II. Sulla collina

scritto da Cecilia Torcigliani
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Autore del testo Cecilia Torcigliani
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Secondo capitolo della mia storia
- Nota dell'autore Cecilia Torcigliani

Testo: II. Sulla collina
di Cecilia Torcigliani

II.
Sulla collina

Durante la riunione del giorno precedente fu quasi impossibile parlare in modo chiaro e affinché tutti sentissero. Gli animi erano in subbuglio per una festa che di lì a pochi giorni avremmo organizzato per fare qualche soldo da investire nella causa. Si cercavano camerieri e ovviamente non ci pensai due volte prima di alzare la mano rendendomi disponibile, forse nella speranza di uscire dall’infernale aria che si respirava nel ristorante dei miei genitori, di cui subivo rovinosamente gli effetti. Un ragazzo, che appena entrata mi fu facile capire fosse uno dei capi di quella combriccola per i suoi atteggiamenti, mi offrì un passaggio per andare tutti insieme, all’indomani, nel luogo in cui avremmo dovuto allestire la festa. Non rifiutai e, nonostante fossi tornata a casa alle due di notte a causa del lavoro, misi una sveglia alle otto del mattino per essere puntuale all’appuntamento. Mi ricordo di essermi svegliata senza un velo di stanchezza e, preso al volo un caffè e qualche biscotto, indossate le mie vecchissime e fidate ciabattine, arrivai correndo al luogo dove sarebbero venuti a prendermi. In giro c’erano poche persone, per lo più anziane signore che erano uscite di buon ora per risparmiarsi la terribile calura pomeridiana, di cui però già si avvertivano i segnali.
Ero molto nervosa e riempii le mie modeste ciabattine in plastica di sudore, che mi rendeva difficile camminare senza sembrare una totale imbranata. Arrivò una piccola macchina nera, piena di bandiere e altri ragazzi come me, alcuni dei quali ero riuscita a conoscere meno approfonditamente il giorno precedente. Samuele era alla guida e accanto a lui sedeva Aurora, una gracile e bellissima ragazza dai capelli rossi e scompigliati. Accanto a me stava Elena e vicino a lei parlava, quasi urlando, un certo Lollo, che tutti erano abituati a chiamare così e col tempo imparai che sarebbe stato strano rivolgersi a lui usando il suo vero nome, Lorenzo. Anche solo il suo aspetto fisico denotava una personalità piuttosto singolare: i capelli lunghissimi e ondulati, rigorosamente raccolti in una coda bassa, stavano ad indicare i suoi gusti musicali di cui era solito manifestare le caratteristiche più esagerate e talvolta inquietanti. Era allergico al silenzio e per questo gli era impossibile non parlare per più di tre minuti aggiungendo alle conversazioni particolari non necessari per far continuare i suoi interlocutori a discutere delle più svariate tematiche. Si presentò in maniera cordiale, ma sempre bizzarra e non riusciva a rivolgermi parola incrociando i miei occhi. Non posso negare di essere stata profondamente incuriosita e divertita da quella persona così sovrabbondante in tutto ciò che faceva o diceva, e ancora oggi mi piace ricordarlo e definirlo così.
La musica in macchina superava di gran lunga il tono sopportabile dall’udito umano ed era rafforzata dalle milioni di parole che Lollo faceva uscire dalla bocca ad un volume esagerato, ma non irritante. Samuele cantava appassionatamente e Aurora interveniva nelle conversazioni raramente, ma sempre ascoltando con molta attenzione. Non parlai molto e mi limitai ad ascoltare le voci di tutte quelle nuove persone che mi sembravano tanto più adulte di me.
