Il fascio di luce era piccolo e stretto, illuminava oggetti che lui aveva solo immaginato.
Aveva imparato riconoscerli dal rumore. La poltrona che ora gli presentava non molto diversa da come l'aveva vista nella sua mente, differente solo nel giallo del colore.
Aveva riconosciuto il rumore del frigorifero che veniva aperto a orari regolari, colazione, pranzo e cena. Il soffitto della cantina dove era stato rinchiuso per cinque mesi era di legno, sostenuto da grosse travi che lo percorrevano longitudinalmente, e lo isolava pochissimo dai rumori della stanza sopra di lui. Completamente al buio aveva imparato ad affinare l'udito, unico suo contatto con il mondo esterno quando, anche la forza di gridare l'aveva abbandonato, rinunciando a chiamare aiuto, perdono, o piangere per la disperazione.
Di notte quei grossi travi erano abitati da tarli, nel silenzio più assoluto della sua solitudine, rotta solo dal suo respiro li poteva sentire rosicchiare il legno. Li aveva immaginati laboriosi e affamati scavare cunicoli che non portavano da nessuna parte, proprio come quelli che lui aveva scavato per giorni, con le sue piccole dita, fino a staccarsi le unghie e farne fluire sangue copioso.
Anche se il pavimento sembrava di terra morbida, nascosto un metro sotto, vi erano celate gettate in cemento, forse una lastra costruita per un motivo ben preciso e cosa strana per un paese dove la maggior parte delle case era costruita in legno.
Dopo essere stato nutrito a scatole di cibo per cani e acqua fredda, la piccola torcia aveva illuminato un oggetto grande, proprio dove si era aspettato di trovarlo. Il suo sguardo riconobbe la sagoma del frigorifero. Era del tipo americano, grande di colore grigio, era pulitissimo, l'unica cosa che si notava era un piccolo adesivo con un simbolo a forma di osso, le parole stampare erano troppo piccole e troppo poca la luce per essere leggibile da quella distanza.
Contro la sua volontà. Il suo stomaco cominciò a farsi sentire, il brontolio era così forte che non poteva non pensarci, si sentiva debole, in quei cinque mesi aveva perduto sicuramente venti chili e il desiderio di trovare del cibo vero presto s’impossesso di tutti i suoi pensieri, in quel momento decise che aveva ancora del tempo prima che tornassero, ormai conosceva i movimenti di quella casa, sembrava la routine di una famiglia normale. Decise di aprire il frigo. Si diresse verso l'elettrodomestico che distava qualche metro solo da lui, doveva solo attraversare il salotto.
Fece il primo passo e il rumore delle assi di legno si confondeva con la richiesta di cibo del suo stomaco, contemporaneamente la luce della torcia si fece fioca, cominciò ad assumere un colore giallognolo, segnale che la carica della batteria cominciava a esaurirsi. Decise di spegnerla per conservarla, ora che quella torcia era diventata la cosa più importante di tutta la sua vita e gli sembrava un segnale divino che fosse stata smarrita dal suo carceriere la sera prima, mentre gli portava la solita cena. Dovette aspettare che i suoi occhi si riabituassero all'oscurità che tanto gli era diventata familiare, durante la sua prigionia, ma che sapeva lo avrebbe tormentato tutte le notti da lì alla sua morte.
Occorsero solo pochi istanti poi, anche se meno nitide le sagome gli apparivano abbastanza definite, risaltando appena contro la luce che passava solamente dalla serratura della porta, il pavimento invece gli era un punto interrogativo.
Si avvicinò di un altro passo poi si chiese "perche vado andando piano?", la riposta gli giunse immediata, un cane abbaio sommessamente da un posto vicino ed egli si ricordò del rumore di unghie graffiare la porta che lo teneva prigioniero.
Ancora qualche passo e sarebbe arrivato al frigo, si trovava perfettamente a metà tra la porta e il frigo e anche mentre si ripeteva che avrebbe dovuto lasciare stare il cibo e scappare fece un altro passo, poi un altro ancora.
Ora la sua mano impugnava il freddo metallo della maniglia, sapeva che tirandola la luce interna avrebbe illuminato sicuramente la stanza, dando forma e colore quasi reale a tutto quanto in essa contenuta. Riflette ancora per un attimo e tirò. La luce lo avvolse come un mantello, rivelandone il profilo povero e il volto troppo dimagrito, i suoi occhi sbatterono più e più volte la torcia gli cadde si mano e si accese illuminando il corridoio, ma lui non se ne curò, quello che gli si presentò davanti agli occhi lo lascio senza parole, senza fiato per urlare, solo la paura più profonda e recondita prese in carico il suo corpo ormai esausto e gli ordino di voltarsi e scappare.
Si girò, ma non riuscì a fare molta strada, dopo il primo passo, sentì un rumore metallico che subito non riconobbe e dolore. Poi in un attimo capì. Una tagliola di ferro, di quelle usare per la caccia agli animali lo aveva morso a una gamba, inizio a dilaniarli il polpaccio, passando prima attraverso la pelle poi i tessuti fino ad arrivare all’osso, più si muoveva e più il suo morso lo penetrava. Lui non poteva sapere che la tagliola era stata modificata potenziandone il meccanismo di scatto.
Tutto ad un tratto delle piccole luci si accesero, riconobbe il led rosso di una telecamera che lo filmava, prese a urlare come non aveva mai fatto, come un animale ferito urla al mondo che sta morendo.
Ci vollero venti minuti prima che morisse dissanguato, poi le luci si spensero e tutto tornò buio e oscurità.
fame testo di Archi