IO, GENDER
Anche un momento fa, dalla fiancata di uno di quei barconi che portano i turisti in su e in giù lungo la costa, ho sentito il solito grido:
“Guarda, un delfino!”.
Seguo la scia delle barche senza aggregarmi ai miei consimili, in cerca dell’anima gemella. Sono sicuro che esista, devo solo trovarla. Scandaglio con cura ogni branco che incontro, mi unisco a loro per un paio di miglia, li ascolto: nessuno parla il mio linguaggio. Mi guardano curiosi, mi ammetterebbero nel branco, se solo volessi. Nessuna specie è sociale come questa, tranne, forse, l’uomo. Sono io che mi sottraggo dopo averli sondati ad uno ad uno, per non cedere alla tentazione di dimenticare la mia origine.
I miei genitori non sono due delfini, ma un uomo ed una donna. Nel mare, in un piccolo specchio di mare dove l’acqua era bassa e tiepida, hanno fatto l’amore senza potersi congiungere. Il seme dell’una ha incontrato i fluidi vitali dell’altra, fecondandoli. Nel limbo dei non-nati mi è stata data questa possibilità: nascere delfino. Ed io me la sono presa.
L’amore: è questo, mi hanno detto, che fa la differenza. Nessun grembo materno ti cullerà per nove mesi, non potrai nascere uomo come i tuoi genitori, ma sei stato concepito con amore. Sarai, se lo vuoi, delfino.
E così, nei miei balzi fuori dall’acqua, faccio il pieno d’aria e di cielo, e ricambio la simpatia con cui questi esseri umani mi guardano dai barconi. Sento, dentro di me, gli echi delle voci dei miei genitori, l’afflato che li unisce, perfino l’eco delle loro risate. Sono questi i pensieri che mi fanno compagnia.
Ecco, dentro al mare mia madre, anni fa, desiderava mio padre; solo dentro al mare, lasciati a riva tutti i pensieri, ride felice, in un’esplosione di gioia pura. Nuota a gara con sé stessa, con uno stile un po’ approssimativo, ma con una certa velocità: sceglie dei punti di riferimento – un moscone, un canotto -, poi questi si spostano, la gara non finisce mai, ma il suo piacere consiste nel sentirsi abbracciata dal mare.
Dopo anni, finalmente, ha incontrato mio padre. Dopo un anno, l’ha portato al mare, nel suo elemento. Qui, gli diceva, conoscerai il mio io primordiale, allo stato puro. E così è stato. Si sono immersi insieme si sono abbracciati, hanno riso pieni di gioia per quei momenti preziosi.
Mio padre non sa nuotare, e nutre per il mare un reverente timore. Tuttavia lo ama, e adesso, che ha conosciuto così mia madre, lo amerà anche di più. Ogni volta che rivedrà il mare – il che capita spesso – non potrà non pensare a lei: è come un incantamento che mia madre gli ha fatto. Ma lo stesso, naturalmente, vale per mia madre, che vive così lontana: da ora in poi, quando rivedrà il mare, il suo cuore si gonfierà di una nostalgia struggente, come quella di un capitano di lungo corso condannato all’esilio in terraferma.
Mio padre ha radici solide che si approfondano nella terra, come un albero possente, ed a ben pensarci quest’immagine rispecchia a dovere la sua razionalità. Mia madre ha le radici nell’acqua, come le mangrovie: radici lunghe, sofferte ed inestensibili, ma forti. E questa è come una parabola della rotellina che ogni tanto, nella sua testa, si rigira.
L’altro giorno gli ha regalato una conchiglia, tenendone per sé una simile: mia madre ha di questi pensieri. Le conserveranno come un tesoro. Quando ci s’innamora, si torna un po’ adolescenti, forse perché è proprio il nostro io adolescente, con la sua freschezza e levità, che s’innamora.
A volte vorrei che, così come io so di loro, e li seguo passo a passo nelle loro vite separate, anche loro sapessero di me. Cosa penserebbero di un figlio delfino? Un figlio dell’amore, non può che essere amato? Mia madre, al contrario di mio padre, non ha altri figli: forse potrei consolarla. E mio padre, scoprendo grazie a me di essere ancora fertile, potrebbe sentire meno greve il peso degli anni…
I miei genitori percorrono le loro strade sulla terraferma, incontrandosi solo di tanto in tanto: un filo d’amore li unisce, e fa sì che si accompagnino, in un qualche modo misterioso, nella vita.
