La casa di Backthull

scritto da tristano
Pubblicato 23 anni fa • Revisionato 23 anni fa
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Testo: La casa di Backthull
di tristano


“Ehi, ragazzi fermatevi, date un’occhiata dietro la siepe. Vedete un cane legato al cancello?” Disse Peter.
“No, nessun cane.”
“Bene, quando sono venuto due giorni fa c’era un grande pastore tedesco legato e non sono potuto entrare.”
“Sei venuto qua da solo?” Chiese Mike.
“No, ero con la mia ragazza.”
“Però, sai essere romantico quanto un vampiro.” Ribatté Mark.
“Non sono io, o almeno non sono solo io ad avere il gusto del macabro, è stata lei ad insistere perché venissi a vedere questa casa.”
“Be’, comunque ora che il cane non c’è direi che possiamo andare no?”
“Aspettate, vi faccio strada.”
“Prego.”
I cinque amici si mossero alla luce del tramonto, spuntarono da dietro la grande siepe che correva fiancheggiando la strada, e fra una risata ed una battuta che tradivano il nervosismo seguirono Peter fino al cancello.
“Quello che tanto vorrei sapere è chi diavolo è stato a legare quel cane qui l’altro giorno.”
“Forse il padrone di casa l’ha messo per fare la guardia.” Disse Mike.
“Se ci fosse veramente un padrone di casa non avrebbe certo bisogno di un cane da guardia. E’ sufficiente l’aspetto di questa casa per tenere lontani gli intrusi.”
“A me non sembra, noi stiamo entrando no?” Disse Steve.
“Ma noi siamo un caso particolare, saremmo capaci di mettere piede anche in una cripta infestata di zombie.” Rispose Mark.
“Forse tu, per quanto mi riguarda non ne sarei così sicuro. Comunque penso proprio che non saremo stati i soli ad essere entrati in questa casa.” Disse Pete.
“Cosa te lo fa pensare?”
“Il fatto che chi mi ha detto di venirci ci era già stato più volte.”
“E di grazia, chi sarebbe costui?” Chiese Mark.
“Costei vorrai dire, Lucy, la mia ragazza, chi altri altrimenti?”
“Giusto. Ma sei sicuro che non faccia parte di una setta satanica?”
“Non al cento per cento, ma non mi interessa.”
Pete finì con qualche difficoltà di slegare la catena dal cancello, con un piede lo aprì causando un fastidioso cigolio.
“Prego signori, avviatevi ad esplorare il giardino.”
“Spero davvero di non ritrovarmi con qualche siringa piantata sotto i piedi.”
“Tranquillo, mi è stato assicurato che qua non vengono a drogarsi.”
“Evviva, adesso sì che mi sento più sollevato.”
Il giardino era in realtà una selva di erba alta e di cespugli scheletrici, coperta dai rami dei pini che arrivavano fino al secondo piano della costruzione. Quest’ultima appariva come una vecchia palazzina di tre piani, con l’intonaco consumato e disseminato di crepe grandi quanto crateri. Le finestre del primo piano erano tutte protette da grate di ferro di quelle usate per impedire ai ladri di entrare, mentre al secondo e al terzo piano le finestre erano sigillate con delle assi di legno. La porta era stata murata così da impedire l’ingresso.
“Senti Pete, c’è per caso un passaggio segreto che porta dentro? No perché io non vedo vie d’ingresso.” Disse Mark.
“L’ultima finestra laggiù ha le sbarre tagliate, da lì potremo entrare.”
Percorsero fra l’erba alta tutto il giardino fino ad arrivare dalla parte opposta della casa.
“Ma è troppo stretto, non ce la faremo ad entrare.” Disse Mike.
“Ha ragione, rischiamo di incastrarci.” Dissero Robert e Steve con un certo sollievo.
“Tranquilli, vedrete che ci passerete.”
Con un balzo Peter si afferrò alle sbarre e sollevando le gambe sgusciò dentro.
“Visto? Lo spazio sembra poco ma in realtà è sufficiente.”
I volti di Robert e Steve tornarono a rabbuiarsi.
“Su avanti, muovetevi finché abbiamo luce, entrate uno alla volta.”
Uno alla volta si lasciarono scivolare dentro la casa, l’ultimo a farlo fu Robert, che prima di entrare si lanciò un ultimo sguardo alle spalle, oltre il basso muretto che delimitava il giardino da un profondo fosso; da lì si scorgevano le colline e la città più in basso, e verso ovest la luce arancione del sole poggiato sulle morbide curve delle cime dei colli.
“Dai Roberto, svelto.”
“Arrivo, arrivo.”
“Ehi, ma avete visto che casino? Cosa sono tutti questi fogli sparsi in giro?”
“Non ne ho idea, sembrano vecchi atti di proprietà, fatture, articoli di giornale. Guardate questo, risale addirittura al 1911.” Disse Pete.
“Cazzo, ma quanto è vecchia questa casa?” Chiese Mark.
“Abbastanza da aver visto scorrere un secolo.”
“E quello là? Guardate, sembra un confessionale.” Disse Mike.
“Forse lo è.” Gli rispose Mark.
“Peter ma cosa c’era in questa casa prima che venisse abbandonata?”
“Non ne ho idea.”
“Potevi anche informarti.”
“Ho fatto la stessa domanda a Lucy ma neppure lei ha saputo darmi una risposta, e poi in fin dei conti cosa ve ne frega?”
“Peter, cos’è quella cosa vicino ai tuoi piedi?” Gli chiese Steve.
“Sembra una bambola, anzi, è proprio una bambola.” Peter la raccolse e tutti gli si raccolsero intorno.
“Sembra tenuta bene e pulita, chissà come ci è finita… ehi ma... e questo cos’è? Oh mio dio, pulita un cazzo, questa bambola è sporca di sangue, e questi… questi sono spilli.”
“Buttala via presto.”
“A quanto pare non ci sono drogati qua, ma le sette sataniche sì porca puttana, chissà che non sia stata la tua ragazza a mettercela.” Disse Mike.
“Non fare lo stupido.”
“Io fare lo stupido? Di chi credi che sia quel sangue? Della bambola?” Continuò Mike.
“Venite, andiamo di là.”
“Ehi aspettate, ma non credete sia pericoloso?”
“Cosa?”
“Andarcene in giro per la casa pur sapendo che probabilmente qui si svolgono messe nere.”
“Non fare il cacasotto Robert, andiamo, sarà stata qualche banda di ragazzini con la passione per Marylin Manson.”
“D’accordo, ma se non fosse così?”
“Ok, rimani qua da solo se non vuoi venire.” Disse Peter.
“No ascoltate, io non me la sento, torno alla macchina.”
“Fate quello che volete basta che ci sbrighiamo, ricordate che abbiamo la cena fra mezz’ora? E io devo passare anche a prendere Melissa prima, quindi muoversi ragazzi.” Disse Mark.
“Dai Robert, non puoi andartene, avremo esplorato decine di case abbandonate e non ti sei mai tirato indietro.” Disse Mike.
“Sì lo so, ma… Ho uno strano presentimento, ecco.”
“Cristo Robert, fai come vuoi, vattene se te ne vuoi andare. Ci rivediamo alle macchine.”
In quattro si incamminarono lungo il corridoio verso la stanza opposta a quella da cui erano entrati, mentre Robert tornava a scavalcare la finestra per uscire.
“Comunque Robert non ha tutti i torti, non sono mai stato in un posto tanto strano ed inquietante.” Disse Mike.
“Cos’è vuoi andartene anche tu?”
“Non ci penso nemmeno, volevo solo dire che faremmo meglio a muoverci, non vorrei rimanere qua al buio.”
“Abbiamo ancora una mezz’ora buona di luce, tranquillo.”
“Sì, ma noi dovremmo uscire un po’ prima, ricordate? La cena, le ragazze…”
“Sì, non ce ne siamo dimenticati. La città è a dieci minuti da qui, ti prometto che alle otto saremo tutti seduti a tavola a mangiare.”
Non appena Pete ebbe terminato la frase un grido si levò da qualche parte facendo sobbalzare tutti come se sotto i piedi avessero avuto una molla. Mark si portò una mano al petto e dovette tenersi al muro per non cadere, tanto che Mike nel vederlo ebbe paura che stesse per avere un infarto. Il grido di ripeté ancora, questa volta più prolungato e accompagnato da una serie di gemiti e altri versi che gli amici non riuscirono a decifrare.
“Ma questo è Robert, che cazzo sta facendo?” Chiese Peter.
Corsero tutti indietro e si affacciarono alla finestra.
“Robert? Che hai da gridare?”
Le sbarre di ferro impedivano ai ragazzi di vedere Robert.
“Dannazione, non vedo niente.” Imprecò Peter.
“Infila la testa nell’apertura fra le sbarre, da là dovresti vedere qualcosa.” Gli consigliò Mark.
Peter fece come gli era stato suggerito e subito si pentì di essersi affacciato.
“Oh porca…”
“Cosa c’è? Cosa vedi?”
