La bimba si avvicinò all'anziana figura incappucciata, comparsa dal fitto della boscaglia, procedendo a passo lento e con la testa rivolta verso il terreno.
Avanzarono l'una verso l'altra, in seguito, giunte a pochi metri di distanza, si fermarono, come se non volessero e non potessero andare oltre, come se non potessero avere un contatto fra di loro.
"Chi sei tu?" domandò la piccola.
Silenzio.
"Chi sei, dimmelo!" insistette.
"Lasciami il tempo di rispondere!" sbraitò la figura proveniente dal bosco, la cui voce era in tutto e per tutto quella di una scorbutica vecchia, che continuò a tenere il capo reclinato verso il basso, non degnando la bambina di un minimo sguardo.
In seguito a questa esclamazione, che aveva pronunciato con un tono generalesco, l'anziana signora si mise a ridere. Le sue risa erano malefiche e beffarde allo stesso tempo. E continuarono per minuti e minuti, tanto che il momento di follia della strana donna sembrava non dovesse avere un termine.
La bambina, offesa e indispettita, raccolse le sue energie in soccorso delle parole più rabbiose che le venissero in mente e, sentendo i battiti del suo cuore spaventato, affermò con coraggio: "Smettila! Stai zitta! Non ho paura, per me il tempo delle fiabe e del lupo cattivo è finito, ora lasciami in pace, tornatene nel bosco, da dove sei venuta!!"
Seguì un altro momento di silenzio.
Poi nuove risa, ancora più sguaiate e beffarde.
Ed una voce nuova provenne dalla gola della donna venuta dal bosco, una voce totalmente diversa rispetto a quella che la bambina aveva sentito in precedenza. Una voce quasi metallica e, a tratti, con tonalità d'oltretomba, tanto nociva per le orecchie quanto per il delicato equilibrio mentale della piccola ascoltatrice.
"Paura, paura. Tu mi parli di paura. Stai attenta a parlare di questo argomento. È molto delicato" si interruppe, poi riprese: "Ho visto molti finti coraggiosi in giro per queste terre, in giro per questo globo. Tu sei una tra quelli. Vi so riconoscere. Avete un odore determinato, emanate delle determinate energie, apparite esattamente così, come te ora, davanti a me. Non voglio aggiungere altro se non una sola, una singola osservazione: adesso ho la testa rivolta verso il basso, ma non credere che non ti veda".
In quel momento la bambina sentì, tra le costole, un sobbalzo violento del suo cuore, che ormai era divenuto un indomabile tamburo, suonato con violenza dalla paura. Sì, proprio dalla paura, che però la giovincella continuò a fingere di non provare.
La piccola, dunque, decise di scagliarsi con tutta forza verso la figura incappucciata a pochi metri di distanza. Poco prima che potesse impattare contro l'anziana, però, quest'ultima alzò il braccio destro e respinse con forza l'assalto della bambina, che cadde per terra. Dalla lunga manica della strana venuta, in seguito all'impatto, comparve un braccio ossuto, senza mano. Era stato scoperto dalla piccola che, ora, guardava quell'insolito arto con orrore.
Una parte dei segreti della scorbutica era stata rivelata. Ormai, quella figura avrebbe dovuto continuare la sua opera fino a fondo. Dunque decise di mostrarsi, alzando il viso e puntando il suo sguardo dritto verso la bambina.
Questa rimase esterrefatta da ciò che vide, tanto che decise di non raccontare mai ciò che quel cappuccio celava dietro al tessuto poco spesso.
In seguito all'avvenimento, la bambina tornò a casa, dai suoi genitori. Raccontó loro tutto, tranne quell'ultimo ed insopportabile particolare.
"Cosa hai visto? Chi era veramente quella signora? Non starai forse inventando tutto?" Ogni volta che qualcuno le poneva tali domande, la piccola aveva un'istintiva reazione di vomito, quasi come se dovesse espellere, a piccole dosi, l'orribile vista che i suoi occhi avevano dovuto sostenere. Per questo nessuno sa ciò che vide sotto a quel cappuccio. Tranne me, e ve ne dirò il motivo.
Presto i genitori informarono il circondario, me compreso, dell'esistenza di una strana presenza che sembrava aggirarsi per la zona. Io, personalmente, non ebbi alcun timore del racconto che le mie orecchie sentirono. Ero sicuro che si trattasse di una sciocchezza, di una storiella che la bambina aveva certamente inventato di sana pianta, giusto per ricevere qualche attenzione in più, almeno per un po' di tempo.
