Viviana corre per strada che quasi non ce la faccio a starle dietro, corre e ride che pare un film, una commedia romantica americana.
Poi si ferma a parlare con un cane, un cane qualsiasi che l’ascolta e le fa gli occhi dolci. Lei lo accarezza fino al cuore, parlano la stessa lingua, quella che io non riesco a imparare.
Viviana ride, ma più spesso piange, di notte riempie tutti i cuscini, poi al mattino si guarda allo specchio e si chiama per nome, un nome che non è mai il suo.
Nel suo corpo di donna c’è la bambina che abbraccia il suo orso di pezza e gli chiede quando la porterà via, poi fa bolle di sapone con l’acqua della bottiglia e le rincorre chiamandole farfalle.
Viviana ha sempre una chiave in tasca, quella del Paradiso, dice e quando sarà grande aprirà la sua porta, quella porta che solo lei conosce.
Viviana è pazza, pazza come una poesia da riscrivere ogni giorno, pazza come le ore rubate al sonno, o forse sono io il pazzo e lei non esiste, o forse io non esisto e lei mi chiama pazzo, o forse siamo entrambi pazzi, dei fantasmi impazziti dalla gioia di non esistere, forse…
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