“Oh cazzo, oh cazzo, oh cazzo!”
“Peter parla, che c’è?” Gridò quasi Mike vicino ad una crisi isterica.
“C’è di nuovo quel cane porca troia, si sta mangiando Robert.”
“Ma quale cane, togliti, fammi vedere.” Disse Mark.
“E’ lo stesso cane che ho visto legato al cancello due giorni fa, ma dove cazzo è sbucato?”
“O signore, è vero… Lo sta… Ma è morto, porca… Oddio ha tutto l’intestino…” Non riuscì a terminare la frase, la bocca gli si riempì di vomito che andò ad annaffiare l’ebra sottostante la finestra.”
“Mark, ti senti bene?”
“Nooo! Cazzo, ha tutto l’intestino di fuori, dio che schifo.”
Il cane accortosi della presenza degli altri ragazzi prese a ringhiare e corse verso la finestra; là cominciò a scagliarsi contro le sbarre di ferro con una furia demoniaca.
“Forse è idrofobo.” Disse Steve.
“O forse è solo incazzato. Ora cosa facciamo? Non possiamo uscire.” Disse Mike.
“Prendiamo qualcosa da tirargli, se lo prendiamo per bene forse possiamo ucciderlo.” Propose Mark.
“Ma ci sono le sbarre, qualsiasi cosa gli tiriamo deve essere abbastanza piccola per poterci passare in mezzo, e non sarà mai abbastanza grande da poter far male a quel cane.”
“E allora cosa vuoi fare Peter?”
“Prima di tutto calmiamoci, allora… Dobbiamo chiamare qualcuno che venga a darci una mano.”
“La polizia, dobbiamo chiamare la polizia.” Disse Steve.
“Oh sì, grande idea, così finiamo in galera per violazione di proprietà privata.” Disse Peter.
“Brutto stupido, Robert è morto, dovremmo comunque chiamarla.” Lo rimproverò Mike.
“Mike ha ragione, ormai siamo nei guai.” Disse Mark.
“Aspettate, prima di tutto, i vostri telefoni funzionano?” Chiese Steve.
I quattro tirarono fuori i cellulari dalle tasche.
“Io non ho ricezione.”
“Nemmeno io.”
“Idem.”
“Accidenti, qua sotto è un bunker. Dobbiamo andare all’ultimo piano, là forse avremo un po’ di ricezione.”
“Ah no, io non vengo lassù.” Si oppose Mike.
“Vuoi passare la notte in questa casa forse?” Gli chiese Mark.
“Oh Gesù, ma perché non me ne sono rimasto con le chiappe sul divano.”
“Lo dici a me? Io avrei un appuntamento con una ragazza fra circa venti minuti e guarda tu in che situazione sono?” Disse Mark.
“Volete stare zitti e calmi?” Li rimproverò Peter.
“Come cazzo si fa a rimanere zitti e calmi quando c’è un tuo amico là fuori morto ed un cane pronto a divorarti le budella e sei intrappolato in una vecchia casa abbandonata dove si fanno messe nere?” Protestò Mark.
“Forse il cane è stato messo là fuori per uno scopo ben preciso, magari serve ad intrappolare la gente che entra qui così da poter compiere sacrifici umani.”
“Mike, un’altra stronzata del genere e ti butto fuori dalla finestra dritto dritto fra i denti del cane. Siamo già abbastanza spaventati senza che ti ci metta tu.” Lo rimproverò Peter.
“Allora, vogliamo fare qualcosa invece di stare qua a discutere?” Disse Steve.
Hai ragione, andiamo di sopra, speriamo almeno da lì di riuscire a telefonare.”
Quasi correndo salirono la prima fila di scale, poi la seconda, proprio mentre stavano per salire i primi scalini che conducevano al terzo piano Mike li costrinse a fermarsi.
“Ragazzi fermi. Oddio, ho visto qualcosa.”
“Non scherzare Mike, cazzo non scherzare.”
“Non sto scherzando, in fondo al corridoio, c’era qualcuno in fondo al corridoio.”
“Quale corridoio?”
“Quello dietro a noi, scendi di qualche scalino ed affacciati.”
Pete che non aveva percorso che sei o sette scalini tornò indietro fino a trovarsi di fianco a Mike.
“Ma l’hai visto bene?”
“Ho visto solo un’ombra, non so cosa fosse, ma ci guardava, era rivolta verso di noi.”
“Ssh!” Peter fece segno di rimanere in silenzio.
I quattro rimasero in ascolto.
“Non sento niente.” Bisbigliò Peter.
“Perché non ti affacci e dai un’occhiata?”
Peter tenendo le mani contro il muro sporse di poco la testa, giusto il necessario per vedere nell’ombra del fondo del corridoio una figura scura appoggiata contro una porta chiusa.
“Dio santo, hai ragione, c’è qualcuno.”
Anche Mark si affacciò leggermente per guardare.
“E’ vero, ma non sono sicuro che si tratti di una persona. Steve, hai portato la torcia?”
“Sì, eccola. Tieni.” Disse porgendola a Mark.
Il ragazzo accese la torcia e puntò il fascio di luce lungo il corridoio.
“Cazzo, è solo una vecchia giacca attaccata alla porta.”
A quelle parole tutti si affacciarono per osservare quella che era evidentemente una giacca logora e sudicia.
“Se continuiamo così fra poco ci spaventeremo delle nostre stesse ombre.” Disse Mike.
Salirono l’ultima fila di scale per trovarsi al terzo piano.
“Ancora niente con i telefoni?”
“Macché, è come prima.”
“Allora passiamo per quella porta, conduce ad una terrazza all’aperto sul tetto.”
“Sei sicuro?”
“Sicurissimo, e proprio come me l’ha descritta Lucy.”
I quattro amici entrarono per una porta che era più piccola rispetto alle altre e fatta di solido noce. Risalirono una ripida fila di scale fino alla luce e all’aria fresca della sera.
“Finalmente all’aperto.”
“Ora il mio telefono funziona.”
“Anche il mio.”
“Siamo proprio sicuri di voler chiamare la polizia?” Chiese Peter.
“Che altro vorresti fare?”
“D’accordo, ma passeremo dei guai.”
“Avremo dei guai ben peggiori se non ci togliamo dai piedi quel cane.”
I latrati della bestia giungevano fin sulla terrazza.
“Ok, lasciate, chiamo io.” Disse Mike.
Digitò il numero e subito fu messo in comunicazione con la centrale di polizia; lasciò detto l’indirizzo, cosa era accaduto e che un loro amico era morto, e quando chiuse la comunicazione riferì sollevato agli amici che una volante stava arrivando.
“Bene, ora però aspettiamo qui, io non scendo finché non sento la polizia arrivare.” Disse Mark.
“Ma guarda tu in che cazzo di guaio ci dovevamo cacciare.” Disse Peter.
“So che da oggi in poi odierò i cani con tutto me stesso.” Disse Steve.
“Io invece so che da oggi non metterò più piede in una casa abbandonata, questo è poco ma sicuro.” Peter si lasciò cadere seduto in terra con una mano fra i capelli.
“Cristo ragazzi, Robert è morto. Non riesco a crederci, mi sembra impossibile. Siamo entrati tante volte in posti come questo, perché stasera è finita così?” Chiese Mike.
“Ma soprattutto, quello che mi chiedo, perché non siamo rimasti in città invece di venire in questo luogo desolato. Potevamo andare a fare un giro al parco, o a bere qualcosa, invece no, siamo voluti venire qua, a veder morire un nostro amico.” Disse Mark.
“Aveva ragione mia sorella, siamo un gruppo di deficienti, dei stupidi deficienti.” Disse Steve.
“Secondo me non dovremmo piangerci troppo addosso, poteva andarci peggio molto peggio.” Disse Mike.
“Ad esempio?”
“Pensate se quel cane ce lo fossimo ritrovati dentro casa, come avremmo fatto a fuggire? Forse uno, due al massimo di noi si sarebbero potuti salvare, ma gli altri sarebbero morti tutti.”
“Penso che se fosse stato in casa ce ne saremmo accorti non appena messo piede dentro.” Disse Peter.
“Non necessariamente. Non ci siamo accorti che si aggirava nel giardino.” Disse Mike.
“E infatti nel giardino non c’era.”
“E allora da dove è entrato?”
“Dalla strada, forse ci ha visto entrare e ci è venuto dietro.” Ipotizzò Steve.
“Sì ma dopo essere entrati ho richiuso in cancello, e a meno che non abbia imparato ad aprire i cancelli non vedo come sia potuto entrare.”
“Lo avevamo solo accostato, magari lo ha spostato con il muso, anche se mi aveva dato l’impressione di essere molto pesante. Comunque questo non c’entra, forse c’è un varco nella siepe o chissà cos’altro.” Disse Mark.
“Non lo so, tutto questo non mi convince.” Disse Peter.
“Cosa non ti convince?”
“Questa casa. Ha qualcosa di strano.”
“Sì, Peter ha ragione, è come se non fosse mai stata veramente abbandonata.”