Il giorno stesso, però, ho dovuto ricredermi.
Stavo camminando tra gli alberi del bosco, stavo cercando un po' di legna per il camino quando, ad un tratto, in una piccola fessura creata da due alberi ravvicinati vidi uno sguardo, dritto verso di me.
Non dirò altro. Anch'io, esattamente come la bambina, ho deciso di tacere. Questo perchè ci sono aspetti della realtà che sarebbe meglio non conoscere e non far conoscere, ci sono argomenti che potrebbero urtare la sensibilità di molti. Anch'io, dunque, non vi fornirò alcuna descrizione di ciò che ho visto. Posso solo dirvi che, considerato quello che i miei occhi hanno dovuto sopportare, mi sento in dovere di tessere le lodi della bambina, sfortunata come me. Poverina, come fa, così giovane, a sopportare un fardello così pesante? Me lo sono sempre chiesto, ma mai avrò risposta, e non sono intenzionato a porre la domanda alla diretta interessata. Preferisco evitare di farla imbattere per l'ennesima volta nei pensieri che attanagliano anche me, giorno e notte.
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Quel giorno maledetto tornai a casa tardi, sul far della sera. Stranamente, poiché non è mia abitudine, mi affacciai alla finestra. Nella penombra crepuscolare vidi un bagliore lontano, nel fitto bosco. Si trattava di una scia luminosa che si innalzò dalle folte chiome arboree e procedette verso le zone più alte dell'atmosfera. La seguii con lo sguardo per parecchio tempo, poi scomparve dalla mia visuale, fondendosi con le ultime luci dei raggi solari che stavano per abbandonare la volta celeste. E sulla terra rimase solo il buio.
Il mattino dopo mi recai nuovamente nel bosco. Non incontrai nessuno. Né uomini, né animali. O probabilmente non li vidi, ma ciò poco importa. Avevo altri pensieri per la testa.
In una radura solitamente erbosa notai uno strano cerchio terroso, nuovo al mio sguardo, poco al di sotto del piano del terreno, al centro del quale stava, abbandonato, un mantello con un cappuccio a me terribilmente familiare.
Nei giorni seguenti provai a riflettere intensamente sulle tante stranezze a cui avevo assistito in così poco tempo.
Vagai di pensiero in pensiero, in cerca di una spiegazione che fosse il più possibile soddisfacente e che collegasse logicamente ogni singola anomalia in cui mi ero imbattuto.
Infine, trassi una conclusione, per quanto carente di contenuti e di certezze.
Noi, come abitanti di un piccolo paesino imboscato, in mezzo al nulla, dovevamo aver ricevuto una visita.
Una strana visita, da parte di un essere proveniente da altri luoghi, le cui intenzioni mi rimangono tutt'oggi ignote.
Come si evince da questo mio breve resoconto dei fatti, io dispongo di poche certezze e tanti dubbi in merito agli accaduti.
Da questa esperienza ho solo compreso che non può esistere una spiegazione per tutto. In fondo, il nostro vivere non è che una storia non sempre interpretabile, dove i legami di causa ed effetto posso venire rispettati per cento volte, ma magari non la centounesima, in cui un sasso, se scagliato, si allontana dal lanciatore per cento volte, ma magari la centounesima potrà tornare indietro, andando contro le nostre aspettative.
Così nella quotidianità di un piccolo paese può succedere che si susseguano vite mai intaccate dalle anomalie del vivere che, ovviamente, non saranno al corrente dell'esistenza di queste stranezze, non avendole mai riscontrate nella realtà.
Per queste persone, naturalmente, un'esperienza come quella che ho vissuto io può solo scaturire dalla bocca di un folle, oppure dall'immaginario di un fantasticone.
Per essi non esiste elemento che possa turbare lo stagno delle loro certezze, non esiste nulla che possa contraddire ciò che il loro occhio ha visto.
Ma il mio occhio, a differenza del loro, è stato sottoposto a qualcosa che ha contraddetto la torre pericolante della certezza in cui un tempo mi barricavo.
Io ho visto ciò che ritenevo impossibile. Ma l'impossibile non esiste solo fino a quando non bussa alla tua porta per domandarti ospitalità. E, una volta guardato dritto negli occhi, si aggiunge alle schiere del possibile.
La visita testo di Piero Bolognesi