Esco dalla curva, imbocco una traversa e spingo di nuovo contro il pedale dell’acceleratore al massimo. Ad un tratto, quell’ebrezza che la velocità trasmette ai pori della pelle come un’energia vitale che sa, appunto, di libertà, mi fa sentire libero. Libero nella strada che sto percorrendo, dalle sue regole, dalle strisce bianche che limitano la carreggiata. Il volume della radio è alto, un ritmo coinvolgente che fa da cassa di risonanza ai battiti impercettibili nel petto. Schivo un gatto bianco che attraversa la strada. Per un attimo torno alla realtà, ma è solo questione di tempo. Fingo di fumare, ma in realtà è il gesto abitudinario tra quelli che ho sempre compiuto in maniera istintiva. Per routine, da quando ho smesso, ho una sigaretta spenta in macchina, così come in ogni posto che appartiene alla mia vita ce n’è una. Mi fermo, scendo dalla macchina, entro nell’autogrill, prendo un caffè, vado in bagno e riparto velocemente. Marco mi aspetta da dieci minuti, i miei soliti dieci minuti di ritardo. Lo vedo da lontano in piedi con la schiena appoggiata al muretto della staccionata. Lo guardo in segno di intesa. Lo vedo più nitidamente ora che la macchina è ferma. Si toglie le cuffie con la spensieratezza più piacevole ed entra in macchina ancora energico del potere che l’ultima canzone gli ha trasmesso. Si tuffa sul sedile, la testa sobbalza indietro a cercare la comodità assoluta.
Allora Ste come è andata la sessione estiva?
La mia testa non è così rilassata come la sua in quel momento anzi si è protratta in avanti, non appena lui ha aperto bocca.
Non c’è male. Lo studio è andato fin troppo bene, gli esami pure, sono direi quasi soddisfatto. Sarà uno di quei periodi sì o forse soltanto una fase di passaggio verso qualche delusione che verrà in seguito.
Si sente una risata forsennata come se ci fosse uno starnuto nel mentre. Ricevo l’ennesima pacca sulle spalle da Marco.
Sei il solito pessimista del cavolo, non ti godi la vita beata che ti viene. Basta con queste paranoie.
Ok ok !.Però quando le cose sembrano andare troppo per il verso giusto, poi arriva il momento che qualcosa cambia e fa crollare tutto. Mi limito a commentare io.
Marco per un attimo guarda fuori e finge di accorgersi di una pista su cui atterrano dei paracadutisti ed esclama come un bimbo piccolo che vede ciò che non ha mai visto prima. Oh guarda, quelli si, che sembrano divertirsi un bel po’, non credi?
Sapevo e conoscevo troppo bene Marco, che per lui la frenesia di esperienze nuove lo faceva sentire forte, più adulto. Era sicuro di sé, quasi spavaldo, sembrava persino possedere una padronanza e al tempo stesso una leggerezza nelle cose che sfioravano i limiti umani.
Io annegavo nei miei dubbi, lui invece sapeva nuotare in superficie, il fondo non riusciva a vederlo. Alzava sempre lo sguardo all’orizzonte, sapeva andare oltre. Così eccoci di nuovo noi due, in una Fiat Punto bianca, a percorrere la solita strada, la strada che si degrada sotto le ruote frizzanti di giovani che la percorrono. Marco interrompe le mie riflessioni.
A cosa pensi Ste?
Niente a come questi due anni siano passati in fretta e siamo già al terzo anno.
Ma che dici, ti sei bevuto il cervello stamattina? Vorresti forse tornare indietro, ricominciare daccapo?
Ormai ero abituato alla sua sicurezza disarmante, che a volte cercavo un conforto nelle sue parole che nessuno tranne lui sapeva darmi. Spingo l’acceleratore ancor di più come se mi avesse infuso parte della sua vitalità e torno a guardare le strisce bianche laterali della strada che corrono dritte. Marco alza il volume della radio ed interrompe la conversazione. In quel momento si lascia solo spazio ai suoni della musica ad una realtà in cui si accede soltanto se il volume è alto, i suoni sono giusti e lo spazio è ristretto: cosa c’era di meglio di quella Fiat Punto?.
