La castità sorge dalla comprensione del desiderio, non dalla disciplinata lotta verso esso o dall’estenuante esercizio dell’ascetismo.
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Le strilla del neonato erano stridule, violente e persino furibonde: squarciando il proteso silenzio dell'estenuante attesa per la sua venuta, quelle urla manifestavano le grida ancestrali di paura dell'uomo. In quel pianto angosciante, straziante ed incontrollato, c'era il dolore lancinante per quella sicurezza psicologica mai raggiunta e nel tumulto ansimante del primo vagito, c'era quell'impronta della brutalità che emergeva dalla sua ennesima reiterazione, quando venendo strappato dall'integrità per essere lanciato nel mondo che lo violerà, dapprima dalla madre stessa con il sofferto e pianificato parto dell’espulsione e della separazione, poi dalla levatrice nella consegna ai medici per esaminarlo come un oggetto, verrà riposto nel nido già diviso dagli altri, lasciandolo in balia del sistema che lo archivierà accuratamente come uno dei tanti prigionieri della società che lo attendeva già per usarlo. Verrà contaminato con le prime medicine artificiali che lo guasteranno; verrà misurato minuziosamente per dargli un nome ed un’identità; verrà valutato per vedere se rientra negli standard richiesti e dopo avergli reciso il cordone, doviziosamente conservato dai genitori come un trofeo, sarà programmato dagli umani posizionandolo sul patibolo del dover vivere in un certo modo, con un set di istruzioni e con il compito arduo di raggiungere e mantenere un determinato status, che lo condurrà e lo abbaglierà in vita, sino alla fine del suo processo.
L'io è la misura dell'accadere che schematicamente forma, imprime ed addensa l'accaduto come memoria, invero la sua stessa sostanza; un movimento psicologico di misurazione del pensiero da cui si origina, da cui si riproduce e da cui proietta ciò che non è come opposto di sé stesso per reiterarsi: corrotto interiormente dal desiderare e dal rapporto di dualità tra sé e ciò che ambisce come misura del piacere, si separa anche da ciò che vede esteriormente, senza rendersi conto che colui che misura è la misura stessa, ovvero il visto, la reazione del visto ed il pensare stesso al visto.
Il passato non ha bordi valicabili che possano trascenderlo, perché il tempo c'è nella misura in cui esiste io come osservatore che si riconosce in esso avendone coscienza, nonostante quell’osservatore stesso, derivi proprio da quella mera manifestazione della memoria. L'immobilità, è il suo esatto confine: il movimento dell'io è infatti in quel suo costante culto, nella reiterazione del suo risalto che, nella contrastante azione di analizzare, qualificare, addensare e frammentare, si espande a dismisura nell’atto del riconoscersi e del misurare, creando così il rumore interiore. Come una goccia del mare non può sapere o dire che è il mare, dato che essa stessa ne è parte e gli appartiene, così io si manifesta solo nella divisione da ciò che accade: in quel tratto proteso di distanza nel quale lui viene in essere, attraverso il tempo, c’è la misura di ciò che è avvenuto. Del resto come può io essere scisso da ciò che succede? Egli stesso ne è parte ed essendone indivisibile, è possibile per lui essere cosciente di sé solo quando si separa dall’accadere dando forma, attraverso le sue misure, le sue congetture e sue teorie, all’accaduto ed al rapporto tra sé ed il vedere. Ecco perché il mondo, esiste solamente perché c’è io che lo manifesta. E nell’istante in cui se ne ha coscienza, come spazio, come tempo, come forma e come contenuto che si muove, esso è stato così come la mente umana è riuscita a decodificarlo: ma non può essere misurato, quando esso è, perché l’osservatore che lo vede, era in quell’istante quando accadeva.
Quel tavolo antico in soggiorno con le sue forme, le delicate e precise rotondità, la lucentezza dei colori e la bellezza della sua presenza nell'arricchire a modo, l'arredo ricercato.
Quelle schiere di villette in riva al lago lucente, con le peculiari terrazze perfettamente allineate stile mediterraneo, identiche nella sontuosità e ripetute precisamente da accurata mano, che suggellano la maestria del costruttore e l'attenzione riposta a non contaminare eccessivamente il paesaggio naturale con l'alterità umana.
Il vulcano con la sua straordinaria maestosità, l’immenso silenzio austero di devozione addotto dai tanti misteri e la dignità rigogliosa delle sue vaste boscaglie che lo decorano accuratamente, attutendo in parte quella stravagante, altezzosa ed arrogante indifferenza all'umanità.
Quell'albero secolare nel giardino della villa abbandonata, dal tronco vasto, attempato ma logorato, con alcuni rami divelti dai violenti temporali e diversi altri mozzati dalla brutalità dell'uomo, si erige fiero verso l'alto con quelle ultime mani rimaste, protese quasi a sfiorare finalmente il cielo tanto àmbito.
Porsi in relazione con un altro e reagire psicologicamente al visto ed al sentito piacevolmente o spiacevolmente, interpretando, anticipando, qualificando e valutando lo svolgersi del rapporto, per averne il controllo e la sicurezza di gestirlo adeguatamente.
