L'intonaco azzurro è crepato, è già scrostato dove anni fa sono stati piantati spessi chiodi. Si sono già formate lunghe crepe che lasciano intravedere il muro grigiastro e sporco, che da troppo tempo - così pare - non riesce a respirare, oppresso da quello strato di intonaco. Il pavimento è formato da scuri quadrati marroni, con i lati lunghi poco più di un metro, delimitati da strisce larghe circa due centimetri che un tempo erano state bianchissime, ma che adesso sono grigie. Sul pavimento dell'aula i quadrati sono cinque da un lato, dove l'ultima striscia bianca coincide perfettamente con l'angolo formato dall'incontro del pavimento con la parete; dall'altro lato, invece, ce ne sono cinque, più sei centimetri di un sesto. E questi sei centimetri inquinano il sollievo donato dalla precisione di quei perfetti cinque quadrati.
I tre lampadari appesi al soffitto sono lunghi e sottili, divisi in tante piccole celle che paiono specchi, da cui viene emessa la luce bianca e accecante, accesa solo nei giorni di pioggia. Le lunghe schiere di celle scrutano i bambini dall'alto, e li minacciano, sibilando che sì, prima o poi cadranno sulle loro teste, provocando un frastuono assordante e spargendo ovunque schegge di vetro.
Le regole da rispettare in classe, scritte su tanti fogli verdi, ritagliati a forma di foglia e appesi sopra la lavagna d'ardesia, guardano negli occhi, vittoriose, solo i bambini che rispettano la loro autorità. Guardano torve i bambini, con l'aria superba di chi sa che una cosa o è giusta o è sbagliata, così come una cosa o è nera o è bianca. Senza pronunciare una sola parola, senza far altro che rivolgere il loro sguardo a coloro che trovano quelle foglie di carta terribilmente pesanti, si compiacciono di avere ancora il loro potere, spesso sottovalutato, ignorato, quasi dimenticato dai bambini.
L'ampia cattedra, posta tra la lavagna di ardesia e quella elettronica, non si trova sulla metà esatta di quel lato dell'aula. Si trova a circa cinquanta centimetri a sinistra rispetto alla metà della parete; sarebbe sufficiente un semplice movimento per rendere perfetta la disposizione del banco, ma ciò - più volte l'ha ribadito la maestra di Matematica - non è possibile: spostando leggermente a destra la cattedra, le gambe del tavolo urterebbero il cavo che collega il monitor del computer all'hardware. Nell'angolo sinistro della cattedra sono ammucchiati cinque diversi portapenne. Uno contiene delle penne a sfera di diversi colori, uno delle forbici di varie dimensioni - le grandi forbici rosse, al contrario di tutte le altre, sono di esclusiva proprietà della maestra di Italiano, e chi viene sorpreso ad usarle rischia una sgridata memorabile; i tre portapenne rimanenti sono riservati a righelli, penne, matite, bianchetti, gomme da cancellare e pennarelli che qualche bambino raccoglie da terra e che, senza sapere a chi appartengono, ripone nei portapenne, nella speranza che i proprietari di quegli oggetti possano ancora ritenersi tali il giorno dopo. Sull'angolo destro della cattedra, invece, si innalza l'alta pila di quaderni che la maestra deve ancora valutare; la pila, per fortuna, si abbassa velocemente, ma nessuno sembra curarsi del tormento di chi attende il giudizio negativo dell'insegnante, probabilmente dovuto al fatto che nella terza pagina del quaderno di matematica ha scritto il titolo della lezione con la penna verde e non con quella rossa, che aveva dimenticato a casa. La pila di quaderni gli rivolge uno sguardo severo, lo fissa socchiudendo gli occhi e sussurrando che no, non va affatto bene: è necessario prendere seri provvedimenti contro quella dimenticanza. Questo è necessario se vuole ottenere qualcosa nella vita, e chi non vuole ottenere qualcosa nella vita?
La lavagna d'ardesia non è mai stata ben pulita, e per questo spesso si vedono le parole che sono state scritte il giorno prima. Si vedono chiaramente i punti in cui le maestre hanno calcato di più con il gessetto, forse per spiegare che la lettera "t" maiuscola in corsivo non richiede un ricciolo troppo elaborato. La maestra di Italiano lo spiega spesso - dicendo che i suoi studenti non sono amanuensi che devono realizzare maniacali miniature, ma normali, normalissimi scolari di seconda elementare - per una sola persona, e quella persona, per quanto ci provi, non riesce a fermare la penna in tempo: il ricciolo nella "t" maiuscola in corsivo è ancora troppo elaborato. E si ripete continuamente che è una persona normale, non un amanuense che realizza maniacali miniature, come afferma la maestra.
In un angolo della lavagna è appeso con un pezzetto di nastro adesivo un bigliettino che riporta la scritta "Vi vogliamo bene, maestre"; la frase è stata scritta su un foglio a quadretti da sette millimetri, delimitati da linee azzurre, con una penna a sfera viola. Alla fine della frase è stato disegnato un cuore colorato con la stessa penna viola usata per scrivere, senza rispettare il perimetro della forma.
