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L’ultima settimana di novembre, Elena prese un treno per l’Appennino emiliano.
Aveva letto di un luogo quasi per caso: la Biblioteca-Museo Cartografico di una piccola cittadina montana, per nulla famosa, in cui solitamente le persone giungevano per sbaglio, durante una gita o una deviazione.
Lei arrivò perché non sapeva dove andare.
Inoltre l’ingresso costava pochi euro.
Dentro c’erano mappe di epoche diverse: territori che non esistevano più, confini cancellati, fiumi disegnati dove oggi passavano autostrade.
Una carta del Seicento mostrava una valle a pochi chilometri da lì.
Il borgo in cui si trovavano era assente.
Non perché non fosse ancora sorto, ma perché il cartografo non l’aveva ritenuto importante.
Elena rimase a guardare quel vuoto paradossale: la carta geografica contenuta nel museo non conteneva il museo.
Per alcuni minuti ebbe la sensazione che la sua esistenza fosse descrivibile allo stesso modo: non mancava nulla nella sua vita, tranne la vita.
Come se la persona ch’era diventata non fosse riconducibile a un insieme di eventi, ma piuttosto a una serie di omissioni.
Le tornarono in mente gli ultimi anni.
Non il matrimonio fallito.
Non il lavoro lasciato.
Le omissioni.
Telefonate mai fatte.
Domande sospese.
Amicizie non rotte, ma semplicemente allontanate fino a diventare geografia.
Continuò a camminare tra le sale.
Scoprì una cosa che non sapeva; molte mappe antiche non venivano aggiornate immediatamente quando emergevano nuovi dati.
Per anni, a volte decenni, errori conosciuti continuavano a essere copiati da una carta all’altra.
Un’isola inesistente poteva sopravvivere più a lungo del cartografo che aveva inventato la sua esistenza.
L’idea le piacque.
Non perché fosse rassicurante, ma perché spiegava qualcosa.
Anche dentro di lei c’erano isole che non esistevano più.
Eppure continuavano a comparire.
L’idea di essere stata una moglie.
L’idea di essere una figlia riconoscente.
L’idea di sapere cosa voleva.
Ogni tanto incontrava qualcuno e quelle terre fantastiche riapparivano.
Come se una vecchia tipografia stesse continuando a stampare la mappa sbagliata.
Nel pomeriggio salì al piano superiore.
C’era una sala quasi vuota.
Una finestra dava sui boschi.
Lì scoprì un’altra curiosità: per secoli i cartografi avevano decorato le zone sconosciute con mostri marini, città immaginarie, figure mitologiche.
Non sempre perché ci credessero.
A volte semplicemente perché il vuoto dava fastidio.
Elena guardò fuori.
Gli alberi erano immobili come tanti soldatini.
Pensò che forse aveva passato gran parte della vita a fare la stessa cosa: riempire spazi bianchi.
Dare nomi deformati alle cose.
Amore, vocazione, fallimento, maturità.
Parole usate come mostri ai margini delle mappe, pur di non scrivere una frase molto più onesta: qui non so cosa c’è.
Quando uscì stava facendo buio.
Il paese aveva poche luci.
Il campanile batteva le sei.
Camminò fino alla stazione.
Mentre aspettava il treno, guardò la mappa della linea ferroviaria appesa al muro.
Per la prima volta da mesi non cercò di capire dove sarebbe stata tra un anno.
Le bastò sapere dov’era.