Estate. Era morto un ragazzo. Aveva la mia età, vent’anni. Tutti piangevano. Sembrava che tutti lo dovessero piangere. Da vivo non lo trovavo antipatico; non era un buon motivo perché mi mancasse da morto. “Aveva la tua età, sarebbe potuto capitare anche a te”, mi ripeteva mia madre, dispiaciuta di non poter disperarsi per un figlio morto che da vivo poco la faceva ridere. “A me non sarebbe mai accaduto, io non nuoto” le rinfacciavo, rammentandole di non aver sborsato una lira per i corsi di nuoto. Lei, stizzita per il mancato investimento, mi digrignava i denti in presenza d’altri o mi slogava i polsi se soli. Con maledizioni di ogni genere. Mi avrebbe lanciato dietro coltelli se avesse avuto la certezza dell’impunità.
Il morto da vivo si era avventurato in un mare troppo agitato anche per un tonno. Mi fingevo affranto. Contavo i minuti che mancavano alla fine del funerale. Lo stronzo avrebbe potuto scegliere un altro momento per ammazzarsi. Quando non c’ero io. Dovevo presenziare: il numero è importante in una cerimonia. La folla fa cerimonia, quattro gatti fanno un flop. Anche il prete vuole il suo pubblico.
Si era davanti la casa del morto, in attesa che la bara uscisse. Le poche note di tristezza, erano dovute ai maledetti pantaloni in cui a malapena entravo e che m’ingrassavano. Erano di colore viola e mai occasione fu più appropriata per indossarli; ne ero orgoglioso. La maglietta era di un blu elettrico che ben si abbinava al viola dei pantaloni ma poco al funerale.
Mi annoiavo terribilmente. Quando non pensavo a come celare la mia ciccia debordante, mi distraevo facendo la conta di chi c’era e chi no; di chi era dispiaciuto, di chi fingeva e di chi non si curava di fingere. Mio padre era uno di questi: provai per lui un’inedita ammirazione. Era stato trascinato lì da mia madre, che invece piangeva di gusto; non si sarebbe mai lasciata sfuggire la ghiotta occasione di piangere per un avvenimento in tempo reale: le differite tivù, le tragedie delle sue telenovelas, non erano la stessa cosa.
Continuavo ad annoiarmi.
Si sentirono grida provenienti dalla casa del morto. Era la madre. Fui dapprima distratto e subito dopo attratto da quel dolore.La bara stava per uscire da casa. Le urla e i lamenti della madre aumentarono. “Ogni volta che esco, si mette a gridare!”, avrà pensato il morto.
Un ragazzo mi invitò a portare la bara in spalla. Non ne avevo alcuna voglia ma accettai: quel ragazzo mi incuteva paura, per la sua forza e per il passato, presente e certamente futuro delinquenziale. Era stato amico del morto: meglio non contrariarlo. Mia madre, accortasi di tutto, orgogliosa mi additava alle amiche. Non sapevo come liberarmi di quella bara. Ero stato incastrato. C’era caldo, sudavo terribilmente in quegli stretti pantaloni viola, e non mi andava di morire di fatica sotto lo scapestrato comodamente adagiato nel suo lettino di legno. Ebbi un’idea che mi avrebbe liberato da quel fardello mortuario. Mi avvicinai a mia madre e le confessai:
- Mamma, non ce la faccio, il solo pensiero di avere sulle spalle il cadavere di un amico, mi fa tremare le gambe. Mi sento svenire.- con voce rotta (dalla paura di essere picchiato) e il volto coperto dal sudore (per il caldo).
Mamma credette a tutto, anche al tono di voce commosso e al sudore freddo per l’emozione. Non era delusa, non aveva mai avuto un’alta opinione di me; le giravano le palle per averle fatto fare la figura della madre di un figlio senza palle. Tentò di rappresentarmi agli occhi delle amiche come un’anima sensibile.
Nessuno credette alla sua versione. Tutti mi trattarono con disprezzo. Anche l’amico del morto mi squadrò come gli altri; la cosa mi rinfrancò: non avrebbe mai picchiato uno come me.
Il corteo funebre si mosse. Il carro funebre seguì vuoto i sei imbecilli che portavano la bara, dimostrando con litri di sudore il loro affetto per il morto.