Sulla parete, dietro agli ultimi banchi degli studenti, sono appoggiati due identici armadi in legno chiaro. L'anta del primo armadio è rotta e spesso si apre da sola, mentre quella dell'altro è chiusa con un lucchetto molto lungo e molto pesante. Nel primo armadio le maestre conservano le risme di fogli di carta che i bambini usano per i disegni, i pennarelli - sono i nuovi Giotto turbo maxi, con il nuovo tappo liscio e cilindrico - e le matite; sul lato interno dell'anta è appesa la fotografia dell'attore preferito della maestra di Italiano. La fotografia è incorniciata da strisce di carta rossa su cui è scritto con un pennarello viola "PROGETTO ACCOGLIENZA!". Nel secondo armadio sono conservate capsule di caffè, bustine di zucchero e confezioni di latte - usate dalle maestre per macchiare il caffè, che preparano con la macchinetta che hanno appoggiato su un tavolo dietro alla cattedra, insieme con l'hardware, la tastiera e il mouse della lavagna elettronica. Quasi nessuno pensa al motivo di quella scelta, considerato che una tazza di caffè accidentalmente rovesciata sull'hardware della lavagna elettronica non sarebbe un danno a cui si può facilmente porre rimedio.
Sulle teste degli studenti pendono i disegni da loro realizzati, appesi con delle mollette di legno a lunghi spaghi, le cui estremità sono inchiodate a pareti opposte. Vengono appesi venticinque disegni, venticinque versioni diverse dello stesso disegno, realizzate da venticinque bambini diversi; le opere vengono sostituite da altre ogni settimana. Quei disegni, colorati senza criterio, realizzati senza alcun senso, con i bordi non definiti, sono di tanti colori diversi e l'allegria insana, inquietante, quasi isterica, che emanano è difficile da tollerare per chi li osserva più di un minuto. Quasi nessuno si pone questo problema, considerato che quasi nessuno - ad eccezione di chi ha molto tempo da perdere - si dedica all'attento studio di quelle opere incomprese.
I bambini chiacchierano tra di loro. Alcuni litigano per il possesso di un temperino d'acciaio (quelli che sono tanto popolari, quelli che hanno tutti; quelli che cadendo provocano un rumore che fa sobbalzare le persone più tese), altri per le figurine dell'album Amici cucciolotti, altri ancora per i beyblade più potenti. Le bambine stabiliscono chi deve essere Flora e chi Stella, perché il sogno di ogni bambina è essere sia Flora che Stella, e nessuno vuole essere Aisha oppure Tecna, perché hanno i costumi peggiori. I bambini espongono le loro argomentazioni tra loro, sostenendo che no, Numero C39: Raggio Utopia non è la carta di tipo luce più forte. Pochi ascoltano la lezione, socchiudendo gli occhi se sono seduti agli ultimi banchi, appoggiando il mento ad una mano se sono seduti ai primi banchi. La maestra di Matematica spiega, intimando ai bambini di tacere e di seguire la lezione, perché se non capiscono questo argomento, non capiranno nulla degli argomenti successivi. Ma come si può ascoltare tutta la lezione, così chiara; così facile; così ripetitiva; così noiosa; così angosciante; così straziante? Non conviene forse leggere le spiegazioni degli argomenti successivi, per capire cosa è davvero importante capire? E se qualcuno riesce a capire gli argomenti successivi, non ha più senso accelerare il programma? Quasi nessuno lo sa, ad eccezione di chi ha letto tutto il libro di matematica e ha potuto osservare con i suoi occhi il grande inganno a cui la sua classe è sottoposta: l'inganno dell'obbligo ad un ritmo dolorosamente lento.
E i bambini parlano, spensierati, tranquilli, ignorando che l'aula non è quadrata ma rettangolare, perché un lato è lungo sei centimetri in più dell'altro; che i lampadari li minacciano di cadere loro addosso; che le regole scritte sulle foglie verdi li fissano continuamente, pretendendo da loro la consapevolezza di cosa è giusto e cosa è sbagliato, la consapevolezza di essere completamente colpevoli delle proprie azioni; che devono prendersi il disturbo di recuperare il loro materiale, quando nessuno si cura di una matita persa dal momento che sa che può comprarne un'altra; che la pila di quaderni li sta sgridando, chiedendo loro se davvero pensano di poter frequentare l'università se non sono in grado di ricordare di mettere una penna rossa nell'astuccio; che le parole rimaste sulla lavagna dal giorno prima li stanno criticando duramente, diffondendo in ogni angolo del corpo il calore dell'umiliazione, della delusione e del disprezzo; che c'è un uomo dentro l'armadio; che sopra la loro testa pendono prove concrete del fatto che la serenità e la noncuranza dei bambini è senza dubbio una vera e propria pazzia.
Leggerezza testo di gloriaa.baresi