Io, Gender, fendo le onde, solco il mare, e tutto sommato quella che provo è pura gioia di vivere.
Quando incontrerò un altro delfino come me, perché lo incontrerò, questo è certo, anch’io conoscerò l’amore che mi hanno insegnato, e nel limbo dei non-nati concepirò un altro mio simile.
Domenica, ore 11
LUCA
Più che uscire di casa per la mia solita passeggiata, oggi sono fuggito. Avevo fretta di tirar fuori la sua lettera, l’ho letta e riletta venti volte, l’ho imparata a memoria. Perché mi toccherà distruggerla, come ho fatto con le altre, e questa volta sarà ancora più grande, il dispiacere che proverò.
Oggi lei parte. Quest’estate è arrivata e ripartita non so quante volte, alzandosi all’alba per percorrere tutti quei chilometri che ci separano, per incontrare me. ME! Sono stupito, ancora incredulo, eppure… eppure è quello che ha fatto, in tutti questi mesi.
L’estate scorsa abbiamo cominciato a frequentarci, ed io ero, non dico freddo, ma distaccato, razionale, era questo che mi proteggeva. Non volevo sconfinare nel ridicolo, ne’ immergermi tanto, in questa cosa, da mettere in pericolo il mio mondo di affetti.
Domani vedo Sara, mi dicevo, ed era poco più che un appuntamento come tanti altri, anche se chiaramente mi faceva piacere rivederla, e riprovare con lei emozioni che credevo ormai assopite per sempre. E poi c’era il lato sorridente di questa storia, noi ci trovavamo e ridevamo insieme, colmando così questo giocoso bisogno che ci univa…
Adesso qualcosa è cambiato: quando le telefono, una volta alla settimana, come faccio da un anno a questa parte… questo è solo un puntino nella mia giornata, che mi fa sicuramente felice: ma attorno a questo puntino ruota, turbinoso, tutto il resto…
Quella di quest’anno è stata l’estate più splendida della mia vita. Ieri gliel’ho detto: sono stato in crociera nei mari più belli, ho visto le spiagge più esclusive, ma da nessuna parte sono stato così felice come con Sara, in quella stretta striscia di sabbia, ad una manciata di chilometri da casa mia. E’ là che abbiamo sognato di concepire il nostro figlio immaginario, un delfino, Gender…
Oggi per me finisce l’estate. Forse è l’ultima estate della mia vita.
Qui, sul molo che percorro quasi ogni giorno, mi ritrovo a piangere come non mi è mai successo: io, al contrario di Sara, non piango quasi mai.
Ha scritto questa struggente lettera di addio, e l’ha scritta perché io l’ho spinta a farlo, ma allora non sapevo ancora di amarla! L’ho scoperto adesso, quando ho capito che stavo per perderla.
Questo è un tormento, l’amore che provo mi mette in una situazione disperata, non c’è una soluzione, devo dimenticarla, devo telefonarle e chiederle di aiutarmi, non vedendoci, non sentendoci almeno per un po’…
So però che ogni volta che rivedrò il mare non potrò non pensare a lei: è per questo che Sara ha insistito perché facessimo il bagno insieme… questa è una cosa che nessuno potrà portarmi via.
Quando guarirò da questo amore e dalle sue ferite, quando non farà più male, mi basterà guardare il mare per risentire il sapore dei suoi baci… era quello che le dicevo sempre: che, se mi avessero fatto baciare venti donne ad occhi chiusi, tra cui lei, l’avrei riconosciuta subito.
Domenica, ore 9
SARA
Eccomi pronta! Mi sono svegliata presto, prestissimo, come mi accade quasi sempre quando sono qui. Mi sveglio, e anche se è un giorno festivo mi dispiace starmene a letto. Così mi alzo e preparo la colazione, che faccio sempre in giardino, basta che non piova.
Oggi è una scura mattinata di inizio ottobre, le nuvole sono gonfie di pioggia, ma per adesso il tempo regge. Mi siedo a tavola, guardando con amore quel giardino che appartiene alla mia infanzia, i fiori di vetro sotto il pino, il tronco al quale appoggio la bici ogni giorno.
Tutto attorno mi è familiare, e mi parla di ritorno a casa, alle radici. E stamattina c’è qualcosa in più: il mare, lontano un paio di chilometri, è in tempesta, sta urlando, e mi lancia così il suo richiamo, un richiamo come quello delle Sirene, ammaliatore e fosco insieme.
