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Nacque tra il vento delle colline ateniesi e il profumo del marmo.
Il suo nome era Elios, figlio di un umile scultore e di una madre che morì dandolo alla luce. Fin da bambino percepiva un ordine invisibile nel caos del mondo: vedeva le stelle muoversi come note, l’acqua come pensiero, la pietra come memoria.
Gli anziani dicevano che fosse toccato dagli dèi.
Ma Elios non cercava la divinità: cercava il perché.
Quando la Guerra di Troia incendiò il mondo, Elios si unì agli Achei. Aveva vent’anni e la mente di un filosofo, ma impugnò la spada come un dio. Vide Achille correre nella furia, Ettore cadere, e Priamo piangere tra le ceneri della sua città.
Durante il saccheggio, in un tempio abbandonato di Apollo, trovò un sacerdote morente. Questi gli sussurrò un’antica formula: Astralis, l’essenza del cielo, un elisir capace di fondere l’anima con la luce. Elios lo preparò e lo bevve, illuminato dal primo sole del giorno in cui Troia cessò di esistere.
Il suo cuore smise di battere.
Poi tornò a farlo — per sempre.
Nei secoli che seguirono, Elios divenne discepolo di Pitagora, amico di Platone, allievo dei misteri egizi. Parlava dell’anima come di un’onda infinita e della morte come di un’illusione. Molti lo credettero un profeta. Altri, un folle.
A Delfi, l’Oracolo lo riconobbe e tremò.
“Tu hai ingannato il tempo,” disse la Pizia, “ma il tempo ti ingannerà a sua volta.”
Elios sorrise, ignaro del dolore che quel presagio avrebbe portato.
Tra i marmi e i canti di Delfi conobbe Eurione, giovane sacerdotessa di Apollo.
Si amarono come il giorno e la notte, con ardore e paura. Ma quando lei comprese che il suo volto non mutava, capì la verità. Una sera, sotto la luna piena, si gettò nel fuoco sacro del tempio, sussurrando:
“Meglio bruciare con gli dèi che vivere accanto a un immortale.”
Elios restò immobile, con la fiamma nei suoi occhi eterni.
Da quel momento, la sua anima non fu più intera.
Nei secoli di Roma prese il nome di Lucius Aelius. Fu soldato, orafo e poi filosofo. Vide Cesare pugnalato dai suoi amici, Nerone bruciare la città, uomini morire per idee già viste nascere e morire mille volte.
Amò Claudia, figlia di un senatore.
La peste la prese in un giorno di pioggia. Sulla sua tomba incise una sola frase:
“Io vivrò abbastanza da rivederti in ogni volto.”
Poi seppellì se stesso sotto un altro nome e partì verso oriente.
Quando Roma crollò, camminò tra le sue rovine come un fantasma. Fu monaco, alchimista, viaggiatore. Nei secoli bui custodì i frammenti del sapere antico: salvò pergamene, libri, simboli. Scrisse il Codex Aeternum, un manoscritto che conteneva tutto ciò che aveva appreso dal mondo.
I monaci lo chiamavano L’Uomo dal Sangue d’Oro, ma lui sapeva di essere solo un sopravvissuto all’eternità.
Nel Quattrocento apparve a Firenze come Lucio di Delfi. Fu amico di Leonardo, che lo ritrasse in un dipinto perduto chiamato Homo Aeternus. Passeggiavano al tramonto tra olivi e fiumi, parlando di proporzioni, anime e stelle. Leonardo intuì il suo segreto, ma non lo rivelò.
Un giorno gli chiese:
“Tu hai visto tutto. Hai trovato il senso della vita eterna?”
Elios rispose:
“Sì. È il dolore di sapere che tutto ciò che amo morirà.”
E Leonardo, con un sorriso triste, disegnò un cerchio perfetto e mormorò:
“Allora siamo tutti immortali, perché anche il dolore è infinito.”
Passarono molti lustri, vide la Bastiglia cadere, Parigi bruciare. Fu medico a Waterloo, parlò a Napoleone mentre il mondo gli cadeva addosso.
“Vuoi dominare il tempo,” gli disse, “ma il tempo non ha padroni.”
“Eppure tu sembri averlo vinto.”
“No,” rispose Elios. “Io l’ho solo perso.”