Conquistai subito le prime posizioni; dopo meno di duecento metri del percorso, ero a ridosso dei parenti più stretti. Da lì sentivo benissimo i maestosi lamenti della madre: trovavo sublimi quelle espressioni di dolore, penetravano le mie ossa, mi scuotevano.
Sentire non mi bastava più, volevo anche vedere; uscii quindi dal corteo e lo fiancheggiai sul marciapiede, all’altezza delle madre, per poter assistere da vicino. L’amico delinquente era ovviamente dalla parte opposta e, avendo la visuale ostruita dalla bara che sorreggeva, non poteva vedermi; non correvo rischi.
Assistere a tanta disperazione mi rintronava, ma non mi coinvolgeva: non ero dispiaciuto per quella morte, ero magnetizzato dalla madre e dal silenzioso e macerato padre, capaci di tanto amore. Solo esso poteva provocare tale pena. Lo sconvolgente cordoglio di quei genitori non era imitabile; i piagnistei d’alcune donnine del corteo funebre era uno sbiadito e irritante riflesso. Prefiche per diletto.
Mia madre era invidiosa: della madre del morto. Era sicura di poter fare meglio nel ruolo di protagonista femminile al mio funerale. Ad un certo punto, mentre mi fissava, nei suoi occhi lampeggiò delusione, “Mai una soddisfazione mi dai: adesso potresti esserci tu al suo posto, ed io dietro la bara! Invece mi toccherà mantenere la tua scialba e infruttuosa esistenza.” sembrò comunicarmi.
Proseguii accanto alla bara fino in chiesa. Lì assistetti alla messa funebre.
Il catafalco con i suoi drappi neri in mezzo al corridoio che divide la platea, posto dell’ospite d’onore; l’elegante prete munito di aspersorio e turibolo sul palcoscenico; l’aria calda e pesante di quell’afosa estate. Con tali ingredienti, il funerale non poteva non riuscire. Era tutto bellissimo. L’aria della tetra chiesa impregnata d’incenso e sudore, che in abbondanza evaporava, era da me inspirata profondamente e con voluttà.
Solo allora riuscii a capire cosa potesse provare un mio vecchio compagno di squadra, Maurizio. Era un ottimo terzino, mancino. Adorava la benzina, la annusava e con essa s’inebriava. Da tutti reputato un tossico impazzito. Non sceglieva il distributore meno caro ma la benzina dalla fragranza migliore. Più volte il benzinaio l’aveva trovato con il naso risucchiato dalla canna della pompa. Ripartito da ogni distributore in cui sostava, serbatoio dell’auto e guidatore traboccavano di benzene.
La messa funebre terminò. Iniziò il percorso che portava la bara dalla chiesa al cimitero. L’avrei seguito, se non fosse stato situato in collina. Pian piano, con l’iniziare della salita che ad esso portava, persi terreno e, quasi alla fine del corteo funebre, mi feci raggiungere da Giuliano. Un amico. Da lui raggiunto, fummo insieme superati dagli sgoccioli del corteo. Giuliano era poco interessato al funerale; al punto da sgranocchiare delle patatine al gusto di paprika portate da casa.
- Buone?- gli chiesi.
- Non male. Ma poca paprika.
- Stupendo ‘sto funerale, non credi?
- Scadente.
- Io l’ho trovato fantastico.
- Nulla di irresistibile; ho contato diversi abbandoni.
- Chi?
- Che ne so, non erano schedati. Avrebbero dovuto perlomeno offrire delle bevande, con questo caldo; ci sarebbe stato il pienone in chiesa.
- Che attrazioni dovrebbe avere un funerale per avere un buon favore di pubblico?
- Deve essere diverso da questa palla.
- Non mi propinerai le classiche cazzate: gioia, risate, lacrime bandite, bei ricordi da raccontare.
- Non lo so, ma neanche con ‘sta tristezza, ‘sti buoni sentimenti, le sperticate lodi profuse in favore del morto.
- Si sarebbero dovuti mettere ad insultare il cadavere? A cosa avresti voluto assistere? Ad una lapidazione verbale post mortem?
- Che cazzo ne so…boh..
- Come ti piacerebbe fosse il tuo, con manciate di merda lanciate sulla tua bara?