Osservare sé stessi nel ricordo di una foto o di un evento e provare un'emozione indotta dal ristoro del passato che l’adduce.
Ritornare così su quegli accadimenti vicini o lontanissimi, fissarne un'istantanea o un atto peculiare, rielaborarne l'effetto e la causa modificandone i tratti, le sagome e le espressioni, guardando l’illusoria realtà che sembra accadere nell’adesso con il visto dell'accaduto, ma circumnavigare alla fine sempre e solo in quei labirinti reiteranti di sé stessi, alla deriva di quel conosciuto da cui si è stati in effetti proprio partoriti.
Appagarsi nel riconoscersi umili, buoni o retti, sprofondando senza accorgersene, nella vanità del compiacimento del o del non, essere.
Indicare un gesto o un'azione riconosciuta con la parola, con l'immagine proferita oppure proiettata solo interiormente che sia, ma che oblitera il gesto stesso occupando tutto lo spazio del momento con il pensare.
Ascoltare la voce incessante di sé stessi che suggerisce, che giudica, che descrive l'operato e che ne induce la reazione opposta, contraria o che ne risalta la prosecuzione dandone ampiezza con il pedissequo soffermarsi costantemente su di essa.
Formare l'idea del silenzio, dell'armonia e della pace interiore, aggrapparsi ad essa, identificarsi e sperimentare quello stato indotto dall'immaginazione per accumularlo e trattenerlo, nel soddisfarsi poi orgogliosamente col pensare di averlo davvero raggiunto.
Vedere l'altro attraverso un motivo, per una causa o con una scelta e lasciarsi trascinare dalla sensazione che adduce la presenza, il nome o la forma.
Desiderare il piacere della sensazione, attraverso qualsiasi oggetto, sia esso una persona, un nome, un'idea, un'azione oppure una forma materiale o spirituale che ne apporti il possesso, il dominio e l'implicito controllo.
Il desiderio, in tutte le sue forme, non implica sempre una misura?
Che cos'è la misura?
Non è forse riconoscere il percepito con qualcosa che si sa già e reagire alla visione addotta dalla comparazione?
Sarebbe possibile per un essere umano non essere imprigionato più nella rete della costante misurazione e reazione psicologica?
Quando si misura, che strumento si utilizza?
Quello strumento, non deriva forse dal cognito?
Si può misurare il non cognito?
L'atto del misurare, scaturito dal noto che riconosce il finito, ovvero sé stesso, non è dunque una sua diretta espressione e reiterazione?
La misura, non implica quindi sempre il confronto?
Il paragone non adduce allora forse divisione e dualità, tra colui che si confronta e l'oggetto del confronto, separandosi da ciò che vede e quindi ponendosi in conflitto con esso?
Conflitto nel senso di costantemente verificare, lottare, temere di non conformarsi, frustrarsi nel non avere o nel non essere?
D'altronde divento avido solo se misuro me stesso con l'immagine che ho dell'avidità.
Così come divento inferiore solo se misuro me stesso con l'idea di superiorità che osservo nell'altro.
Quando osservo nell'altro l'agire egocentrico e lo indico, reagendo al riconoscimento resistendo, non sto vedendo forse nello specchio di me stesso, ovvero la mia reazione al visto che si muove dalla memoria, ciò che ho fissato già essere egocentrismo?
Così divento sfortunato solo se confronto ciò che sono o ciò che ho compiuto, con l'assunto che si muove in me e che assumendo l'immagine di fortuna, di ricchezza o del piacere sconfinato, si riconosce dal paragone e proietta l'opposto che è l'immagine del me in quel momento: invero un'ennesima misura.
Alla stessa maniera penso così di amare, misurando l'agire con l'idea di amore che è stata fissata nei recessi della mia memoria dalle molte influenze ricevute.
L'amore è misurabile?
Misurare una virtù non implica limitarla?
Confinarla?
Restringerla ad una sequenza di immagini che ne descrivono oggettivamente l'essenza?
Così scopro che posso misurare solamente ciò che è finito, limitato, parziale e posizionabile nella morte di un ricordo, esattamente come riporre un oggetto materiale in un cassetto.
L'amore è dunque finito?
L'amore è dunque parziale?
L'amore è forse confinabile nella necropoli dei ricordi?
L’amore è dunque un oggetto che si può utilizzare a proprio piacimento?
La capacità di amare, è davvero misurabile?
Anche desiderare di non misurare più, è però ancora misurare: proietto l'idea di essere libero da tutti i simboli del conosciuto e misuro la distanza tra il me come presume di essere adesso e ciò che invece dovrà ottenere per liberarsi dall'oppressione del costantemente misurare e limitare, per toccare così l'immensità illimitata dell'incommensurabile.
La libertà da qualcosa però, invero una reazione a quel qualcosa, non è forse essa stessa una forma di misura nello sforzo di controllare costantemente dove si è giunti?