“Ma che dici?”
“Tutte le altre case abbandonate che abbiamo esplorato cadevano a pezzi, c’erano fondelli crollati, muri pieni di scritte, i pavimenti erano ricoperti da un tappeto di rifiuti, scatole di cibo, bottiglie d’acqua e di vino, stracci e fazzoletti, siringhe, mentre avete visto qua? A parte un po’ di polvere e il casino nella stanza dove siamo entrati sembra tutto a posto, tutto in ordine, muovendomi ho avuto come l’impressione di essere entrato in una casa abitata dove il proprietario era momentaneamente uscito.”
Gli altri lo guardavano con gli occhi sgranati ed il pallore che si faceva largo sui loro volti.
“Non mi sembra il caso Mike.” Disse Peter.
“Scusatemi, non volevo spaventarvi, è solo… Spero che la polizia arrivi presto, prima usciremo da qui meglio sarà.”
“A proposito, cosa vogliamo fare? Scendiamo? Comincia a fare freddo qua.” Disse Steve.
“Scendere di sotto? Ah no, mi dispiace ma io non scendo un’altra volta. Aspettiamo qua che arrivi la polizia, quando saranno arrivati grideremo e ci faremo venire a prendere quassù. Quello straccio appeso alla porta mi ha terrorizzato troppo, dio, non credo di aver mai avuto così tanta paura prima d’ora.” Disse Peter.
Una folata di vento scosse gli alberi del giardino, scompigliò i capelli dei quattro amici, e la porta da cui erano saliti nella terrazza sbatté nell’oscurità del fondo delle scale.
“Cosa cazzo è stato?” Gridò quasi Mark sobbalzando.
“Ha sbattuto la porta.” Rispose Peter.
“Grazie tante, questo lo avevo capito, ma chi l’ha fatta sbattere?”
“Ehi calma Mark, è stato il vento, di sotto le finestre non hanno vetri e la corrente ha fatto chiudere la porta, tutto qui.”
“Ma quando arriva la polizia.” Piagnucolò Mike.
La polizia arrivò cinque minuti dopo, non aveva la sirena azionata ma ai ragazzi bastò udire il suono del motore di una macchina e lo scricchiolio delle ruote sulla ghiaia per risollevarsi e tornare a sorridere.
“Finalmente, eccoli.”
Sentirono le portiere sbattere ed il suono di voci che confabulavano. I latrati del cane che si erano interrotti poco prima ripresero con maggior furia, i poliziotti gridarono qualcosa e pochi secondi dopo un colpo di pistola riecheggiò nell’aria lasciandosi dietro una scia di silenzio mortale.
“L’hanno ammazato?” Sussurrò Peter.
“Sì, devono averlo ucciso, non lo si sente neppure guarire. Maledetto bastardo, avrei voluto spezzargli il collo con le mie mani.” Disse Mark con rabbia.
“Avanti ragazzi, chiamiamoli così scenderemo. Se non esco subito da qua credo che avrò un attacco cardiaco.” Disse Mike.
“Ehi! Mi sentite? Siamo sul tetto!” Gridò Peter.
“Urla più forte.”
“SIAMO SUL TETTO, VENITE AD AIUTARCI!” Questa volta gridarono tutti e quattro con quanto fiato avevano in gola e rimasero in ascolto. Niente.
“Com’è possibile che non ci abbiano sentito?”
“Non lo so, dai riproviamo.”
Continuarono a gridare per altri cinque minuti, allora arrivò un’ambulanza e un’altra volante della polizia.
“CI SENTITE?”
“PORCA TROIA VENITE QUASSU’, MA SIETE SORDI?”
“Vi scongiuro, aiutateci.” Mormorò Steve.
Nulla.
Arrivò un’altra macchina, da sopra si sentivano le voci dei poliziotti, quella dei medici che raccoglievano ciò che rimaneva di Robert per portarlo via, udivano le voci di un gruppetto di gente che assisteva curiosa, ma da sotto nessuno udiva a loro.
“Porca di quella puttana, non possono non sentirci, è impossibile, noi li sentiamo parlare e loro non ci sentono gridare?” Disse Mark.
“Forse è il vento che porta verso l’alto i suoni delle nostre voci.” Ipotizzò Steve.
“Il vento un cazzo, se fosse anche come dici sentirebbero almeno qualcosa, non resterebbero lì a far finta di niente.” Disse Peter.
“Ragazzi, il sole è quasi tramontato. Dobbiamo scendere assolutamente. Ve la sentite?” Domandò Mike.
“Ce la dobbiamo sentire, non abbiamo scelta.”
“Dai allora, andiamo, facciamo presto.”
Ridiscesero la fila di scale che conduceva alla porta e Mark, quasi correndo ci andò a sbattere contro.
“No, non può essere.” Cominciò a prenderla a calci e pugni gridando come un pazzo, ma niente, la porta rimaneva chiusa.
“Mark, calmati cazzo.” In due lo dovettero tenere.
“La porta è aperta, si apre verso l’interno, dovevi solo tirare e non spingere.” Disse Peter aprendola.
“Oh merda, scusate.”
“Tranquillo, la paura fa brutti scherzi. Ora via di corsa, e se vedete qualcosa di strano non fermatevi, ma correte più forte.”
Non se lo fecero ripetere due volte: corsero, corsero con una velocità ed un’agilità con cui mai avevano corso prima di allora, Mike guardava fisso le scale per evitare di incontrare altri oggetti ed altre ombre strane. Con un balzò scesero gli ultimi tre scalini e si precipitarono nella stanza da cui erano entrati, e là rimasero pietrificati.
“Peter, credo che abbiamo sbagliato stanza, forse era quella di là a sinistra.” Ma Steve sapeva che non era vero perché riconosceva l’ambiente, e soprattutto aveva di fronte la prova più inconfutabile e cioè il fango che avevano lasciato sul pavimento sotto il davanzale.
“Non ci siamo sbagliati, la stanza è proprio questa.”
“Non può essere Peter, non è questa la stanza.” Steve era sul punto di piangere mentre Peter fissava con la bocca aperta la finestra.”
“Peter?” Lo chiamò Mike.
“Aspettate.” Peter si avvicinò alle sbarre della finestra, rimase immobile ed in silenzio, non c’era alcun rumore, solo il fruscio delle foglie all’esterno.
“EHI! C’E’ QUALCUNO?” Gridò dalla finestra.
Silenzio.
“Peter, che diavolo succede? Senti, se è uno scherzo giuro che ti uccido.” Lo minacciò Mark.
“Vorrei che lo fosse.”
Mark non lo ascoltò, afferrò una vecchia sedia di legno e si avvicinò a Peter.
“Non immagini quanto sia spaventato, così spaventato che ormai non rispondo più delle mie azioni. Giura, per dio, giura che non è uno scherzo o fosse l’ultima cosa che faccio ti spacco la sedia in testa.”
“Mark, stai calmo, ti giuro che non è uno scherzo. Ti capisco benissimo perché anche io sono spave…” Mark calò la sedia che andò a frantumarsi sulla spalla destra dell’amico.
“Allora, vuoi che te ne dia ancora? Facci uscire subito da qui.”
Gli altri guardavano la scena esterrefatti ed immobili, senza riuscire in alcun modo a reagire.
“VORREI CAZZO, VORREI MA NON POSSO! Guarda quelle sbarre, è come se mentre eravamo di sopra fosse venuto qualcuno ad aggiustarle. Quando siamo entrati erano segate, ora sono tutte sane, e non ho di certo chiamato un fabbro e nemmeno il mago Merlino.”
“E’ la casa, è la casa che ci ha preso, ed ora ci tiene prigionieri.”
“Mike basta con le tue stronzate.”
“Ci tiene prigionieri, siamo le vittime, il banchetto per il padrone della casa.”
“BASTA!” Mark gli lanciò contro un pezzo della sedia rotta colpendolo ad una gamba, ma Mike neppure se ne accorse.
“Siamo fottuti, ormai siamo tutti quanti fottuti.”
“Mark, puoi anche puntarmi contro una pistola se vuoi, ma non è uno scherzo, o se lo è non sono stato io ad architettarlo. Vieni qua, senti, senti il mio polso. Se sapessi che questo non è altro che uno scherzo sarei abbastanza tranquillo, ed invece senti.”
Mark gli prese il polso.
“Mi sembra di aver un ferro da stiro nel petto al posto del cuore tanto mi pesa.”
Un tonfo sordo riecheggiò per la stanza, i due si girarono verso Mike che trovarono disteso a terra svenuto.
“Ma che diavolo gli è preso?”
“Cristo santo, non è che ha avuto veramente un attacco di cuore?” Disse Steve inginocchiandosi vicino all’amico e scuotendolo per farlo riavere.
“Mike, ehi amico, tutto a posto? Che ti è successo?” Ma non appena Mike riaprì gli occhi un grido disumano gli partì dalla gola facendo allontanare dal terrore gli altri tre amici che lo fissavano a bocca aperta.
