ECHI
Il caffè nero brucia la lingua. Lo faceva anche quel giorno, dopo quella parola. Bastava un sì, un no, un urlo. Invece rimase solo il sapore di cenere.
Giovanni posa la tazza. Il rumore rompe il silenzio. Si siede, si rialza, torna alla finestra sporca di polvere della città. La mansarda odora di chiuso. Le pareti si sgretolano piano. I libri ammassati sugli scaffali restano intonsi da tempo. Testimoni muti di un uomo che credeva nelle parole altrui. L'orologio sul muro è fermo alle tre e venti. La batteria è scarica da un giorno dimenticato.
Si guarda le mani con le vene in rilievo e le nocche gonfie. Mani capaci di stringere, che però hanno lasciato andare ogni cosa.
Laura, prima di tutto. Poi il lavoro. Poi l'amicizia, semplice abitudine di tacere insieme. Il frigorifero ronza, unica voce che riecheggia nella casa.
Vent'anni fa, nell'ufficio del direttore, la lettera di licenziamento sul bordo della scrivania pesava come un macigno. Giovanni aveva aperto la bocca. L'aria era entrata, ma le parole erano rimaste bloccate in gola come un osso di pollo. Ingiusto, vigliacco, bugiardo. Sarebbero bastate queste tre parole. Tre parole soltanto. Invece aveva annuito, aveva preso la busta e aveva perso tutto, chiudendo addirittura la porta con troppa delicatezza. Ancora adesso rigurgita una bile sottile, una vergogna ferrosa.
Laura era stata una ferita più lunga e lenta. La pelle calda, il profumo di lei che chiedeva Dimmi qualcosa, Giovanni, dimmi che ci sei, con un misto di desiderio e pietà. E lui, un corpo presente che premeva contro quello di lei, ma assente dentro, fissava il muro sopra la sua testa. Pensava a parole bellissime e soffocate Ti voglio. Ho paura. Non so come si fa. Parole sbattevano nel petto come uccelli in trappola. Lei aveva smesso di chiedere, poi di aspettare. Infine era sparita. Lui aveva chiuso la porta, di nuovo, con troppa delicatezza.
Non ha mai urlato. È questo il problema.
Scende le scale per prendere il giornale. Non lo leggerà. Il barista del piano strada lo vede passare.
“Giornata storta, eh?”
“Ormai sono tutte storte.” Un sibilo.
“Eh, capita. Altro caffè?”
“No. Basta.”
Torna su. Il giornale resta sul bancone. Manco se n'è accorto.
Quella mattina trova il quaderno.
È nel cassetto in fondo, sotto le vecchie bollette del gas e una foto di sua madre che non riesce a buttare via. Copertina nera sgualcita, angoli consumati. Un vecchio ricordo, un regalo forse. Qualcuno credeva in lui. Le pagine sono quasi tutte bianche. Le prime tre mancano, strappate per un motivo dimenticato.
Lo posa sul tavolo, lo fissa. Le pagine bianche ricambiano lo sguardo. C'è un che di osceno in tutta quella disponibilità.
La notte porta l'insonnia. L'insonnia gli cammina addosso come fa da anni, ma questa volta è diversa, ha denti. Gli rode qualcosa sotto lo sterno, una pressione sorda che sale. Si siede sul bordo del letto nel buio. Respira per non piangere, senza un motivo chiaro.
Riaffiora un pomeriggio d'estate. Aveva dodici anni. Suo padre sedeva in cucina con le mani vuote sul tavolo. Voleva parlare. Giovanni non ricorda cosa era accaduto. Suo padre aveva alzato gli occhi, e Giovanni aveva chiuso la bocca. Suo padre morì tre anni dopo, senza che si fossero mai detti niente di vero. I funerali erano stati silenziosi anche quelli. Gente che parlava piano, come se il silenzio fosse un rispetto e non una resa. Alle quattro del mattino si alza. Va al tavolo, afferra la penna. La posa. La riprende.
Non è scrittura, quello che fa. È un'estrazione. Un dente strappato con le dita, senza anestesia, nel buio.
I primi segni sono macchie, non parole. Segni che la mano fa da sola mentre la testa non decide ancora. Poi viene una frase, storta, senza forma: non ho detto niente e adesso è tardi per tutto. Poi un'altra: Laura, ti ho lasciata andare perché avevo paura di tenerti e non sapevo come si diceva. La grafia è convulsa, inclinata, le lettere si schiacciano le une contro le altre come persone in fuga.
Il sudore bagna la fronte, le mani, il collo. Se ne accorge solo ora.
Scrive di suo padre, dell’episodio in cucina, di quelle mani vuote. Scrive del direttore, della lettera e della porta accostata con troppa delicatezza. Quella frase torna. Quella porta. Quella maledetta delicatezza, la sua forma esatta di codardia. Scrive di una sera al mare di vent'anni prima. Aveva tutto per essere felice. Scelse di tacere anche lì. Aveva guardato l'orizzonte invece di voltarsi verso chi aspettava una sua parola.
Le pagine si riempiono di un testo brutto. Non è letteratura, è un referto. Un'autopsia.
Il frigorifero ronza. L'orologio è fermo. Lui scrive.
Arriva l'alba. Ha le dita macchiate e gli occhi che bruciano. Il quaderno è aperto sull'ultima pagina. La guarda senza leggere. Sa già cosa c'è scritto. C'è scritto lui, intero. Il peggio e il vero, senza maschere di compostezza. Senza la gentilezza inutile usata una vita intera per evitare di esistere.
Rilegge qualche riga qua e là. Non è bello, ma è vero. Non è la stessa cosa, ma adesso capisce che per lui quella è l'unica cosa che conta.
C’è una riga che dice: Il silenzio non è mai stato pace. Era solo paura con la faccia lavata.
Non ricorda di averla scritta, ma la calligrafia è la sua. La sua penna, la sua vita.
Chiude il quaderno. Il silenzio torna come sempre, eppure adesso è diverso. Non è più il vuoto che premeva sui timpani, quel niente urlato senza parole. È qualcosa di pieno, pesante in modo buono. Come quando si posa un carico e le braccia cadono lungo i fianchi. Si sente il proprio corpo esistere, finalmente.
Non è guarito. Non funziona così. Ha ancora la schiena curva, gli occhi spenti, le mani che non hanno mai stretto abbastanza. Il direttore è ancora vivo da qualche parte e non lo saprà mai. Laura è altrove, con una vita che va avanti senza di lui. Suo padre è morto in silenzio e quel silenzio non si riempirà più.
Ora però sul tavolo c'è il quaderno. Le parole dentro hanno un corpo e una forma. Non urlano più solo nella testa. Sono lì, incise, reali. Testimoni di sé stesse.
Giovanni guarda dalla finestra sporca. La luce del mattino filtra a fatica e disegna polvere nell'aria. La città si sveglia in lontananza.
Mette su il caffè. Nero, bollente. Stavolta non brucia.
Fine