- Anche.
- Cosa sceglieresti dal catalogo del becchino, d’altro? Una finta moglie che decanti le tue gesta sessuali? O una vera che sbandieri le tue défaillance?
- Vorrei un funerale sincero.
- Sincero?
- Sincero. Chi oggi mi maledice, dovrà maledire il mio cadavere. Chi oggi mi elogia, potrà sfogare sul mio cadavere le maledizioni represse che in vita mi ha risparmiato.
- Non sarà difficile esaudire i tuoi desideri.
- Se tu ci sarai, dovrai escludere dalla lista degli invitati chi da vivo mi rompeva il cazzo e non faceva altro che rompermelo, e da morto mi elogerà e mi piangerà con eccessi. Fra questi, ovviamente, la mia famiglia.
- L’intera famiglia?
- Nessuno escluso. Degli amici, chi vorrà piangere pianga, chi vorrà ridere rida. Voglio che tutti siano sinceri. Che dicano: “Era una testa di cazzo”, “È morto anche troppo tardi, già a vent’anni avrebbe dovuto andarsene”, “Mio figlio è morto a ventisei anni, ‘sto stronzo è vissuto fino ai cinquanta mangiando catrame”. Non è obbligatorio piangere la morte di un uomo.
Avevamo perso di vista anche gli ultimi che seguivano il corteo. Rallentavo il passo e parlavo dell’ultima tappa del funerale, il cimitero, come di una tappa non corsa, almeno per questo giro. Allungai il passo fingendo di non voler perdere il resto del rito: non volevo fare la figuraccia di chi abbandona il gruppo per una salita. Convinto d’essere credibile agli occhi di Giuliano, lo incitai ad accelerare il passo per raggiungere il gruppo. Giuliano ci cascò e, come speravo, mi dissuase dal faticoso intento addossandosi la colpa dell’abbandono.
Eravamo stanchissimi. Ci sedemmo sul ciglio della strada per riprendere le forze. Lui continuava a tracimare, senza fretta, le sue patatine, sicuro di non correre pericoli con me vicino: le comprava al gusto di paprika perché a me non piacevano. Io con lui nelle vicinanze non le compravo: a qualsiasi gusto le comprassi, a lui piacevano; potevano essere ricoperte da cimici, a lui piacevano.
Bivaccammo là una mezz’ora. Perdendo tempo. Parlando del nulla. Ci raggiunsero Marzia e Lino, il fratello, di ritorno dal funerale. Erano vicini di casa di Giuliano. Abitavano al quarto piano, sullo stesso pianerottolo, appartamenti attigui. A Lino, Giuliano dava lezioni di recupero in italiano.
Giuliano era uno studente fuori corso della facoltà di lettere e si apprestava a rimanerci, senza alcuna fretta di laurearsi. Scrupoli, affacciatisi alla sua coscienza, giunti chissà da dove, l’avevano portato a contribuire al suo mantenimento, gravante sulle rassegnate spalle dei genitori, con lavoretti saltuari. Alle due entrate se ne aggiungeva una terza: convinceva il vicinato del bisogno incombente e improrogabile di lezioni di recupero ai loro malcapitati figlioli. Quando il denaro spedito dai genitori scarseggiava, in concomitanza, stranamente, i figli dei vicini divenivano più ignoranti del solito e necessitavano di più lezioni di recupero.
Ci eravamo conosciuti in casa di Marzia; lei possedeva una copia fuori commercio della biografia di Anna Magnani dal titolo “Nannarella” . Lui aveva avuto la meglio. Aveva strappato a Marzia il privilegio di poter avere in prestito il libro prima di me. Il pomeriggio seguente fui raggiunto da una sua telefonata. Aveva una proposta da farmi: per la modica somma di ventimila lire avrei avuto la possibilità di leggere la biografia dell’immensa attrice prima di lui. Lo insultai per una buona mezz’ora e accettai la proposta. Gli restituii il libro senza pagare una lira dopo due settimane. Mi tormentò per giorni minacciando azioni legali in caso di mancato pagamento. Simulò persino il rapimento della mia bici. Non ebbe mai quei soldi. Diventammo amici.