Tra l'immagine di libertà, l'immagine del sé che è oppresso e l'oggetto dell'oppressione di cui disfarsi, non c'è un rapporto sempre e proprio di misura?
La libertà è misurabile?
Quando osservo la mia vita e la indico essere monotona, non sto confrontando i vari giorni tra loro, gli stessi gesti, le medesime routine, le incessanti abitudini e le costanti pulsioni?
Questo confronto non avviene attraverso le varie immagini che ho del me, del vivere, dei tanti ieri, delle azioni compiute, di ciò che volevo o dovevo fare, ovvero tramite lo strumento di misura che è il pensiero e che assume la forma illusoria di una entità che sta osservando sé stessa?
Chi è l'espressione della misura?
Se il pensiero è lo strumento per misurare, il pensatore non è forse egli stesso una sua misura?
Il pensatore c'è senza il pensare?
Che stato c'è se ogni misura viene a non essere più?
Se lo riconoscessi, sarebbe formare in me un'altra misura, non è vero?
Se non c'è divenire, se non c'è desiderio, se non c'è ripetizione, se non c'è movimento, psicologicamente, di confronto, di riconoscimento, di definizione e di reazione, cosa accade?
Può essere detto, definito, immaginato, plasmato, modellato o presunto questo stato? Se sì, c'è allora un'ennesima misurazione. La misura psicologica c'è solamente se c'è frammentazione, scissione, divisione in parti e non integrità: la parte è misurabile, corrompibile e confinabile, ma l'intero non lo è. I desideri contrastanti sono misurabili tra loro ed allo stesso tempo sono misure della sensazione di colui che la prova, ma che non sono differenti e separati dalla sensazione stessa e rappresentano le varie parti in conflitto dell'essere umano che ieri volevano quello, oggi vogliono questo, domani vorranno altro.
Se c'è pura ed assorta attenzione nel movimento del desiderare, senza sforzi, senza motivi, senza cause, senza effetti e senza scelte, c'è divisione?
In tale stato di silenzio interiore, c’è ancora il desiderio?
L'intensità di quella attenzione senza ulteriore movimento, non assorbe l'intero movimento del conflitto interiore?
Il desiderio, la sensazione, il confronto, la volizione, non sono il moto espressivo del misurare per essere qualcosa?
Invece di chiedermi come non misurare, come farlo o come riuscirci, il che implica un'entità che si disciplina nella coercizione del farlo e dunque ancora una dualità, posso vedere e rendermi conto del fatto che l'atto del misurare è il mio labirinto ed una implicita e conseguente stagnazione del passato che si ripete nel e come me?
Intrappolati nella misura, nell'imitare e nel ripetere, abbiamo perduto l’individualità, la sensibilità, la spontaneità e la semplicità dell’essere come siamo: ovvero indivisibili da ciò che accade. Quando osserviamo l'immensità del cielo di notte, la vasta distesa del mare, la profondità delle vallate, la bellezza intensa dell'innocenza del fiore di altura o del ruscello sgargiante di sorgente, oppure la bellezza incontaminata di una persona, tendiamo subito a misurare il visto con il termine, con la descrizione, con la parola, con la denominazione che adduce la reazione emotiva. Quella reazione emotiva è la forma della misura.
C'è un'emozione che non deriva dall'interpretazione del visto, ma dal visto stesso: essa viene prima di ogni riconoscimento, di ogni qualificazione, di ogni movimento del pensatore. Quell'emozione è l'espressione viva della sensibilità, che è bellezza eterna senza misura, intelligenza senza astuzia, amore puro, vero e sconfinato che riunisce, senza il limitare meccanico del pensiero che scinde e misura la realtà solamente per proiettarsi in essa.
Trascorsero diversi minuti di profondo silenzio: la notte stava scendendo veloce intanto sull'arenile ed una brezza lieve e tenue proveniente dal cielo oscurato gradualmente dal crepuscolo l'accompagnava delicatamente con una riverente quiete, adagiandola con accorto affetto sulle acque dolci del porto. Gli yacht dei ricchi si erigevano intanto solenni con le loro luci e le loro altezze, c'erano diverse feste in corso e poco più in là nel cantiere navale, la poderosa e maestosa nave militare adduceva uno strano contrasto: l'arte dell'uomo e le misure del bello e del perfetto erano in quei metalli plasmati dal pensiero che assumevano quelle imponenti e per certi versi stravaganti forme e misure. Il tutto si congiungeva straordinariamente al vespro della congrega del purgatorio cantato in lontananza, che si raccordava armoniosamente ad un ordine misterioso ed antichissimo, non precostituito però e non misurabile affatto in alcun modo dal pensatore: era lì, nelle forme, nel cielo, nella luna, nel monte, nelle stelle, nelle acque, nei suoni, nei canti, nelle ombre ed anche in quelle tante imbarcazioni, ma non era affatto toccabile e ponderabile da un’entità esterna a quella visione: c'era percezione pura, oltre ogni misura, senza più alcun percettore cosciente.