Parallelismi

scritto da WALT
Scritto 25 anni fa • Pubblicato 24 anni fa • Revisionato 24 anni fa
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Autore del testo WALT

Testo: Parallelismi
di WALT



La brezza notturna sferzava le sue guance carezzandole piacevolmente mentre percorreva le strade della città.
Città, per Carmen, era sempre stato sinonimo di libertà, quella libertà cge adesso ella respirava a pieni polmoni ricavandone una sensazione inebriante.
D’un tratto prese a saltellare ritmicamente come faceva da bambina quando, al paese, usciva dalla chiesa con la famiglia, ...tutta fiera nel suo vestitino bianco coi nastrini blu che la mamma le aveva cucito apposta per le domeniche e delle scarpette in lacca blu regalatele dal papà per l’ottavo compleanno.
Com’erano dolci quei ricordi!!!
Quella notte Carmen aveva festeggiato in discoteca i suoi diciassette anni e si sentiva donna ormai, ma dentro conservava ancora la stessa gioia, la stessa euforia e le stesse emozioni di quando era bambina, ancora viveva la propria vita con lo stesso candore di quelle domeniche paesane.
Del paese e della sua infanzia conservava piacevoli ricordi ma non ne aveva nostalgia adesso che, finalmente, aveva conquistato la città, quel pachiderma pieno di luci e di colori che il padre le aveva mostrato quand’era piccola, dalla collina che sovrastava il paese: se ne stava laggiù, adagiato nell’ampia vallata, come un gigante steso addormentato, immobile eppure ne potevi intuire il movimento del respiro, la pulsazione delle sue migliaia di cuori.
Non era la stesa città, adesso stavano al nord, ma era ugualmente lo stesso spettacolo di luci che tante volte aveva visto da lontano e nel quale ora era immersa, aveva gli stessi odori che pareva le arrivassero sulla collina, mischiati all’odore della campagna fiorita, e pulsava del battito delle migliaia di cuori, compreso il suo; aveva la stessa atmosfera di magia che aveva immaginato in quelle notti estive sedendo fra suo padre e sua madre ai piedi della grande quercia antica, solitaria, sulla cima della loro collina.
Saltellava allegramente in quella notte che le sembrava magica improvvisando i passi di un immaginario quattro cantoni sulle lastre di arenaria scalpellata che costituiva il selciato, in quella notte sospesa a mezz’aria come un sogno in cui la città le si era completamente abbandonata, finalmente solo sua, senza tutta quella folla rumorosa ed estranea che di giorno la invadeva, mischiato alla quale ognuno era solo e smarrito.
Qualche volta, nei primi tempi, quella folla la disorientava un po’ facendole desiderare la solitudine ed il silenzio, i grandi spazi della sua collina con quella discreta presenza senza tempo che era la grande quercia antica.
Quella notte transitavano solo poche automobili ai semafori degli incroci fuori dall’isola pedonale; in qualche viale stazionavano alcune prostitute, così integrate nella vista d’insieme da passare inosservate, in perfetta simbiosi con l’arredo urbano, sua parte integrante.
D’un tratto le parve di riodorare i profumi familiari della sua collina, quelle fragranze di fieno e di fiori di campo di cui si inebriava godendosi il fresco della grande quercia.-
Le parve di udire in lontananza un latrare eccitato di cani, quasi avessero fiutato le tracce di una preda; si guardò attorno, poi si dette della stupida: era stata la sua fantasia, stimolata dalle sue elucubrazioni sul passato a stimolare la memoria sensoriale e a farle immaginare gli odori familiari della sua infanzia, a farle rivivere la memoria di una delle scene di caccia a cui aveva tante volte assistito da lontano.
Continuò a camminare, ora con passo lento e circospetto con addosso una sensazione di disagio che non riusciva razionalmente a spiegarsi.
Udì nuovamente il latrare eccitato dei cani, tanto vicino, questa volta, che le sembrò di averli quasi addosso e fu pervasa da un senso di cieco terrore; prese a correre, con affanno ...mentre il cuore accelerava i suoi battiti all’impazzata.