“Mike?” Lo chiamò con voce tremante Peter, e Mike cominciò a piangere.
“Dai cazzo, non metterti anche a piangere, mi dispiace che siamo finiti in questa situazione, ma ormai ci siamo dentro e piangere non ci aiuterà certo ad uscirne. E poi guarda i lati positivi, siamo sicuri che nessuno può entrare qui questa notte, siamo solo noi, quindi tranquillo.”
Mike cominciò a scuotere la testa, gli occhi si spalancarono così tanto che Peter pensò che gli potessero cadere dalle orbite.
“Peter, ciò che temiamo non viene da fuori, ma da dentro, da dentro questa maledettissima casa. Il padrone di casa è tornato.”
“Il padrone di casa?”
“L’ho visto, mentre discutevate io l’ho visto, ho visto la sua ombra muoversi fuori dalla stanza, l’ho vista salire su per le scale.”
“Ti sarai confuso andiamo, se ci fosse stato qualcuno ce ne saremmo accorti, per lo meno lo avremmo sentito.”
“Siamo fottuti, Peter lo vuoi capire? Siamo tutti fottuti, non abbiamo alcuna speranza di salvarci. Ma forse possiamo provare, possiamo tentare una disperata resistenza, dobbiamo chiudere la porta e barricarci qua dentro fino all’alba.”
“E perché fino all’alba?”
“Perché… Non lo so, forse perché è così che funziona nei film d’orrore.”
“Non siamo in un film d’orrore Mike.”
“Ah no? E ciò che stiamo vivendo secondo te è reale? Secondo te il ferro si richiude da solo a quel modo? Secondo te è reale che la polizia non ci abbai sentito urlare sul tetto? No mio caro, questa non è realtà, io questo lo chiamo incubo, e se stiamo vivendo un incubo dobbiamo adattarci alle sue regole. Barrichiamoci qua e speriamo di riuscire a sopravvivere fino all’alba.”
“Tutto per un’ombra?”
“L’ho vista Peter, l’ho vista bene, era l’ombra… Sembrava l’ombra di un bambino.”
“Peter secondo me dovremmo dargli retta. Mi sembra troppo sicuro di se, quell’ombra deve averla vista.” Disse Steve.
“La paura a volte gioca strani scherzi, ingigantisce le cose, magari l’ombra che ha visto, se l’ha vista veramente, non era altro che quella di un topo o di un gatto.”
“Non dire stronzate, non c’entra la paura, non ho le allucinazioni, cazzo. Non era un maledetto topo e neppure un dannato gatto, era l’ombra di un bambino, e se non mi credete perché non andate ad esplorare ora la casa? Scommetto che non appena arrivati al piano di sopra sentirei le vostre urla di terrore rimbombare fin qua.”
I tre amici rimasero in silenzio a riflettere sulle rabbiose parole di Mike.
“Sai Peter, non so se quello che dice Mike è vero oppure no, ma so che ci sentiremmo molto più tranquilli se bloccassimo la porta.” Disse Steve.
“E come se non c’è neppure la porta?”
“Rovesciamo quel tavolo e mettiamolo di traverso sull’apertura.” Propose Mark.
“E questo perché?”
“Non lo so, però mi fa stare più tranquillo. Quello che c’è in questa stanza è sotto i nostri occhi, mentre ciò che è al di là di quell’uscio non lo possiamo sapere.”
“D’accordo, per lo meno servirà a coprirci gli occhi e a non vedere il passaggio di altre ombre.” Disse Peter lanciando un’occhiataccia a Mike.
Così tolsero dal tavolo i chili di fogli e vecchie carte impolverate che lo coprivano, lo rovesciarono e lo trascinarono verso la porta.
“Ecco fatto, ora siete soddisfatti?”
“Sì, molto meglio così.” Disse Steve.
“Bene, ora però dobbiamo anche pensare a come uscire da qui.” Disse Peter.
“E come? L’unica porta che dà sull’esterno è murata.” Disse Steve.
“Allora dovremo andare di sopra e cercare di sfondare le travi di legno che sigillano le finestre.” Propose Steve.
“E’ una buona idea, probabilmente sono vecchie tavole marcite, con qualche calcio dovrebbero cedere.”
“State zitti un attimo, venite a vedere.” Disse Mike chino su alcuni fogli.
“Guardate, a quanto pare questa casa è stata un orfanotrofio all’inizio del secolo.”
“Allora ecco spiegata l’ombra che hai visto.” Disse Peter sarcastico.
“Dio… Oh mio dio… Leggete quest’articolo.”

SCANDALO NELL’ORFANOTROFIO DI JUPITER HILL
Un’irruzione della polizia porta alla luce anni di abusi e maltrattamenti sui poveri orfanelli di Sunville.

Facendo seguito ad alcune denuncie pervenute nelle ultime settimane alla centrale di polizia di Sunville, nella prima serata di ieri lo sceriffo Alan Parker accompagnato da altri dieci uomini ha fatto irruzione nell’orfanotrofio di Jupiter Hill, portando alla luce un’atroce verità che non ha mancato di scuotere la piccola comunità cittadina. Tutte e nove le suore che gestivano l’istituto sono state arrestate, e benché non siano ancora state rese note le accuse nei loro confronti si parla di violenze, torture ed abusi sessuali operate sui poveri orfanelli trovati in condizioni veramente disperate: nudi, malati, sporchi e denutriti, erano tenuti tutti chiusi nella stessa stanza, talmente spaventati che è stato difficile per la polizia convincerli ad uscire. La prigione della città è ora sotto protezione perché si teme un tentativo da parte dei cittadini di linciare le suore, che dal loro canto respingono ogni accusa. Oggi pomeriggio ci sarà il primo interrogatorio che ci si augura possa cominciare a chiarire questo caso per molti lati ancora oscuro, mentre in mattinata è fissato il sopralluogo del giudice Parker e della scientifica.
L’articolo continuava ancora per un paio di righe che però l’umidità ed il tempo avevano resto illeggibili; sotto all’articolo spiccava una foto, anch’essa rovinata, ma non abbastanza da nascondere alla vista ciò che vi era impresso: una fila di bambini accompagnati dalla polizia fuori dalla casa, con le coperte strette attorno ai corpi nudi e scheletrici, le macchine della polizia tutt’intorno ed i fari rivolti verso di loro.
“Che orrore.” Bisbigliò Peter.
“Orrore? Oh no, leggi quest’altro articolo, guarda, questo è il vero orrore.”

ORRORE NELL’ORFNANOTROFIO DI JUPITER HILL
La scientifica riporta alla luce i scheletri di centinaia di bambini sepolti in cantina.

Quello che fino a ieri era sembrato il più grande orrore mai accaduto da queste parti oggi si è rivelato in tutta la sua mostruosità. Durante il sopralluogo della scientifica è stata scoperta una porta passata inosservata la sera dell’irruzione che conduceva nella cantina; là, sotto il pavimento di terra sono stati ritrovati i corpi, o meglio gli scheletri di centinaia di bambini sepolti dopo essere stati probabilmente torturati ed uccisi. Uomini armati di vanghe hanno scavato per tutta la giornata rivenendo ossa e teschi che sono stati poi portati all’ospedale di Sunville dove sarà tentata una ricostruzione per cercare di stabilire quanti siano stati effettivamente i bambini uccisi. Si parla di un centinaio, ma nel vedere le decine di sacchi riempiti si pensa anche a qualcosa di più. Oltre questo, in una stanza contigua alla cantina è stato ritrovato un piccolo tabernacolo dove secondo lo sceriffo si compivano i sacrifici umani durante i riti satanici. Non era satana che veneravano, ma un’altra divinità sconosciuta ribatte allo sceriffo Jean Delacroix professore francese di storia e letteratura alla vista della statuetta di giada sequestrata dalla polizia. Ora, quello che ci viene da dire è che forse l’importante non è tanto quale divinità venerassero, ma è quello di portare alla luce tutta la verità sullo sterminio perpetrato all’orfanotrofio in tanti anni di attività.
“Già allora venivano compiuti riti satanici.” Disse Mark.
“Non era satana l’oggetto dei loro sacrifici, ma bensì un antico dio della mitologia assira, Backthull, il senza volto.” Disse Mike.
“E tu come lo sai?”
“Lo dice nell’articolo seguente, le suore lo veneravano perché dicevano che il suo spirito abitava all’interno di queste mura e che se non gli avessero offerto in sacrifico un bambino ogni giorno di luna calante egli le avrebbe uccise e avrebbe rubato la loro anima. Alla fine gli scheletri interi ricostruiti sono stati centonovanta, ma ci sono poi tutte le ossa che non sono potute essere ricostruite per intero, quindi il numero sarà sicuramente maggiore.”
“E le suore che fine hanno fatto?”
“Si sono uccise prima che si aprisse il processo, si sono date fuoco nel carcere.”
“Mio dio, per anni abbiamo vissuto vicino al teatro di uno dei più grandi massacri della storia e non ne abbiamo mai saputo niente. Perché? Perché tutti hanno dimenticato?”