Arrivammo al luogo stabilito: un piccolo ristorante in collina con un grande cortile. Il sole emanava già una luce incredibilmente calda nonostante l’ora e ci venne incontro solo un cane, Tito, che dall’aspetto sembrava già molto vecchio ma con uno sguardo talmente sereno da sembrare umano. Entrammo in un grandissimo salone la cui aria era impregnata dall’odore di pesce marinato e vecchi fiaschi di vino casereccio. In cucina alcune signore lavoravano con molta cura alla preparazione del sugo di carne. Uscirono tutte insieme per salutarci e mostrarono interesse nei miei confronti chiedendomi chi fossi e come fossi finita lì fra loro. Dopo le presentazioni ci avviammo al lavoro che prevedeva montassimo alcune bandiere alle estremità del cortile recintato con vecchie canne di bambù. Era molto caldo e ricordo con fastidio le mie gambe, che avevo incoscientemente lasciato scoperte, martoriate dalle punture di una colonia di zanzare. Non smettemmo mai di parlare per tutto il tempo in cui ci eravamo visti impegnati in quei lavori. In qualche modo, quel giorno fu la mia iniziazione alla militanza politica: conobbi alcuni anziani del partito che riempivano sempre generosamente i nostri bicchierini con il vino della casa, che stavano imbottigliando in vista della festa.
Ci prendemmo un attimo di pausa stendendoci all’ombra di una piccola zolla di terra rialzata. Accanto a me stava Aurora che passava fra le mani un fiorellino privandolo a poco a poco dei petali, mentre Lollo era rimasto in piedi e di tanto in tanto si dilettava nel replicare alcune mosse di wrestling di cui nessuno dei presenti capiva a fondo il significato.
Nel tardo pomeriggio arrivarono altri ragazzi per portare aiuto e fra questi ricordo più di tutti un tipo alto e molto magro, non troppo cordiale nei miei confronti. Si chiamava Alessandro e dietro ai suoi occhiali fuori moda nascondeva due occhi grandissimi e gentili, di un castano molto intenso. Prima di chiedere il mio nome, volle informarsi di quale musica ascoltassi. La mia risposta mi costò svariati insulti che portavano con sé un certo carico di cattiveria e cinismo, affievoliti però dal suo fare impacciato e dalla sua naturale attitudine alla gentilezza nel momento del bisogno. Il lavoro lasciò spazio ad una conoscenza più approfondita e in qualche ora tutti i ragazzi presenti capirono chi ero, da dove venivo e alcuni intuirono il mio passato di ragazza sola e mai compresa. Forse anche Alessandro lo capì e con qualche battuta smorzò l’imbarazzo del suo iniziale attacco ai miei, forse discutibili, gusti musicali. Ci riunimmo tutti insieme sotto ad un tendone che era stato costruito per la festa e lì passammo qualche ora aspettando il tramonto, litigandoci una piccola boccetta di repellente per zanzare e raccontando a poco a poco piccoli frammenti di vita, che costituirono nei mesi il mio primo puzzle di esperienze vissute da persone che ho amato veramente e quasi in modo infantile.
Il sole era ormai basso e i pacchetti di sigarette iniziavano a scarseggiare, con loro anche il nostro misero rimedio contro gli insetti che ci facevano pentire di aver indossato i pantaloncini. Arrivò l’ora di tornare a casa, ma poco prima di salire in macchina ricordo che una frase suonò terribilmente nuova alle mie orecchie di giovane inesperta. Arianna, la ragazza che si era presentata il giorno precedente, richiamò l’attenzione degli altri dicendo:”Ragazzi, che facciamo stasera?”. Una frase banale, me ne rendo conto, ma che per me fu l’inizio della mia maturazione e della mia conoscenza del mondo esterno. Mi resi conto che il giorno non finiva alle sei di pomeriggio, ora in cui ero solita entrare a lavoro o iniziare a consumarmi gli occhi sui libri, ma che in estate le giornate durano davvero ventiquattro ore. Mi resi conto che di quel mondo, in cui ero cresciuta, non sapevo ancora nulla e che mai prima di quel momento avevo pensato ad una vita diversa e più piena di quella che avevo sempre condotto. Capii che l’estate è la stagione più bella, la più fragrante, la più curiosa, la più spensierata e la più emozionante a quindici anni. E per la prima volta risposi che sarei stata libera per la serata, pregai i miei genitori di lasciarmi andare ed ottenni la libertà per alcuni giorni della settimana, che avrei potuto passare costruendo la mia personalità e a fare esperienze che andavano al di fuori del servire in un elegante locale per ricchi stranieri o del leggere i classici della letteratura antica fino a sognare di notte le storie che leggevo nelle commedie greche.
II. Sulla collina testo di Cecilia Torcigliani
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