Il Divoragusto

scritto da La penna a stilo
Scritto 12 giorni fa • Pubblicato 12 giorni fa • Revisionato 12 giorni fa
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Testo: Il Divoragusto
di La penna a stilo

La cucina di giorno era un posto rumoroso, quasi allegro: piatti che sbattevano, ordini urlati, fiamme che salivano dalle padelle e il continuo correre dei camerieri. Dopo la chiusura, invece, rimaneva solo il ronzio costante dei frigoriferi e il ticchettio intermittente delle lampade al neon.

Elena si lavò le mani con gesti quasi rituali: acqua calda, sapone, spazzola sotto le unghie. Tutto doveva essere pulito. Preciso. Ordinato

Poi guardò il pentolone sul fornello centrale. Dentro c’erano acqua, sedano, carote e cipolla: la base del brodo che avrebbe dovuto cuocere tutta la notte. Mancava la carne.

Aprì la porta del frigorifero.

Scaffali pieni di contenitori etichettati con calligrafia ordinata.

Elena scorse le etichette lentamente, poi si fermò. Sul ripiano più basso c’era un contenitore metallico. Lo tirò fuori. Dentro c’era un pezzo di carne scura, quasi violacea. Non sembrava bovino. E nemmeno maiale. La superficie aveva una consistenza strana, fibrosa. Aveva un odore intenso e sorprendentemente buono: caldo, speziato, quasi dolce.

Le venne fame.

Sollevò la carne con le pinze e la lasciò cadere nella pentola, facendola scomparire nell’acqua.

Per un attimo non successe nulla. Poi il brodo cominciò a ribollire.

Elena abbassò il fuoco. Il vapore salì verso la luce tremolante della lampada.

L’odore che riempì la cucina era incredibile. Profondo. Perfetto. Il miglior brodo di cui avesse mai sentito il profumo.

All’improvviso qualcosa colpì l’interno della pentola. Toc.

Rimase immobile.

Dal fondo della pentola arrivò un altro colpo. Toc.

Quel rumore le fece ricordare una storia che aveva sentito anni prima, quando era alla scuola alberghiera.

Era sera. In cucina erano rimasti solo lei e Arturo, il cuoco più anziano del posto. Un uomo enorme con le mani piene di cicatrici.

Stavano preparando un fondo di carne che doveva cuocere fino all’alba.

«Chef,» aveva detto, a un certo punto Elena, mescolando il liquido caldo, «perché i brodi notturni sono sempre più buoni?»

Arturo aveva sorriso. «Perché di notte la cucina non è solo nostra.»

«Che significa?»

Arturo aveva preso una sedia e si era seduto accanto ai fornelli mentre il brodo sobbolliva lento. «Ogni cucina» aveva detto, «prima o poi lo incontra.»

«Chi?»

Lui aveva guardato dentro la pentola guardingo. «Il Divoragusto

«È una storia per spaventare gli apprendisti?»

Arturo aveva scosso la testa. «È una storia per spiegare perché alcune cuochi diventano… troppo bravi.»

«Troppo bravi?»

Arturo aveva preso un mestolo e lo aveva immerso nel brodo. «Hai mai assaggiato un piatto così buono da farti quasi male?»

Lei aveva annuito.

Lui, allora, aveva indicato la pentola. «Il Divoragusto vive in cose come questa.»

«Nel brodo?»

«Nei cibi che restano a cuocere a lungo. Dove il sapore cresce lentamente.»

«Quindi è un… spirito della cucina?»

«Non proprio.»

Il brodo aveva fatto un rumore profondo. Una bolla era esplosa in superficie.

«Il Divoragusto non crea sapore,» aveva continuato. «Lo ruba.»

«A chi?

«Ai cuochi.»

«Non capisco.»

Arturo, allora, aveva indicato le sue mani. Le cicatrici. Tagli sottili e vecchi. «Lui si nutre della nostra fame. La fame di diventare i migliori.»

«E cosa fa?»

«Rende i piatti perfetti.»

«Non sembra un mostro.»

«Lo diventa….Cresce di giorno in giorno.»

«E di cosa si nutre?»

«All’inizio si accontenta di poco. Un dito. Un pezzo di lingua. Un tendine.»

«Stai scherzando?»

«Il problema è che quando lo incontri la prima volta…»

Mentre Arturo stava parlando, il brodo aveva fatto toc contro la pentola. Lui fissò il coperchio e poi finì la frase: «…è già troppo tardi.»