“Non credo abbiano dimenticato, credo solo che facciano di tutto perché la verità rimanga nascosta, troppo amara è la verità per accettarla. A quel tempo tutti sapevano che accadevano cose strane in questo orfanotrofio, ma solo pochi hanno avuto il coraggio di denunciare quei fatti.”
“Che genere di cose strane accadevano?”
“Pianti, grida, luci accese fino a tardi, strane ombre che di notte si aggiravano attorno all’orfanotrofio.”
“Ombre?”
“Sì, infatti qualche settimana più tardi la polizia arrestò alcuni uomini accusati non solo di aver preso parte a quei riti sanguinari, ma anche di aver abusato sessualmente dei bambini.”
Mike ripose quei vecchi articoli di giornale per terra, si sedette a sua volta e sospirando chiuse gli occhi.
“Non mi sono mai sentito tanto atterrito ed angosciato, come… Come può mai essere accaduta una cosa simile?” Disse Mike tornando a guardare la foto di quei bambini che quasi scomparivano fra le coperte che i poliziotto gli stringevano attorno.
“Lucy, Lucy, se solo sapessi in che posto mi hai fatto finire.” Disse Peter.
“Che si fa?” Chiese Mark.
“Nulla, tutta questa storia mi ha tolto ogni forza. Sediamoci qua e aspettiamo, aspettiamo che il sole sorga e allora tenteremo qualcosa per uscire.”
“Ragazzi…”
“Sì Steve? Che c’è?”
“Non vi sembra strano? Fino a nemmeno un’ora fa eravamo sicuri che adesso ce ne saremmo stati seduti a tavola a ridere e a scherzare con le ragazze, ora invece ci ritroviamo gettati in una storia, in un passato che fa male, fa male come un pugno premuto sul cuore. Quello che mi chiedo è se ne riusciremo mai da questa situazione, se un giorno riusciremo a riaprire gli occhi e a ritornare alla realtà.” Disse Steve.
“Non lo so, ma anche se così fosse non credo che vedremmo più la vita come una volta. In bene o in male quest’avventura ci ha cambiato.” Disse Peter.
“E perché? Non capisco questo. Ogni giorno sentiamo ai telegiornali di stragi e carneficine compiute in ogni angolo del mondo senza che intacchino minimamente il nostro umore. Ora perché questa storia ci sta colpendo così tanto?” Chiese Mark.
“Perché ci siamo dentro. Fra queste mura non esiste passato, presente o futuro, non esiste il tempo, qua tutto è ancora come una volta, tutto si ripete in un ciclo continuo. Il male vive in questa casa, e noi ci sentiamo esattamente come si sentivano quei bambini che vi abitavano, noi siamo quei bambini, le prossime possibili vittime.”
“E come fai a sapere tutte queste cose?” Gli chiese Mark.
“Non le so, le sento. Ed ora siediti e calmati, forse mi sto sbagliando, forse è solo la mia fantasia che corre troppo, ma… Vorrei che fosse così.”
Seduti sopra quel tappeto di vecchie carte, i quattro amici rimasero per alcuni minuti ad ascoltare solo i loro respiri concentrati a scartabellare in cerca di qualche altra informazione su quel posto, ma non trovarono altro di interessante.
“Che ne dite di metterci a dormire?” Propose Mike attirando di sé gli sguardi increduli degli altri.
“Dormire? Come puoi pensare di dormire in una situazione simile?”
“Non lo so, ma cos’altro volete fare? Attendere così tutta la notte? Finirete veramente per avere le allucinazioni. Meglio fare un sonnellino, e poi, dormendo, il tempo passa più rapidamente.”
“Credo che anche volendo non riuscirei a chiudere occhio. Tu fai quello che vuoi, ma io resterò sveglio fino al sorgere del sole.”
“E se prima dell’alba i tuoi occhi dovessero scorgere inquietanti figure come è accaduto a me e le tue orecchie udire strani suoni, cosa farai? Te ne resterai accucciato in un angolino a tremare come un cane? Ah no, mi dispiace, ma io voglio spegnere la luce e dormire, così da non dover più udire o vedere nulla. E se poi prima dell’alba qualcosa dovesse accadere, be’, allora essere svegli o addormentati non cambierà le cose, moriremmo tutti uguale.”
“Ma sì, mettiti pure a dormire, così almeno non saremo costretti ad ascoltare le tue stronzate.” Disse Peter.
“Buonanotte ragazzi.” Disse Mike sdraiandosi in un angolo della stanza e chiudendo gli occhi.
“Dormire? La paura deve proprio avergli dato alla testa, spero solo che una volta fuori da qui torni quello di prima altrimenti finirà che lo rinchiuderanno in un manicomio.” Disse Peter.

L’orologio al polso di Peter segnava quasi le undici quando si svegliò; gli ci volle un po’ per capire dove si trovasse e per ricordarsi cosa fosse accaduto, e quando realizzò ogni cosa sentì il petto momentaneamente alleggerito dal sonno ripiombare sotto il peso della paura. Si chiese perché si fosse svegliato, cosa lo avesse disturbato, e dopo essersi guardato un po’ intorno capì che cosa doveva essere stato.
“Mark, Mark sveglia! Anche tu Steve, svegliati.”
“Cosa c’è?”
“Dov’è finito Mike?”
“Cosa ne so, era sdraiato là… Ehi, ma…”
“Non c’è, non c’è più.”
“Che diavolo può aver combinato?” Chiese Mark.
“Ehi ma… Ci siamo addormentati tutti, ma non ricordo… Come diavolo abbiamo fatto ad addormentarci tutti?” Domandò Steve.
“Non lo so, proprio non lo so. Guardate, il tavolo è ancora al suo posto, evidentemente deve essersene andato da solo.” Disse Mark.
“E con chi pensavi potesse essere andato?” Gli chiese Peter.
“Con nessuno, ma il fatto è che da quando siamo entrati in questa casa ho visto tante di quelle cose strane che ormai anche le ipotesi più assurde mi sembrano realistiche.”
“MIKE!” Gridò Peter.
“Non urlare ti prego mi…” Steve venne interrotto da un fruscio subito seguito da una serie di passi e poi da un altro fruscio. Il suono di alcune risate soffocate.
“Mike sei tu? Smettila di fare lo stronzo, sai che appena ti rimetterò le mani addosso…”
“Aiutami… Aiutatemi vi scongiuro… Aiuto, mi hanno preso.” Era la voce di Mike, così strana, nessuno dei tre amici l’aveva mai sentito parlare a quel modo. Piangeva, e fra un singhiozzo e l’altro sussurrava come se avesse qualcosa legato attorno al collo che gli impedisse di respirare.
“Mike? Che ci fai fuori dalla stanza?” Gli chiese Peter.
Singhiozzi e lacrime.
“Che hai… Perché piangi?”
“Mi hanno preso… Mi vogliono legare. Vi prego aiutatemi, non voglio… Nooo! Lasciatemi!”
Le grida affioravano dal silenzio e dalle tenebre demolendo i cuori e le ultime gocce di ragione dei tre amici; sentivano Mike dibattersi ed urlare con tutta la voce e tutta la forza di cui era capace. Peter fece per alzarsi ma Steve gli afferrò un braccio.
“Non spostare quel tavolo ti prego, è la nostra unica salvezza.”
“Salvezza? Salvezza da cosa?”
“Da quella cosa che sta facendo del male a Mike.”
“Nessuno sta facendo del male a Mike, quel cretino ci sta prendendo per il culo.”
“Non ne sarei tanto sicuro.” Disse Mark.
“Ah no? Non… Cristo, non lo senti come ride?”
“Peter, non credo che queste risate vengano da Mike, non l’ho mai sentito ridere così.”
“Ah non vengono da Mike? E allora da chi? Siamo in quattro in questa casa, mettetevelo bene in testa, siamo noi quattro e nessun altro. Mike? Mi senti? Ora vengo fuori e ti faccio passare la voglia di scherzare, fossi in te comincerei a scappare.” Ma ora Mike non parlava più, gridava e basta.
Peter andò al tavolo, lo afferrò con entrambe le mani e lo scostò di quel poco per guardare dietro di esso. In quel momento le grida cessarono e tutto tornò immobile e silenzioso.
“Cosa vedi?”
“Ma cosa… Lo sapevo io, non c’è assolutamente nulla qua fuori, niente… Ehi… Aspettate, torno subito.”
“No Peter, non andare.” Disse Steve, ma ormai era troppo tardi, Peter stava già salendo le scale.
“Riaccosta quel tavolo.” Disse Steve a Mark.
“E Peter?”
“Quando tornerà gli apriremo, ma per ora chiudi.”
Mark riaccostò il tavolo all’apertura della porta e tornò a sedersi accanto a Steve.

Peter aveva visto con la coda dell’occhio quel lembo di giacca salire su per le scale e subito si era precipitato al suo inseguimento; era arrivato fino al secondo piano, là, nel buio del pianerottolo, aveva udito lo scatto della serratura di una porta.