Poi scomparve di nuovo tra i secoli, come un sussurro.
Nel Novecento, il mondo conobbe il caos dell’uomo moderno. Elios fu soldato nella Prima Guerra Mondiale, vide le trincee divenire tombe. Fu medico nella Seconda, vide Auschwitz, vide Hiroshima dissolversi in luce, e comprese che l’umanità aveva trovato il modo di distruggersi senza diavoli né dèi.
Si rifugiò in Grecia, e per anni non parlò più con nessuno. Scrisse solo una frase nel suo diario:
“L’uomo è divenuto eterno nel dolore. Io sono solo il suo testimone.”
Negli anni Sessanta, in una piccola libreria di Atene, incontrò Helena, giovane storica che studiava le leggende dell’Eterno di Delfi. Non sapeva chi fosse lui. Discussero di filosofia, stelle e destino. Lei rideva come luce tra le foglie d’ulivo, e lui, per la prima volta dopo secoli, sorrise davvero.
Si amarono, ma il tempo non li amava. Lei invecchiò, lui no. Quando Helena comprese la verità, gli prese la mano e disse:
“Tu sei prigioniero del dono che tutti gli uomini desiderano.”
E morì con un sorriso.
Elios restò ore accanto al suo corpo, immobile come una statua, mentre fuori Atene si riempiva di luce.
Si dice che vive tra le montagne della Grecia, in una casa che non appare sulle mappe. Nel suo studio, illuminato da una finestra aperta sul mare Egeo, scrive l’ultimo capitolo del Codex Aeternum. Parla di uomini, delle loro paure, dei loro amori, dei loro sogni.
Ogni notte accende una candela e osserva il cielo. Ogni stella che cade è un ricordo. Ogni alba, una promessa non mantenuta.
Ma la vita è strana, e il destino ancor di più.
Una sera d’inverno ad Atene, la pioggia cadeva lenta sulle colonne del Partenone e le luci tremolavano come candele nel vento. Tra i vicoli di Plaka, una piccola libreria rimaneva aperta: Dentro, un giovane studente sistemava i libri rimasti invenduti.
Un uomo entrò, alto, capelli neri, sguardo chiaro come il cielo d’estate, cappotto logoro e bastone d’ulivo.
«Posso aiutarla?» chiese il ragazzo.
L’uomo sorrise piano. «Cercavo un libro che non esiste ancora.»
Il giovane rise, credendo fosse una battuta. Ma l’altro continuò:
«Si intitolerà Il Codice dell’Eterno. Parla di un uomo che ha vissuto troppo a lungo per ricordare chi è.»
Il ragazzo smise di ridere. L’uomo lo fissò un attimo, poi guardò l’Acropoli illuminata.
«Forse sì. Forse lo sto ancora scrivendo.»
Estrasse dalla tasca una moneta d’argento consumata, con il volto di Apollo e un occhio inciso sull’altro lato. La posò sul bancone.
«Tienila. È ciò che rimane del sole che un tempo gli uomini adoravano.»
Quando alzò lo sguardo, l’uomo era scomparso. Solo la porta oscillava, sospinta dal vento.
Fuori, Elios camminava sotto la pioggia. Si fermò, chiuse gli occhi. Rivide Troia in fiamme, le sabbie di Roma, i volti amati e perduti. Sentì la voce di Eurione, Helena, Leonardo — di tutti coloro che aveva amato e lasciato dietro di sé. Una lacrima vera scese lungo il suo viso.
“Forse l’eternità non è vivere per sempre,” sussurrò, “forse è ricordare abbastanza a lungo da capire perché si muore.”
Ma il tempo non gli bastava più.
Sentiva un richiamo oltre l’orizzonte terrestre, un mistero che nessuna città, nessuna civiltà poteva svelare.
Camminó giorni per inerzia e inerme quando Atene lo accolse un’ultima estate. In una casa sul Parnaso incontrò Selene, una donna che studiava le stelle e che aveva condiviso con lui notti di sogni e discussioni filosofiche. Dirigeva l’Istituto Astrale di Atene, il primo centro di ricerca dedicato al viaggio oltre la Terra.
Aveva lo sguardo di chi porta il cielo negli occhi e la scienza nel cuore.
