciarono ad avvicinarsi decisamente.
Sara montò sullo scooter, lo tirò giù dal cavalletto e premette il bottone della messa in moto, ed il rumore che fece il motore, fiacco, le fece capire che sarebbe stata dura farlo partire.
Le gambe ricominciavano a tremare, il dito premeva freneticamente il bottone e ancora non succedeva niente, mentre la manopola del gas era tirata tanto da rischiare di spezzare il filo e quelli si misero improvvisamente a correre verso di lei, e urlavano.
‘Parti figlio di puttana parti stronzo parti pezzo di merda vai vai vai’ e non erano parole compiute nella testa ma sensazioni come terrore e come disperazione e come buio assoluto, mancanza di pensieri e di movimenti coordinati.
Il motore partì e il balzo che fece in avanti l’allontanò di colpo da quelli che la stavano raggiungendo ma un ragazzo, il più accanito di tutti, vedendo che gli stava sfuggendo, riuscì con un ultimo scatto ad avvicinarsi e la colpì con un pugno nella schiena, poi si fermò e rise forte, e si voltò indietro e guardò in faccia la Marinetti ed anche lei rise di rimando.
Ma tutto questo Sara non lo vide, non percepì quasi nemmeno il dolore alla spalla destra, perché stava sfrecciando per la strada verso casa, e non sentiva più dentro di sé il terrore e la sensazione orribile di pochi attimi prima, ma si tranquillizzava velocemente di secondo in secondo, ed era felice di questa sua capacità di rigenerazione, una qualità acquisita nel tempo, con l’abitudine ad essere dileggiata , rincorsa, trattata come un mostro: a poco a poco aveva cominciato a non ascoltare più, a curare il meno possibile i discorsi offensivi, le parole degli altri, e a dimenticarle altrettanto velocemente.
C’erano giorni nei quali non si ricordava, nel pomeriggio, di quello che le era accaduto in classe la mattina, e considerava tutto questo una qualità, una comoda qualità.
Salì di corsa le scale, la porta era già aperta ed entrò nel calore appannato della casa e della cucina e negli odori deliziosi del pranzo pronto: i suoi erano già seduti a tavola, lei sbatté lo zainetto sul divano insieme al giaccone e li raggiunse e si sedette davanti al piatto ricolmo di pasta fumante, rossa di sugo e coperta da uno spesso strato di formaggio.
‘Ma non ti lavi neanche le mani?’ la bloccò suo padre ‘Ma che modi sono?’
Senza discutere si alzò e corse in bagno, passò le mani sotto l’acqua, le asciugò e si precipitò di nuovo a tavola, aveva la faccia tesa per la fame.
‘Sei stanca, bambina mia?’ Sara ingozzò la prima forchettata senza rispondere ‘Oppure sono quegli stupidi dei tuoi compagni che ti hanno presa in giro di nuovo?’ buona pasta, buona e tanta pasta ancora ‘Ma tu devi stare tranquilla, non ti devi agitare, perché per noi tu sei la più bella ragazza della scuola!’ finalmente mangiare e potersi sporcare e mangiare ancora, però le lacrime cominciarono a scendere sulle guance, e suo padre disse ‘E’ vero, sii felice bambina mia, perché per noi sei la più bella del mondo!’
Sara singhiozzava e masticava insieme:
‘Ma perché piangi, cosa è successo?’ chiese sua madre.
‘Niente, niente’ balbettò lei a bocca piena ‘piango perché è andata male l’interrogazione di italiano...’


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