“Mike? Perché non la finisci di fare lo stupido, lo sai che più continui con questo gioco del cazzo più ne prenderai vero?”
Fece qualche alto passo nel corridoio poi si fermò. Perché sono salito fin qua da solo? Improvvisamente sentì la rabbia defluire rapidamente dal corpo lasciando il posto al crescente terrore rimasto fino a quel momento sopito, ed una gran voglia di fuggire gli pervadeva ogni muscolo del corpo.
“Peter?” Lo chiamò un sussurro alle sue spalle. Peter sentì il cuore smettere di palpitare, i muscoli bloccarsi ed indurirsi e la pelle farsi fredda.
“Peter, ti aspettavamo, era da tanto che vi aspettavamo tutti.” Peter voltò la testa e si trovò di fronte al breve corridoio pieno di bambini, magri tanto da potergli contare le costole, dagli occhi neri, interamente, completamente neri e la pelle raggrinzita coperta di sporcizia. Puzzavano di carne putrefatta ed escrementi.
“C… Cosa…” Fu tutto quello che riuscì a dire prima che qualcosa lo colpisse alle spalle e lo facesse svenire.

“Hai sentito?” Chiese Steve.
“Quel tonfo?”
“Si, cos’era?”
“Non ne ho idea, dannazione, non ne ho idea.” Rispose Mark sbuffando.
“Come cazzo può essere accaduto?”
“Cosa?”
“Siamo entrati in cinque, ed ora siamo rimasti in due, comincia pensare che Mike non avesse tutti i torti.” Disse Steve.
“Ma che dici, siamo ancora in quattro.”
“In quattro? Vedi quattro persone qui dentro?”
“No, ma…”
“E allora? Sì, Peter e Mike saranno ancora vivi, ma dove sono? Dove sono finiti? Li vedi? Li senti? Ebbene dimmelo allora perché io non vedo e non sento nulla.”
“Magari si sono fermati di sopra.” Ipotizzò Mark.
“Ma sì, magari stanno facendo un bel giro turistico della casa. Mark, per favore, piantala di dire stronzate. Sono stanco, ho paura, sento freddo, non ce la faccio più, perché non guardiamo in faccia alla realtà? Siamo intrappolati in questa casa insieme a … Qualcosa… Ad un’entità che ci sta prendendo uno ad uno. Chi di noi due sarà il prossimo a scomparire? E soprattutto, qualcuno di noi due sarà così fortunato da poter vedere l’alba? Io ne dubito.” Disse Steve.
“Un grido effeminato e tagliente scosse l’aria, Mark e Steve sobbalzarono portandosi subito la mano al cuore come per assicurarsi che non si fosse fermato.
“Chi ha gridato?”
“S… Sembrava… non lo so, sembrava una ragazza.” Disse Steve.
“No, non una ragazza, un bambino. Veniva da qua fuori.”
“Porca troia Mark, ragazza, bambino, che differenza fa? Non dovremmo essere solo io, tu, Peter e Mike in questa cazzo di casa?”
“Diamo un’occhiata.”
“No, non ci provare, Mark non avvicinarti a quel tavolo.”
“Stai tranquillo, non ho alcuna intenzione di uscire da questa stanza, voglio solo dare un’occhiata.”
“Anche Peter aveva detto di stare tranquilli, ed ora… Lo vedi tu?”
“Fa silenzio.”
La curiosità prevalse sulla paura e Mark scostò di pochi centimetri il tavolo, quel poco che bastava perché potesse sporgere un po’ la testa e guardare al di fuori. Guardando diritto davanti a sé gli occhi di Mark si andarono a posare sulla stanza illuminata dalla luce delle candele che si trovava dall’altro lato del corridoio, al suo interno alcune figure vestite di nero se ne stavano chine su qualche cosa che inizialmente il giovane non riuscì a vedere.
“Vedi qualcosa?”
Mark gli fece cenno di stare in silenzio e continuò a guardare, e guardò per altri cinque minuti.
“Mark? Cos’hai visto? Oh mio dio, perché hai quella faccia? Mark… MARK!”
Mark si gettò a terra e prese a sbattere la testa contro il muro. Steve si alzò, fece per andare a soccorrere l’amico, ma mentre gli era sopra e cercava di immobilizzarlo una mano l’afferrò per la maglietta trascinandolo verso il varco aperto della porta. Cercò di combattere, di difendersi, ma per quanto la forza di un uomo possa ingigantirsi nei momenti di pericolo in quel caso non poté fare altro che guardare i muri allontanarsi mentre una forza impossibile da contrastare lo stava trascinando fuori da quella stanza.
“Nooo!” Gridò mentre con un braccio afferrava il tavolo. Una forza disumana continuava a trascinarlo, ma la resistenza di Steve ebbe la meglio e la maglietta si strappò, lasciandolo precipitare in avanti contro il pavimento. Subito strisciò verso l’angolo più lontano, dimenticandosi però di Mark che mentre giaceva in ginocchio tenendosi la testa sanguinante con le mani venne a sua volta afferrato e trascinato nell’oscuro corridoio, lasciando Steve da solo.

“Mark?” Chiamò Steve rannicchiato in un angolo della stanza.
Nessuna risposta.
Steve socchiuse leggermente gli occhi per cercare con lo sguardo l’amico, ma la stanza era vuota, pulita ed ordinata; il tappeto di carte che copriva il pavimento era scomparso, tutti i fogli erano stati riposti ordinatamente sul tavolo, che non chiudeva più gli stipiti della porta ma che stava al centro della stanza così come lo avevano trovato entrando.
“Mark? Perché non hai lasciato il tavolo dov’era?” Disse pur sapendo che Mike non era là e che non lo stava ascoltando. Steve si alzò e attento a non fare alcun rumore si avvicinò alla porta, o almeno là dove avrebbe dovuto esserci una porta. Poggiò le mani contro il muro, gli occhi scivolarono sull’inferriata della finestra solo per scoprire che era ancora tutta chiusa, dopodiché sporse appena la testa oltre il muro per cercare di guardare fuori dalla stanza. Il silenzio che regnava nella casa gli aveva fatto credere di essere solo, almeno a quel piano, ma non appena la luce delle candele della stanza opposta da quella in cui stava Steve si rifletté nei suoi occhi ebbe un sussulto al cuore e ritirò immediatamente la testa per paura di essere scoperto.
“Aiutami tu dio, ti prego, aiutami tu.” Disse sorprendendosi a pregare per la prima volta in vita sua.
La disperazione e la curiosità lo spinsero ancora a guardare oltre il muro, così espose di nuovo la testa. Dalla stanza opposta il bagliore delle candele creava una sorta di aura che illuminava anche parte del corridoio, all’interno della stanza alcune figure scure trafficavano su di un tavolo di marmo. Gemiti soffocati provenivano da quella che Steve ricordò essere la cucina, gemiti che divennero improvvisamente più acuti, fino a trasformarsi in vere e proprie grida. Le ombre si spostarono rivelando legato sul tavolo il corpo di Mark che si dibatteva e si contorceva, tenendo gli occhi chiusi per sfuggire all’orrore di quei volti; erano sette suore, dai volti pallidi e rinsecchiti e attraversati da una fitta rete di profonde rughe. Avevano gli occhi di un azzurro sbiadito, spalancati come quelli di un folle, e le labbra tirate in un diabolico sorriso che scopriva i pochi denti rimasti, denti gialli e grandi che spuntavano disordinatamente qua e là. Giravano attorno al tavolo come un leone gira attorno alla sua preda, giravano e sussurravano qualcosa che però Steve non riusciva ad udire. La curiosità morbosa spinse il ragazzo ad affacciarsi ancora di più, così da avere almeno mezzo viso scoperto.
“Lasciatemi andare vi prego… farò tutto quello che vorrete ma vi scongiuro… AIUTO! AIUTATEMI!” Mark gridava e piangeva su quel tavolo, invocando con tutta la voce che aveva in gola un aiuto che nessuno poteva udire, nessuno a parte Steve, il quale però non avrebbe potuto fare nulla per aiutarlo, o meglio, forse avrebbe potuto ma non era ancora abbastanza pazzo da buttarsi allo scoperto con il rischio di finire incontro allo stesso destino dell’amico. Una delle suore afferrò un paio di coltelli dal mobile alle sue spalle, mentre un’altra gli applicava uno strano ferro in bocca. Aveva la stessa forma delle mascelle quando sono spalancate, e messo all’interno della cavità orale faceva sì che Mark non potesse chiudere la bocca; allora tutte e sette le suore tornarono a chinarsi sul povero giovane, il quale sostituì alle strazianti grida gemiti e lamenti farfugliati sempre più concitati, fino all’apice, al quel suono strozzato che gli salì su per la gola interrotto da una serie di gorgoglii. Le suore si spostarono di nuovo, una di esse stringeva un pezzo carne sanguinolenta fra le mani, un’altra i due coltelli, a Mark venne slegato un braccio ed una gamba e girato su di un fianco prese a vomitare sangue. Non parlava più, gemeva soltanto, allora Steve comprese che quel pezzo di carne era la sua lingua. Dalla bocca in giù era una maschera di sangue, i suoi occhi socchiusi dovettero per un attimo intravedere Steve, o almeno così pensò il giovane, perché per un attimo Mark smise di dibattersi e rimase immobile a fissare di fronte a sé. La pausa non durò molto, poiché le suore lo rigirarono quasi subito, ora un ferro rovente passava di mano in mano sotto i suoi occhi terrorizzati, Steve lo vide tremare, non aveva mai visto nessuno tremare dalla paura, sembrava in preda a delle convulsioni. Una delle suore immobilizzò con entrambe le mani il corpo di Mark, mentre un’altra che si rigirava fra le mani il ferro rovente lo andò a premere contro i genitali del ragazzo, la cui schiena, malgrado il tentativo di tenerlo immobile della suora si inarcò al punto che Steve si chiese come avesse fatto a non spezzarsela. Schizzi di sangue si levarono in aria dalla bocca di Mark, sporcando i muri e le vesti delle suore.
