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Avevo dieci anni quando l’ho vista per la prima volta.
Ero sola, sotto le coperte, con la gola chiusa dalla febbre e gli occhi stanchi che guardavano il soffitto creparsi lentamente come ghiaccio sottile.
La stanza odorava di polvere e medicine scadute. La finestra tremava sotto il vento della brughiera.
E poi, da dietro la tenda, è venuta fuori lei.
Non l'ho mai vista davvero, non con gli occhi.
Ma so com’è fatta.
La sua pelle non è pelle. È fumo che si stringe, è velluto nero che scivola sul legno senza suono.
Il suo volto non ha lineamenti, ma sento il suo sguardo.
Sento che mi guarda come una madre che ama troppo.
Come qualcuno che non sopporta vedermi in questo mondo crudele e mi vuole tutta per sé.
«Non parlare», mi sussurrò, con una voce che mi è entrata nella testa come un canto di culla cantato troppo piano.
«Lascia che io mi prenda cura di te.»
Io avevo paura.
Ma non gridai.
Mi stese le braccia sottili, e mi avvolse.
E fu come essere tenuta stretta da qualcosa che sa esattamente dove fa più male.
Il cuore.
La gola.
La testa.
Da allora, non mi ha più lasciata.
Viene ogni notte.
Quando le luci si spengono. Quando le pareti smettono di respirare. Quando persino i sogni si voltano dall'altra parte.
La sento entrare.
Si insinua sotto la porta, tra le fessure del pavimento, si avvolge attorno ai piedi del letto come nebbia viva.
Poi sale, lentamente, come una coperta tiepida e troppo pesante.
Mi pettina i capelli, con dita leggere come piume bagnate.
Mi bacia la fronte, come farebbe una madre che ha perso un figlio.
Mi sussurra parole che non esistono in nessuna lingua.
E mi abbraccia.
Mi abbraccia fortissimo.
Così forte che dimentico chi sono.
A volte canta per me.
Una ninnananna senza parole, una melodia fatta di sussurri e ruggine, dolce e terribile.
La canto anch'io, dentro di me. Anche se non la conosco.
Quando provo a parlare, lei mi zittisce.
Con dolcezza. Con infinita dolcezza.
Mi mette un dito sulle labbra.
Oppure… mi fa scivolare nel silenzio.
Nel vuoto tra un battito e l’altro.
Nel gelo tra un respiro e il successivo.
E lì, io scompaio.
Sento il mio corpo diventare leggero.
Sento che lei respira al posto mio.
Che prende il mio battito.
Che si nutre della mia voce, della mia memoria, della mia volontà.
E io non faccio nulla per impedirlo.
«Shh…
Non devi essere forte.
Non devi essere viva.
Devi solo essere mia.»
Ho provato a scacciarla.
Una notte ho recitato preghiere.
Un’altra ho acceso tutte le luci.
Una volta ho perfino lasciato la porta aperta, sperando che il vento la portasse via.
Ma lei è più forte del vento.
Più antica delle preghiere.
Più paziente della luce.
Quando la ignoro, lei ride.
Una risata piccola. Cristallina.
Quasi infantile. Quasi tenera.
Ma più fredda della neve sul vetro.
Più affilata del filo di un rasoio bagnato.
Quando la ignoro, lei si fa paziente.
Mi aspetta.
Mi guarda dal soffitto.
Mi striscia sotto il letto come una seconda pelle.
E poi torna. Sempre.
Più gentile. Più dolce.
Più invasiva.
Mi prende il viso tra le mani, quelle mani fatte d'ombra, e mi dice:
«Non c’è nessuno là fuori per te.
Io sono tutto ciò che ti serve.
Ti proteggo. Ti copro. Ti spezzo solo un po’… ogni notte.»
E io la lascio fare.
Perché lei mi ama.
Mi possiede.
Mi dissolve.
E io non ho più la forza di resisterle.
Perché quando provo a resisterle, è peggio.
Quando provo a parlare, lei entra dalla bocca.
Mi soffoca con dolcezza.
Mi cancella con amore.
Dormiamo sempre insieme.
Lei mi tiene stretta.
Io affondo in lei.
E ogni notte muoio un poco di più.
E quando il mattino arriva,
io sono ancora lì.
Ma meno.
Un giorno, so che non mi sveglierò più.
Ma forse sarà meglio così.
Perché lei sarà lì,
A tenermi stretta.
A cantarmi, ancora una volta, la sua ninnananna senz’anima.