Così Marco ed io da soli in quel lungo, interminabile tragitto, voliamo al di fuori di quei sedili, a pensare che il futuro sarebbe sempre stato tutto di un fiato, con il cielo azzurro sopra di noi e sarebbe stato perfetto così.
Prendo la sigaretta tra le dita, faccio come sempre finta di fumare ed imbocco l’autostrada.
Da lì in poi non parliamo più, la nostra è una conversazione immaginaria in quelle ore in macchina, i nostri pensieri si sfiorano fra di loro silenziosamente che a volte dimentichiamo di essere lì. C’ è un silenzio assordante che sa di vita, di passione e di tante cose.
Marco preme con la mano sulla manovella del sedile, lo sposta un po’ più indietro e si accende una sigaretta dopo aver tentato invano di prendere la mia e fuma, come fa spesso, quel mozzicone bianco, senza parlare.
Arriviamo nell’ora di cena. Scarico tutto quello c’è da portare con noi e prendo il mio giubbotto di pelle nuovo e posso dirmi pronto per iniziare un nuovo anno. Marco davanti a me, sale le scale leggero, senza sentire il peso delle valigie che trasporta . Io dietro di lui mi sento un vecchio flaccido , che stenta ad ogni gradino.
Ste hai già il fiatone o sbaglio?
Allora vado in apnea parecchie volte perché non voglio dargliela vinta del tutto. Ho il fiato corto davvero in questo momento, ma mi trattengo a rispondergli. Apriamo la porta e tutto sembra come sempre, come lo abbiamo lasciato, nessun segnale di cambiamento. Forse qualcosa di nuovo aleggia nell’aria di quel pomeriggio di settembre anche se no so bene cosa sia ancora. Dapprima penso ai detersivi che mamma ha usato per disinfettare l’appartamento, poi ad un odore nuovo che sopraggiunge e che di lì a poco mi rimarrà impresso per sempre, o forse, nonostante la stanchezza del viaggio. Marco si reca verso il bagno per farsi una doccia, io ho tutto il tempo per studiare la situazione di quella vita che sembra iniziare daccapo ogni volta per me. Esce dalla doccia finalmente, sembra il solito non è cambiato e questo mi consola. L’aria di ventenne stampata in faccia, la barba appena rasata sembra donargli un aspetto infantile, acerbo, l’accappatoio aperto come chi sa essere parte della perfezione. Era così fatale, ma allo stesso tempo semplice, un uomo, ma un bambino, dentro una fisicità poco robusta ma possente, spigolosa ma armonica. Avrei voluto essere come lui perché sembrava non soffrire, sembrava non avere peso. Era l’amico che tutti vogliono.
Ora è il momento di uscire un po’, tu che fai vieni o resti a casa? Mi dice lui in fretta.
Gli rispondo, Jessica arriva tra poco e devo aspettarla a casa, poi nel caso usciamo anche noi!. Anche se sapevo già che non era così.
Ok. Mi risponde lui velocemente ed esce di casa come fosse arrivato il momento di respirare, di sentire l’aria condensarsi nei polmoni per poi espirare aria calda e fugace. Era un vagabondo, il vagabondo più appagato e soddisfatto che la terra avesse mai ospitato. Torna indietro a prendere le chiavi della macchina e lascia chiudersi la porta lentamente dietro di sé. Io rimango a fissare la porta in attesa di Jessica.
Sento suonare di lì a poco e ciò mi consola dalla solitudine di quel quarto d’ora in cui ero rimasto solo. E’ Jessica. Decidiamo di andare a dormire come già avevo previsto. Mi infilo il pigiama, le do un bacio sulla bocca e mi metto sotto le coperte, come a trovare rifugio da un inquietudine. Non prendo sonno perché non ne ho ancora e rimango sveglio a pensare. Jessica finisce di leggere e si addormenta quasi subito. Io parlo con i miei pensieri.
