Riflessione sul concetto di malattia terminale e annesse domande in merito alla morte di un padre.
- Nota dell'autore donnadinchiostro
Testo: Terminale di donnadinchiostro
Terminale è ciò che termina, ciò che finisce. Come un malato terminale. Ma termina la malattia? O termina il malato? La seconda ipotesi è la vera risposta. Non ci si può preparare a un tale avvenimento. Non si sa quale sarà l’istante ultimo. L’ultimo sguardo, l’ultimo verso, l’ultima parola, l’ultimo gesto. Non si sa. ULTIMO. Cosa vuol dire? E perché sono proprio gli ultimi istanti a tormentare? Perché sono gli ultimi attimi a togliermi il sonno e il fiato? Tutto ciò che si fa nel corso della vita passa in secondo piano, eccetto i rimpianti, i rimorsi, e solo per ultimi, si hanno gli attimi felici. Ma come ci si abitua, come ci si rassegna all’assenza di un padre? Come…? Dov’è il suo viso? Dov’è la sua voce? Dove sono le sue scarpe? Non ricordo neanche più quando camminava per casa. Dove sono i suoi occhi? Mi vede? Mi guarda? C’è un coltello nel mio petto? Perché sembra proprio di sì. Credo di avere anche degli aghi nella gola, che non riesco proprio a mandare giù. E ho del fuoco nella retina di entrambi gli occhi, bruciano tanto, davvero troppo. O forse è solo lutto? Nessun coltello, aghi o fuochi. Solo morte. Silenzio, vuoto. Un coltello si può estrarre, gli aghi anche. Il fuoco si può spegnere. Ma la morte? Si può ostacolare la morte? Si può cambiare una vita già vissuta e morta? Può tornare il mio papà? O è… TERMINATO il suo tempo?
Se ti sei accorto di un errore o vuoi cambiare il tuo commento, puoi cancellarlo nei 5 minuti succesivi alla pubblicazione.
In seguito non potrai più cancellarlo.
Vuoi cancellare il tuo commento?
Caricamento dei commenti...
Questo testo è troppo datato per accettare nuovi commenti.