Arrivó la passione come un brivido nel firmamento. Non era come gli altri amori: lei non avrebbe mai invecchiato al suo fianco, eppure lo amò per ciò che era davvero.
“Selene… ho cercato tutto qui sulla Terra. Amore, sapere, bellezza… ma il segreto della vita, della vita vera, potrebbe trovarsi là fuori.”
Lei sorrise con dolcezza, ma nei suoi occhi brillava la decisione di chi ha osato sfidare l’impossibile.
«Lo so, Elios. È anche il mio sogno. Le nostre navi sono pronte… una di esse porta il tuo nome.
Parti. E se troverai ciò che noi possiamo solo immaginare, torna — o almeno lascia che il cielo canti di te.»
Il giorno della partenza, Elios salì sulla navicella come Kairos Astralis, astronauta e scienziato. Guardò la Terra, la città, le montagne e il mare che aveva attraversato per millenni. Selene lo salutava dal vetro, un sorriso eterno.
“Addio, mia pensatrice che contempla il cielo,” mormorò.
La navicella si staccò dalla superficie blu del pianeta e scivolò nel silenzio cosmico.
La Via Lattea si stendeva davanti a lui, un fiume di scie dorate. Pianeti mai visti ruotavano silenziosi, nebulose di colori impossibili si allungavano come veli di seta.
Kairos fluttuava tra le correnti luminose. E mentre osservava l’infinito, percepì qualcosa di straordinario: un sussurro sottile, una melodia nascosta nel vuoto.
Le stelle… cantavano.
Non era musica fatta di suoni, ma di ricordi: ogni nota era una vita, ogni armonia un amore perduto, un sorriso dimenticato, una lacrima versata. Le stelle custodivano le voci di chi non c’era più, eppure continuava a vivere nell’eco dell’universo. Ogni punto luminoso era un frammento di tempo, ogni galassia un enorme archivio di memorie.
Kairos comprese allora la verità più grande: lo spazio non era vuoto. Era un enorme libro di luce, scritto con le esperienze, le emozioni e i sogni di tutte le creature che avevano vissuto. Ogni morte non era fine, ma trasformazione. Ogni ricordo sopravviveva, eterno, tra i flussi di energia e i raggi di luce.
In quell’istante, sentì una pace infinita. L’eternità non era solitudine né fuga, ma il legame con tutto ciò che era stato e sarebbe stato. L’universo intero cantava la memoria di ogni vita, e lui ne era testimone.
Kairos guardò la Terra da lontano, poi le stelle che danzavano come onde luminose. Un sorriso calmo illuminò il suo volto immortale.
L’immensità dell’universo non era spaventosa: era casa, custode di tutto ciò che era amato, perduto o dimenticato.
“Forse l’eternità non è vivere per sempre,” sussurrò,
“ma ricordare abbastanza a lungo da comprendere tutto ciò che è stato.”
E mentre la navicella si allontanava, trasportata da correnti di luce e silenzio, Kairos Astralis sentì finalmente che la sua ricerca aveva trovato risposta:
l’universo stesso era la memoria del tempo,
e in quella memoria, ogni vita brillava ancora.
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Dopo anni tra le stelle, la navicella di Elios fece ritorno sulla Terra.
Attraversò le nuvole come un pensiero che torna a casa.
Sul Parnaso, dove tutto era iniziato, trovò Selene: i capelli d’argento, le mani tremanti, il sorriso di un tempo.
Elios si inginocchiò accanto a lei, e Selene lo riconobbe.
«Sei tornato…» sussurrò.
Lui annuì piano. «Sì. Ho visto l’universo, Selene. E ho capito che non c’è nulla da temere.»
Le prese la mano.
«Ascoltami: non aver paura della morte. Nel cielo non c’è niente di cui aver paura…
Perché tutti si trasformano in musica e ricordi.
Ogni vita diventa un suono, ogni amore una luce che non si spegne mai.»
Lei sorrise ancora, con quella dolcezza di sempre
«Mi hai trovato due volte, Elios. È abbastanza per mille vite.»
Selene chiuse gli occhi, serena.
Elios la strinse a sé, mentre tutto si faceva silenzio.
E insieme, si lasciarono andare — due respiri che si fusero nell’aria, due anime che tornarono al canto del mondo.