“Ferme ora, basta. E’ venuta l’ora di scendere, andiamo.” Disse una delle suore. La sua voce suonava perfettamente normale, con le stesse intonazioni di quella di una qualsiasi donna, con la semplice differenza che a parlare era stata una suora che doveva essere a quel punto morta da molti anni.
Il corpo contorto di Mark venne slegato dal tavolo, cadde per terra dove cominciò a strisciare e a contorcersi, ma per poco, poiché le suore gli circondarono i piedi con una corda, e così presero a trascinarlo. Steve fu costretto a ritrarsi per non essere scoperto, ma i rumori erano inconfondibili, lo stravano trascinando per i piedi su per le scale; li sentì salire, lì sentì al piano di sopra, si udiva chiaramente il corpo trascinato sul pavimento. Steve si affacciò di nuovo, non vedendo alcuna persona prese a sua volta a salire prudentemente le scale segnate da una leggera scia di sangue. Arrivò fino al primo piano, là guardò in ogni direzione prima di uscire allo scoperto dalle scale, ma tutte le porte erano chiuse, ed il suono del corpo di Mark trascinato proveniva dal piano ancora di sopra, così sempre camminando in punta dei piedi e trattenendo il respiro fece per salire la seconda fila di scale, quando una strana visione lo bloccò e gli fece girare lo sguardo verso l’unica porta aperta di quel piano; era la porta del bagno. A terra le piastrelle bianche erano coperte da una sostanza viscida e trasparente, nonché da sangue; Steve fu costretto a coprirsi con una manica il naso per non respirare la terribile puzza che ne usciva. Entrò in bagno, alla sua sinistra stavano i gabinetti, ognuno separato dall’altro dal muro e con una porta per chiudersi dentro. Quando Steve entrò le porte erano tutte aperte, e dentro ogni gabinetto si vedevano spuntare le piccole gambe di feti appena nati, affogati con la testa dentro l’acqua. Steve non poté trattenersi questa volta e malgrado la paura di fare rumore vomitò sul pavimento del bagno. Fu costretto a fuggire via piegato in due dai conati, e solo su per la seconda fila di scale riuscì a riprendersi; là l’odore non si percepiva più, ma Steve non riusciva a togliersi da davanti agli occhi la visione di quei piedini freddi grigi coperti di sangue che sporgevano dal gabinetto. Ebbe voglia di tornare di sotto, di sdraiarsi e di chiudere gli occhi per non vedere e non sentire più nulla. Ma qualcosa dentro lo spingeva ad andare avanti, anche perché sapeva che se fosse tornato di sotto molto probabilmente prima o poi quelle suore sarebbero scese per prenderlo e legarlo su quel maledetto tavolo come era stato per Mark.
Ecco cosa aveva visto Mark. Pensò Steve ricordando gli attimi precedenti alla lotta in cui Mark era stato catturato. Il suo amico stava guardando nella stessa direzione della stanza dove poco dopo sarebbe stato torturato, e chi aveva visto steso sul tavolo? Peter? Mike? Accelerando il passo salì al secondo piano, anche là si accertò che non vi fosse nessuno sul pianerottolo. Dove erano finiti? Il silenzio era tornato a regnare fra quelle mura, ed ora tutto ciò che sentiva era il battito del suo cuore che gli rimbombava fin dentro alla testa. Un movimento attirò il suo sguardo, e mentre i muscoli si irrigidivano tanto da fargli male notò la giacca che poche ore prima li aveva spaventati tanto agitarsi leggermente, come se qualcuno avesse aperto la porta e poi richiusa da poco. Si avvicinò nel massimo silenzio, la toccò con una mano per fermarla, si guardò attorno come per assicurarsi che non ci fosse nessuno dopodiché avvicinò l’orecchio alla porta per sentire se da dentro proveniva qualche rumore. Inizialmente non udì nulla, il rumore che aveva nella testa era troppo forte, ma proprio mentre stava per ritrarsi le suo orecchie percepirono qualcosa, una specie di voce o chissà cos’altro, ed ebbe la sicurezza che erano entrati là dentro. Già, erano dietro quella porta, ma come poteva fare per poter spiare senza che si accorgessero di lui? Non sapeva cosa c’era dietro la porta e non sapeva come era disposta la stanza, forse se l’avesse socchiusa un po’ nessuno l’avrebbe notato, ma se avesse cigolato oppure se tutte le suore fossero state rivolte verso la porta, allora sarebbe stata la fine. Nel mezzo delle sue elucubrazioni Steve venne interrotto da un suono metallico, qualcosa di ferro che cadeva giù per le scale, voci, imprecazioni, qualcuno stava salendo le scale. Avrebbe potuto lanciarsi su per le scale e arrivare fino al terzo piano, oppure cercare di nascondersi in una qualsiasi delle altre stanze credeva fossero vuote, invece per puro istinto afferrò la maniglia della porta, la spalancò dimenticando il pericolo che avrebbe potuto cigolare e si gettò nell’oscurità. Una forte puzza regnava nella stanza, odore di carne marcia; camminava su di un pavimento di pietra, una specie di pianerottolo circondato da una balaustra di ferro arrugginito e da cui partivano delle scale che scendevano in basso, molto in basso. Steve si sporse leggermente per riuscire a vedere cosa ci fosse in fondo, e constatò che doveva essere alto almeno dieci metri, e in fondo, le suore si muovevano su di un pavimento di terra battuta da cui arti umani ed ossa sporgevano dopo un misero tentativo di dargli una sepoltura. Tre pali erano sistemati in fila, su ognuno stava una persona legata, persone che a Steve non ci volle molto per riconoscere, erano Mike, Mark e Peter, quest’ultimo quello ridotto peggio dei tre visto il lago di sangue che si era raccolto ai suoi piedi, o meglio, in fondo al suo corpo dato che pareva non avere più le gambe. Non rimase a lungo a guardare, si ritrasse quasi subito verso il muro e si rannicchiò a sinistra della porta, sperando che chiunque fosse entrato ora non lo vedesse. Passarono pochi attimi prima che la porta venisse aperta di nuovo, il fascio di luce delle candele rette da due suore lo sfiorò appena, ma queste non lo videro, richiusero la porta e presero a scendere le scale come se nulla fosse. Attese che fossero arrivate in fondo prima di rialzarsi, allora come prima si sporse quel poco che bastava per poter guardare di sotto. Tre suore dopo essersi inginocchiate ai piedi del piccolo altare a sinistra afferrarono un calice d’oro ciascuna, si avvicinarono a Peter, Mike e Mark e versarono il contenuto, ovvero sangue, sulle loro teste, così che fossero bagnato di sangue per tutto il corpo. Abbandonati i calici ai loro piedi tutte e nove le suore si ritrassero, una di loro si avvicinò alla parete dietro i ragazzi legati e tirò una leva che era sfuggita alla vista di Steve. Nel muro di pietra una porta segreta si spalancò, la suora corse indietro insieme alle altre, e tutte si inginocchiarono. Non passò molto che un’ombra emerse dalle tenebre, un’ombra enorme, un leone, non un leone ma bensì un drago, una bestia dalle sembianze dei draghi della tradizione cinese. Il suo muso era schiacciato e feroci ruggiti provenivano da quella bocca spalancata ricolma di denti lunghi ed affilati abbastanza da poter staccare metà del corpo di un uomo. La bestia fece un giro attorno ai ragazzi, li annusò, li leccò come per assaggiare il loro sapore, e mentre quei poveracci battevano la parte posteriore della testa contro il palo a cui erano legati tanta era l’angoscia, quel… Drago cinese si mise a sedere come un comune cagnolino. Passarono dei secondi, poi dei minuti, quanto Steve cominciò a pensare che forse c’era dell’altro, che il rito non era ancora pronto per la fase del sacrificio, dei versi simili a quelli dei ratti si levarono dall’ombra della porta sul muro, e un’orda di piccoli esserini, dei bambini, piccoli, di pochi mesi che non avrebbero dovuto neppure saper camminare, riempirono la stanza di sotto: saltellavano sulle loro gambe ancora non formate che a Steve ricordarono troppo quelle dei feti che emergevano dai gabinetti; ma non erano dei comuni bambini. Steve se ne accorse con un po’ di ritardo, quando uno di loro saltò addosso a Mike portandogli via il naso con un morso, le loro bocche erano come quelle di tanti piccoli pirana, e alle dita, o meglio, al posto delle dita avevano tanti lunghi artigli simili a coltelli, con cui penetravano le carni dei sacrificati per potersi godere tranquillamente il pasto. Uno di loro saltò addosso a Peter, gli conficcò gli artigli nella pancia, e sostenuto da quell’appoggio prese a mangiargli la faccia. In pochi minuti i tre amici erano completamente ricoperti da quegli esserini, che si nutrivano dei loro corpi ancora vivi. Mark riuscì in qualche modo a strappare le corde, cadde a terra, tentò a carponi di allontanarsi, ma ben presto gli furono tutti addosso. Steve, nauseato al punto di ritrovarsi sull’orlo di vomitare di nuovo si ritrasse, e alcune mani lo afferrarono e lo fecero sbattere contro il muro. Non si rese subito conto di cosa fosse accaduto, batté le palpebre perché l’urto gli aveva fatto appannare lo sguardo, poi le batté di nuovo perché pensò che l’urto gli avesse causato qualche danno al cervello. Tutto attorno a lui, lassù, al sicuro dall’orgia di sangue nella stanza di sotto, stavano dei bambini, dei ragazzi alcuni, ma anche delle bambine, delle ragazze alcune. Steve calcolò che dovessero avere fra i sei ed i dodici anni, le loro pelli erano quasi nere dalla sporcizia, giravano nudi e molti senza più capelli; ma la cosa più orrenda ed inquietante erano i loro occhi, neri, completamente neri, un oceano oscuro di angoscia e sofferenza.