Marzia e Lino si aggregarono. Quattro scioperati sul ciglio di una strada. Chi seduto, chi sdraiato, chi irrequietamente in piedi, per non sporcare la gonna nuova e bianca, che mal si presentava ad un funerale. Giuliano iniziò a mangiare le patatine con fretta e nervosamente, terrorizzato dall’idea che Lino o Marzia potessero chiedergliene.
- Come immaginate la vostra morte?- domandai a bruciapelo, affliggendo tutti con la mia nuova ossessione.
- In questo posto, se non ce ne andiamo subito.- Marzia.
- Ho altro a cui pensare, la mia vita non sarà breve come la tua. - Lino.
- Non ci voglio pensare. La rimuovo. La morte è la fine della favola. Nulla di me dopo l’ultimo respiro; a pensarci mi viene da vomitare.
- A me basta guardarti mangiare.- Marzia, schifata dalla nevrotica voracità con cui Giuliano trangugiava le ultime patatine.
- Avevo diciassette anni, osservavo il mio viso allo specchio. Lo immaginai in decomposizione; accarezzai la guancia con le dita, immaginai anche la mano nella bara, a pochi centimetri dal viso; anch’essa si decomponeva, senza che io potessi fare qualcosa; non essendo più mia, non essendoci. Vomitai.
- Hai vomitato dopo esserti guardando allo specchio? Pecchi di autostima. Andiamo?- stanca di stare in piedi a sentirlo.
- Il giorno dopo raccontai tutto ad un mio professore. Mi rassicurò: era nella norma, a diciassette anni, pensare alla morte. Di non affliggermi.
- E allora?
- Sarà stato anche nella norma, io non ci trovai alcuna consolazione. Iniziai a sospettare fosse un cretino.
- Chi avevi in Filosofia? Panchinotti? – gli chiese Marzia.
- Sì, lui. Non si possono liquidare le paure di un adolescente come ragazzate. Sarebbero potute sfociare in una pericolosa depressione o, peggio, in un suicidio.
- O in un omicidio, o in un massacro, o in una guerra.- lo irrise Marzia.
- Ma ti preoccupa la morte o la decomposizione?- continuai, imbevuto di domande da talk show.
- Alla decomposizione il rimedio c’è, alla morte no. La prima può schifare, ma, una volta morto, che cazzo me ne frega? La seconda mi fa perdere il sonno. Invidio i cattolici, convinti di liberarsi della corazza con la morte e continuare l’avventura alleggeriti. Beati loro. La decomposizione la eviterò: mi farò cremare. Deve essere bellissimo …
- … essere ricoperti di crema. Che sciocchezze! Andiamo, non ho voglia di rimanere qui a sentire i soliti giochi di parole da tanatofobico cerebroleso. – Marzia.
Era stanca, non aveva alcuna intenzione di sedersi e sporcarsi la gonna. Insisteva per andare a bere qualcosa in un bar. Noi stavamo comodissimi fra il marciapiede e il selciato ed egoisticamente non accennavamo a muoverci. Il fratello, come ogni fratello che si rispetti, non le dava man forte e mostrava godersi l’asfalto più di quanto si potesse umanamente godere un asfalto.
Mi rammentò quel tipo, un elettricista inglese, che ogni notte faceva l’amore con il lastricato di un marciapiede di cui si era innamorato. Era stato trovato più volte con i pantaloni abbassati, disteso sulla strada, a far l’amore, eseguendo i movimenti tipici di un amplesso. Fu denunciato da una mamma che reputava lo spettacolo indecente e poco adatto alla vista del figlio.
Il bimbo sarebbe cresciuto altrettanto bene e il marito avrebbe migliorato le proprie prestazioni sessuali con il simpatico maniaco ad ispirarlo.
Temeva che il marito scoprisse quanto fosse meno calda di un marciapiede mattonellato? Magari, passa oggi, ripassa domani, il marito avrebbe fatto amicizia con l’elettricista e insisti oggi, alletta domani, l’avrebbe convinto a tradirla con un vicolo cieco appena catramato. Perché affrettarsi a denunciare un uomo per i singolari gusti sessuali? Prima o poi, il freddo avrebbe fatto recedere l’originale amante o avrebbe promosso da semplice mania a vero amore l’infatuazione per il bel marciapiede mattonellato.
Gita al funerale testo di viscomica