Il coperchio tremò. Dal bordo uscì una piccola bolla scura. Scoppiò. E per un istante lei ebbe la sensazione che qualcosa, sotto la superficie del liquido, si fosse mosso verso l’alto.

Rimase ferma mentre il vapore le appannava gli occhiali. Il ricordo della voce di Arturo le ronzava ancora nelle orecchie. Quando lo incontri la prima volta… è già troppo tardi.

Un altro colpo. Toc.

Tolse il coperchio. Il vapore uscì in una nuvola densa che riempì la cucina di quell’odore incredibile.

Il brodo era scuro. E al centro della pentola stava emergendo lentamente una massa di carne pallida e filacciosa. Sembravano tanti pezzi cuciti insieme. Si muoveva appena, pulsando piano sotto la superficie.

Elena spense il fuoco. Nella carne si aprì una fessura. Una bocca senza labbra da cui uscì un sussurro umido. «Fame.»

Lei, impassibile, sussurrò: «So chi sei.»

La massa nella pentola tremò. Il brodo fece piccole onde.

«Divoragusto

La fessura si aprì un po’ di più. Come un sorriso.

«Pensavi che avrei avuto paura.»

La creatura si mosse nel liquido. Il brodo riprese a bollire più forte di prima.

Lei prese il coltello da chef dal banco e la lama lucida rifletté la luce bianca del neon.

Sollevò la mano sinistra e si tagliò la punta del dito.

Il sangue cadde nella pentola. Una goccia dopo l’altra.

Il brodo si fece nero. Il profumo diventò più intenso, quasi travolgente. La massa di carne si gonfiò lentamente.

La voce del Divoragusto uscì gorgogliando dal brodo.. «Più…»

«No...» sibilò Elena pulendosi il sangue con il grembiule e mescolando il brodo con un grande mestolo.

La massa nella pentola si torse.

«Tu cresci con la fame dei cuochi. Con l’ambizione.»

La creatura fece un rumore umido. «Fame…»

«Sì. Fame. Io ho più fame di chiunque abbia mai cucinato qui.»

Il Divoragusto si agitò. Le fibre di carne si contrassero.

Elena mescolò ancora.

«Tu pensi di mangiarci. Ma i cuochi mangiano tutto.»

Elena prese una piccola ciotola e la riempì di quel brodo.

Poi bevve.

Il sapore esplose nella sua bocca.

Per un attimo la cucina sembrò girare.

Il Divoragusto emise un suono bagnato e basso che fece vibrare le pentole appese.

La massa nella pentola iniziò a ridursi.

Elena bevve un altro sorso. E poi un altro.

Ogni volta la creatura si contorceva di più. Le sue fibre si spezzavano, dissolvendosi nel brodo.

Elena svuotò la ciotola.

Il brodo tornò immobile. Silenzioso. Nella pentola era rimasto solo liquido scuro.

Un dolore improvviso attraversò lo stomaco di Elena.

Qualcosa si muoveva dentro di lei.

«Capisco,» sussurrò prendendo il coltello per tagliare un piccolo pezzo di carne dal palmo della sua mano che cadde nella pentola.

Il brodo fece una piccola onda.

Dentro lo stomaco di Elena qualcosa si mosse di nuovo.

Lei chiuse il coperchio e spense i fuochi.

Il giorno dopo il ristorante servì una nuova specialità.

Le recensioni parlarono di sapori mai sentiti. Vivi. Profondi.

In cucina, Elena, intanto, lavorava in silenzio. Dallo stomaco le arrivò una sensazione diversa dalla fame normale. Non era vuoto. Non era dolore. Era desiderio,

Aprì il frigo e prese un pezzetto di carne scura e fibrosa

Lo aveva tagliato da sé quella mattina.

Lo osservò qualche secondo.

Poi sorrise e disse piano «Solo un po’»

Poi accese i fornelli. E la cucina si riempì di profumi sublimi.

Sentì qualcosa di nuovo dentro la sua testa.

Ricette.

Sapori.

Accostamenti impossibili.

Idee che non aveva mai avuto.

Il Divoragusto cucinava attraverso di lei.

Elena assaggiò la pietanza che stava preparando. Il sapore era perfetto. Meglio di qualsiasi cosa avesse mai fatto.

Molto meglio.

«Diventeremo famosi.» sussurrò alla bestia che ora le viveva dentro. E si leccò le dita sanguinanti.

Il Divoragusto testo di La penna a stilo
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