Non riusciva più a razionalizzare che si trovava in una rande città, non in mezzo alla campagna o in un bosco e che, quindi, non potevano esserci cani che inseguivano una preda ...o forse si...
Correva a perdifiato mentre i latrati si avvicinavano, sentiva quasi fiatare vicino alle sue gambe ...stavano per azzannarla.
Aumentò ancora la sua andatura, per quanto poteva, con le gambe che diventavano ad ogni passo più pesanti, stava per crollare e l’avrebbero presa ...la presero.
Un grido scaturì dalla sua gola rompendo, come fosse di cristallo, la cappa di silenzio che avvolgeva la città a quell’ora quando avvertì le zanne affondarle nella carne e fu pervasa da un lancinante dolore.
Tentava di proseguire la sua corsa, vanamente, perché una salda presa la stava trattenendo.
L’abbaiare feroce dei cani, sempre più vicino, si mischiò ad una voce molle, come appannata dai fumi dell’alcool, che stava dicendo qualcosa, forse qualcosa di volgare che, tuttavia, non riuscì a comprendere, poi altre voci fecero eco alla prima ...poi risate sguaiate ed ancora il latrare dei cani, il loro ringhiare feroce; avvertiva sulla pelle il loro fiato caldo e di nuovo udì sadiche risate, bestiali a loro volta e di nuovo la sensazione di forte dolore fisico provocato dalle zanne dei cani.
Si dibatteva con tutte le sue forze nel tentativo vano di liberarsi da quella presa salda e dolorosa, poi avvertì il contatto di altre mani, non capiva quante, che l’afferravano, la toccavano, stracciavano violentemente i suoi vestiti, .... continuavano a toccarla.
L’aria fresca le carezzava ora la pelle nuda, cadde e le parve di avvertire il contatto dell’erba umida, e ancora quei maledetti cani che le stavano dilaniando la carne, un forte dolore al ventre .... ancora quelle voci che parlavano concitate e ridevano ... e zanne nella carne dilaniata e dolorante, ... e ancora mani ...
Si dibatteva gridando, scalciava, tentava di mordere e graffiare, di liberarsi da quella presa dolorosa.
Udì, improvviso, un colpo secco che le sembrò lo sparo di un fucile echeggiare nell’aria.
Immediatamente avvertì una fitta al petto e la vista le si annebbiò, tutto il mondo le parve rivoltarsi e tutte le luci che aveva visto e sognato da bambina, sotto la grande quercia, le rovinarono addosso come pioggia di stelle, poi buio totale assoluto.
In quel buio udì nuovamente i cani, più tranquilli, pacati e soddisfatti, e ancora quelle voci, anch’esse pacate e soddisfatte, e ne udì nuove, come se qualcuno si unisse alla macabra festa.
L’ultimo brivido di freddo la fece scuotere appena percorrendole la schiena nuda, poi la pervase un senso di pace e di benessere.
Si trovò, come per magia, sotto la grande quercia, compagna discreta e silenziosa della sua infanzia, lassù sulla collina, e vide i cani accovacciati ove lei sedeva da bambina, vide gli uomini con i fucili e cartucce che trionfalmente sollevavano una piccola volpe esanime e sanguinante.
Sentì due lacrime calde scenderle sulle guance ed il freddo contatto del duro asfalto sul corpo mezzo nudo, poi più niente, ... il buio, ... il vuoto di un abisso.

*****************

L’alba stava rischiarando il cielo sopra la città spegnendo una ad una le stelle.
I primi pendolari stavano lentamente affluendo per le strade, nella metropolitana, verso soliti tran tran, ignari che in quel momento il corpo di una diciassettenne, ennesima anonima ragazza seviziata ed uccisa, viaggiava verso una fredda tavola d’obitorio.
Aveva appena festeggiato il compleanno, Carmen, felice di avere ai suoi piedi quell’enorme pachiderma pieno di luci che l’affascinava vedendolo dall’alto della sua collina, da sotto la grande quercia antica dove un qualche strano parallelismo l’aveva riportata per morire, uccisa da una follia che da lassù non poteva vedere, coperta dallo sfavillio festoso delle luci e dei colori.
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