“C… Chi siete?” Balbettò Steve sottovoce.
“Siamo i bambini, tu sai di noi, hai letto di noi.”
“No, voi siete morti.”
“Non siamo morti, la casa ci tiene così, né vivi né morti, siamo i bambini, siamo le vittime sacrificali, ora hai visto cosa subivamo qua dentro.” Parlavano in coro, tutti insieme, tanto che Steve si chiese come facevano a non sentirli di sotto.
“Perché? Perché questo?”
“Perché lo spirito di Backthull alberga in questa dimora, egli ha corrotto le pietre fin alle fondamenta, ha corrotto l’aria che respiri e la terra su cui cammini. Questo è il suo regno, e l’anima e la vita sono il prezzo che bisogna pagare per vivere nel suo regno. Ora hai visto cosa abbiamo subito noi per anni, e cosa continueremo a subire per l’eternità.”
“Voi… Le vostre… Voi siete incinte.” Disse Steve indicando alcune ragazze.
“Sì è vero. Backthull ci ha fecondato, siamo noi che partoriamo i suoi servi. La nostra innocenza è andata perduta sin da quando eravamo ancora troppo giovani per capire, egli ha tentato di farci partorire i suoi figli quando ancora eravamo mortali, ma i suoi tentativi non andarono per il verso giusto.”
“E i suoi errori finivano uccisi nei cessi.” Disse rivolto a sé stesso,
“Ma come posso fuggire da qui? Ditemelo vi prego, farò qualsiasi cosa per aiutarvi, ma ditemi come uscire.”
“Come uscire dalla casa? E’ semplice, attendi l’alba e potrai di nuovo uscire.”
“Davvero? Solo questo?” Guardò l’orologio.
“Sono le quattro del mattino, mancano solo un paio d’ore, ce la posso fare. Ditemi avanti, cosa devo fare per aiutarvi?”
“Niente, non puoi aiutarci. Ormai siamo anime perdute, così come i tuoi amici, e così come te.”
“Io? Perché io?”
“Perché tu hai messo piede del regno di Backthull, ed egli ti ha rubato anima e vita. Puoi sì uscire dalla casa, ma anche fuori dalla casa egli ti verrà a cercare e come tutti noi subirai le sue volontà.”
“No… Non è vero, fuori di qui non mi potrà fare nulla.”
“Ti verranno a cercare non appena il sole calerà, e domani notte anche tu sarai legato a quei pali, e anche tu diverrai il pasto per i figli di Backthull, e presto diverrai parte di noi, i bambini di Backthull.”
Atterrito Steve scivolò via da quell’accerchiamento, spalancò la porta senza preoccuparsi di essere sentito e corse a perdifiato giù dalle scale, si rifugiò nella solita stanza, dove prese di nuovo il tavolo e lo pose di fronte all’apertura della porta come barriera. Si rannicchiò ai suoi piedi e si addormentò.

Quando riaprì gli occhi un delizioso sole illuminava le pareti impolverate, tutto era come il pomeriggio del giorno precedente quando erano entrati, il tavolo di nuovo al centro della stanza, le inferriate alla finestra di nuovo aperte. Con un balzo Steve dimenticò ogni cosa, scivolò oltre quelle sbarre, e respirando il profumo dell’aria fresca del mattino si mise a correre per il giardino, corse fino al cancello, là tolse le catene, lo spalancò e continuò a correre, fin dove avevano lasciato le macchine. Non pensava agli amici morti, a quei bambini, a tutta quella storia, pensava solo che la sua vita era salva, che aveva superato indenne quella notte maledetta e che ora, ma più avrebbe rimesso piede in una casa abbandonata. Salì in macchina, mise in moto e guidò con i finestrini aperti fino in città, con le braccia e le gambe che ancora tremavano dal terrore. Passò di fronte alle scuole, chiuse perché sabato, imboccò l’incrocio fra la Main Street e la Bear Street e tirò dritto alcuni isolati prima di imboccare il viale d’accesso della sua casa. Non fu sorpreso di trovare due macchine della polizia parcheggiate, probabilmente lo avevano cercato tutta la notte; quasi correndo si avviò verso la porta di casa che era aperta. Ogni cosa gli pareva meravigliosa, probabilmente si sentiva come chi ritornava nella sua città dopo aver vissuto molti anni lontano da casa. Entrò tutto trafelato in cucina, si guardò un po’ in giro come per assicurarsi che tutto fosse come l’aveva lasciato. Nella sala, seduti sul divano, stavano alcuni poliziotti, e sua madre che piangeva stretta fra le braccia del marito che fissava imbambolato il pavimento. Steve entrò sbattendo la porta, si avvicinò a grandi passi, ma nonostante il rumore nessuno parve accorgersi di lui.
“Mamma.” Disse elargendo un sorriso a trentadue denti.
“Come è stato possibile?” Disse suo padre.
“Cosa?” Gli chiese Steve.
“Pensiamo che sia stata una setta satanica. Abbiamo ritrovato una bambola macchiata di sangue in una stanza.” Disse uno dei poliziotti.
“Sangue di chi?”
“Non lo sappiamo. Le analisi e l’autopsia ci aiuteranno a capire qualcosa.”
Steve era rimasto a bocca aperta non capendo perché ancora nessuno si fosse accorto di lui.
“Mamma, sono qui… Ma… Mi vedete?” Scosse le mani, si agitò, corse davanti ai volti dei poliziotti.
“PORCA TROIA, DITEMI QUALCOSA, NON SCHERZATE!” Gridò con le lacrime agli occhi.
Sono entrato nel regno di Backthull e con la mia vita e la mia anima ho pagato.
“Mamma…”
“Non riesco… Ancora non ci credo, non può essere morto.” Singhiozzò sua madre.
“Morto? No, io non sono morto.”
Il corpo di Steve era stato ritrovato dalla polizia nel giardino della casa alle prime ore dell’alba in seguito ad una telefonata anonima, insieme ai corpi martoriati di Peter, Mark e Mike.

Steve passò il resto della giornata a vagare per Sunville, quando arrivò l’ora del tramonto si andò a sedere su una panchina al parco, e mentre le ultime coppiette in vena di romanticherie gli passavano di fronte senza vederlo gli parve di sentire una voce che lo chiamava. Si alzò e seguì quella voce, camminò fino a quando non giunse nel punto più aperto del parco, là dove stava una fontana ed un grande prato, da lì si potevano vedere le colline di Sunville.
“Steve.”
Steve sollevò gli occhi, vide la casa, una macchia scura su di una collina alla sua sinistra, e vide anche, o meglio pensò di vedere delle ombre agitarsi sul tetto.
Mi chiamano, mi stanno chiamando.
Il sole calò completamente oltre l’orizzonte mentre Steve ancora fissava la casa, le sue orecchie percepirono appena i passi dietro di lui. Le nove suore erano venute per riportarlo nel regno di Backthull, la sua vita, come era sempre stata, era giunta al termine; d’ora in avanti, la sua non vita sarebbe stata quella di tormento ed angoscia, un essere senz’anima sporco e viscido costretto a vagare per la desolazione della casa, per l’eternità.
La casa di Backthull testo di tristano
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