Che cavolo, Marco è fuori che si diverte a stuzzicare qualche ragazza e io sono qui accanto a te. Da due anni e mezzo! Mi sembra un’eternità tutto questo tempo! Se ripenso a quella volta , in macchina tua, la prima volta che dopo aver fatto l’amore , mi hai detto “ti amo” come se fosse bastata quella frase per poter essere mia e io tuo per sempre. Ed eccoci qui io e te su un letto cigolante, ma allo stesso tempo muto, voglioso, ma che tace, nell’attesa che qualcuno si rigiri nel materasso e che i corpi trasudati imprimano su di lui calore umano. Rimane rigido, freddo con le sue lenzuola bianche. Non c’ è una piega sembra che io e te vi siamo entrati attenti a non disfarlo troppo per non svegliarsi il mattino con il pensiero costante di un letto troppo disfatto per essere rifatto completamente. Così è lo spazio d’altronde, sembra essere infinito ma è così ristretto che il tuo respiro mi opprime, mi entra dento e ritorna fuori per poi tornarci di nuovo. Dove sono le risate di un tempo? Lei non mi sente, ora dorme profondamente. Quelle da tenerci svegli una notte intera. Cosa siamo in fondo? Un uomo e una donna senza peccato usciti dall’Eden più puri che mai, affamati di mele rosse ma incapaci di muoverci da quelle coperte così pesanti e ingombranti. Guardo per tre volte la sua sagoma al buio . La luce che filtra dalla finestra è davvero poca e vuole farmi credere a me, convinto sostenitore della realtà oggettiva, che Jessica sia solo una mia allucinazione, un frutto della mia immaginazione in quel momento. I suoi contorni sono netti, il contorno che va dagli occhi agli zigomi è così definito che si vedono pesino le fossette nelle guance. Netto l’allineamento delle spalle, le mani congiunte che intrecciano le dita. Riesco a percepire al tatto la sensazione ormai abitudinaria di quella sagoma, ne conosco l’odore e il rumore del suo respiro. Da lì in poi mi sono addormentato con l’immagine di lei impressa nella mente e con l’amarezza di chi sa che ormai di lei rimarrà soltanto quella figura al posto della ragazza che si addormentava sul suo petto. Un nuovo mattino mi aspetta, prendo il telefono e il resto delle cose e vado a lezione. Passo a prendere Simone che mi aspetta sul ciglio della strada. Inizia a piovere. L’ acqua cade a fiotti sul vetro della macchina per poi essere spazzata via in un battibaleno dai tergicristallo rumorosi. Il semaforo è rosso e altre vetture si fermano dietro di me. Ad un tratto mi rendo conto di essere vivo e vedo oltre quella pioggia una ragazza. L’ombrello in una mano e nell’altra la borsa sgualcita dalla pioggia. Vedo che anche Simone si è soffermato a guardarla, ma non posso perdere un secondo di quella visione, devo avere autocontrollo della mia attrazione forte ed impulsiva verso di lei. So che da un momento all’altro come le gocce d’acqua, può dileguarsi nell’aria, l’ avrei persa, e così è stato. Avrei per un attimo voluto essere pioggia e posarmi sul viso di lei , scivolare giù e percorrere la linea marcata e perfetta del suo viso. Il semaforo è verde e non me ne accorgo per qualche secondo. Quel rosso intramontabile ha lasciato che una creatura così affascinante potesse attraversare indisturbata la strada trafficata, che si era fatta silenziosa e muta perché gli sguardi cadevano fissi su di lei. Riprendo a guidare , non facciamo né commenti banali del tipo, ah però che figa? L’hai vista bene anche tu? Perché la visione ci lascia senza parole , ma succubi di un piacere indicibile percorriamo il tragitto verso l’ Università. A pranzo ritorno a casa con una fame tremenda. Jessica ha cucinato già e mi sazio fino all’ultimo boccone. Vado a stendere i panni. Sistemo le mie e le sue cose sullo stendino e intanto avverto che ogni mia mossa cade sotto il suo controllo attento e vigile. Ripenso alla ragazza del semaforo e guardo Jessica. Ripenso alla prima volta che ci eravamo baciati e le sue labbra ora non sanno più di quel sapore, all’insaziabilità dei nostri sensi che imprimono in noi le voglie più efferate e forti. Cos’era rimasto di tutto ciò? Una mutandina stesa ad asciugare senza più vita, morta lì con il resto di noi due dentro.
La strada di noi ventenni testo di soff