Il mare mi chiama, ed io devo andare. Tiro fuori la bici e pedalo velocemente, sotto le prime gocce di pioggia. Arrivata in spiaggia, tiro su il cappuccio e salgo i pochi gradini che portano al molo.
La spiaggia adesso è nella sua veste invernale, deserta di ombrelloni e di gente; solo poche persone passeggiano sulla battigia, c’è silenzio di attività umane: l’unico rumore, che tutto sovrasta, è il mugghiare delle onde.
Arrivo in cima al molo, le onde sono tanto forti che si infrangono rumorosamente oltre gli scogli, arrivando a lambirmi.
Non mi va di bagnarmi, e salgo sulla scaletta che porta al basamento del faro. Da lì scruto il mare: sulla mia sinistra alcuni uomini in muta da sub pagaiano a pancia in giù sulle loro tavole da surf. Così neri e allungati sembrano grossi girini di mare, uomini-rana che sfidano le onde.
Guardo davanti, e mi perdo a fantasticare: lì, al largo, mi sembra di scorgere il delfino che Luca ed io immaginiamo di aver generato, il figlio che non abbiamo avuto, ma che comunque amiamo, il delfino Gender. Guardo verso sud, e quasi posso scorgere lo specchio di mare in cui è nato. E’ incredibile come possa essere limpido e cristallino il paesaggio in una giornata come questa, molto di più di quando splende il sole…
Guardo queste acque che non mi apparterranno più fino all’anno prossimo con amore e nostalgia, la nostalgia struggente dell’emigrante.
Ed infine mi volto verso nord: il mare che bagna la città è tutto un turbinio di goccioline attraverso le quali riesco quasi a vedere Luca. Lui vive là, abitiamo lontani, e anche se lontani non fossimo nulla nella nostra storia sarebbe cambiato.
Proprio ieri sera, dopo avermi opposto resistenza per oltre un anno, ha scoperto di amarmi. E’ stata una rivelazione. Eravamo a tavola, per una delle nostre cene, di solito così allegre e romantiche, e lì si è svelato, sorprendendo anche se stesso.
“Ho tradito le consegne.”, mi diceva accorato, lui che desiderava solo volermi bene, ed accompagnarmi per un tratto di strada, nel modo più lieve possibile.
Eravamo turbati, io avevo voglia di piangere, ma non è stata una serata triste, niente affatto.
Dopo ci siamo seduti su un muretto, come mi è sempre piaciuto fare, fin da piccola, e gli ho consegnato la lettera che gli avevo scritto: una lettera d’amore e di addio insieme, e gli dicevo addio perché lui me lo aveva chiesto, avvertendo che la nostra storia diventava man mano più greve, non più solo quella che definiva un’amicizia sessuata. Adesso capisco perché, ed il perché era il suo nuovo amore per me, ancora tutto da scoprire. Ma gli dicevo addio anche perché qualcosa era scattato dentro di me, consapevole che il tempo per noi era scaduto. E lui ha letto la lettera come ha fatto con le altre, in silenzio, con attenzione e commozione.
Ora sono qui da sola, come sono quasi sempre.
Il mare mi urla nelle orecchie, mi chiama ancora, come se volesse attirarmi tra i flutti. Se non amassi tanto la vita forse adesso lo farei, mi butterei dalla base del faro a pancia sotto, inalando il mare che tanto amo con i miei ultimi respiri.
Penso agli uomini-rana che non sono lontani, ed accorrerebbero a salvarmi. Perfino un tipo che è arrivato in bici sul molo, dall’altra parte del canale, potrebbe tuffarsi d’istinto, per soccorrermi.
Resto così sospesa, e cominciano a sgorgare le lacrime, lacrime grosse come quelle di un bambino, che in due secondi ti hanno già inzuppato la camicia, lacrime come i goccioloni di certi temporali estivi, un intero mare di lacrime.
L’ho appena lasciato, passerà chissà quanto tempo prima che ci rivediamo, e mi struggo per lui.
Con violenza mi strappo via dal mare, dalla vista della città che amo di riflesso, dalla pinna dorsale del delfino Gender, dallo specchio d’acqua che lo ha visto concepire.
Fa male, strappare le radici, ogni volta di più; altre ne dovrò strappare tornando alla mia casetta ed al suo giardino, mettendo via le cose per superare l’inverno.
E quando chiuderò il cancello dietro di me, parte del mio cuore rimarrà lì, in attesa.
Io, Gender testo di genny