Quando Nunzio dischiude il portoncino della palazzina dove vive viene subito avvolto dall’aroma famigliare e rassicurante, una miscela di antico legno e vetusto marmo uguale da sempre, la medesima fragranza di una chiesa, e quando si richiude alle spalle il mondo ecco della chiesa la pace rasserenante e il silenzio dell’ombra.
Risale con l’ansimo le scale, la destra che scivola sul corrimano, apprezza la levigatezza tenera delle cose che hanno durata, il loro farsi organiche e la loro impassibile mitezza. Ma neanche allora gli oggetti smettono di inquietarlo e imbarazzarlo. Sono un enigma, la loro assenza di significato è per lui una ferita. Che ci stanno a fare? Le parole per chiamarli e descriverli sono morbide, le cose sono dure e nude, straniere.
Giunto al secondo piano si ferma, sale sullo zerbino ed esegue una laboriosa e attenta operazione di pulizia dei mocassini. Non fa in tempo ad introdurre la chiave nella toppa che l’uscio si spalanca e compare il viso serio ma dolce della moglie Mariuccia, l’espressione mite e paziente, i capelli lisci, tinti di nero, tagliati sopra le spalle. Abbassa gli occhi per modestia e lascia che il marito la baci sulla guancia mentre lo saluta con un buonasera caro e gli porge le pattine d’ordinanza. A casa dove ogni uomo è re, Nunzio si flette producendo una lagna sullo stato delle sue ossa, si scalza e dispone le scarpe perfettamente allineate con le altre, in un angolo del corridoio celato da un pretenzioso tendaggio, dono di nozze di certi parenti della moglie morti da tempo. Nell’appartamento aleggia un odore di umido e muffa misto a quello di purè stantio, ma questo Nunzio non lo sente, c’è abituato, fa parte di lui.
La prima ad arrivare è Margherita, la +’ grande, ha la pelle olivigna, lunghi capelli neri lucidi e folti, grandi occhi verdi, il seno enorme, il culo pesante, il tutto sostenuto da corte gambe massicce.
“Buonasera papà.” Margherita scompiglia i pochi capelli naturali di Nunzio, quelli sopra il collo, e gli tira il naso, lo copre di bacini e di pizzicottini. Pronuncia una sequenza di frasi sdolcinate e prive di senso. Trentadue anni e una laurea in biologia non gli impediscono di scambiare le stesse coccole con papà di quando era bambina.
Arriva la seconda figlia, tre anni in meno, Lucia Annunziata, bionda, carnagione chiara deliziosamente cosparsa di una miriade di delicate efelidi, una boccuccia rosa e gli occhi verdi intagliati di fino, come il naso, cesellato. Una madonna. Andando sotto gigantesche tette molli e natiche da rinoceronte. Laurea in lettere antiche, supplente di greco e latino in un ginnasio distante tre ore di treno. Tre ad andare, tre a tornare.
Lucia è la gioia di papà, dal primo momento che l’ha vista, nel reparto maternità, Nunzio ha compreso quanto può essere perfetto il rosa.
Ma perché non l’ha poi chiamata Rosa come si era ripromesso?
Quante moine si scambiano i tre, paroline dolci a fiumi e cascate di carezze. Le figlie aiutano il padre a togliersi la giacca, gli sbottonano il colletto della camicia e gli allentano la cravatta. Cinguettano mentre trascinano Nunzio in salotto, stanza dove l’uomo è sovrano. La poltrona un po’ sfonda in pelle marrone è il trono, il pouf giallo con le fattezze del canarino Tittì, che gli viene aggiustato con amore sotto le gambe, vale almeno quanto la schiena di un fiero attendente. Le babbucce che con delicatezza gli sono aggiustate intorno ai piedi gonfi al posto delle odiate pattine, segno della sottomissione alla moglie, confezionate a mano dalle figlie, una per ognuna, sono una squisita onorificenza, e il telecomando, che Nunzio da subito, goloso come un bambino, afferra dal basso tavolino ove era deposto sopra un esempio di piccolo uncinetto oblungo, è il giusto scettro per un siffatto re.
Nunzio non fa in tempo ad esercitare la sua giusta autorità nell’etere multimediale che la devota Mariuccia sopraggiunge con il crodino disposto stretto sul vassoio tra le ciotoline per le olive e i salatini. Brevi sequenze pubblicitarie si susseguono a concorsi di cani e telequiz, il pollice rallenta sull’immagine di una bionda che si scoscia rammaricandosi per il buco nell’ozono, scivola sul goal, pollice verso per mtv, torna come per caso sulla bionda, pubblicità televendite cartomanti, l’irrequietezza si scioglie sulle notizie locali: pollice alto. Le figlie accomodati i loro notevoli culi sui braccioli della poltrona, con un braccio a testa sopra le spalle del genitore gli fanno corona, con le braccia restanti gareggiano ad ingozzarlo.
A Nunzio dopo un po’ viene l’affanno, vorrebbe protestare ma è come sopraffatto. Sente caldo, è a disagio, e quando il seno molle di Lucia Annunziata, dalla sommità del capo dove si trova, trasborda e gli slavina sopra la faccia coprendogliene metà, e quello che teme essere il capezzolo gli finisce in bocca, e lo è, grosso e calloso, sempre visibile sotto la biancheria e i vestiti, non ne può +’, non respira, senza contare l’imbarazzo, diviene paonazzo ed è sul punto di dare corpo ad uno dei suoi rari sfoghi casalinghi, ma le figlie intuendolo all’unisono si alzano, si siedono sul divano di fianco, cambiano tono e registro.
Ancora una volta Lucia “A che punto siete con il caso della Salma Errabonda?”.
Nunzio assume un atteggiamento davvero regale, soppesa la domanda, con la bocca ancora ripiena di una mistura di salatini triturati e olive risponde con tono grave ”Ormai abbiamo raccolto una grande quantità di indizi. Tutto quello che c’era da sapere lo sappiamo, ma quando mettiamo i pezzi in relazione fra loro anche le migliori teorie partorite dalle menti +' geniali rovinano a terra”.
L’espressione delle ragazze è addirittura comica, respirano al ritmo delle parole del padre, immobili, gli occhi sgranati. Eppure il discorsetto appena udito lo conoscono già, anzi si può dire che con il tempo questo sia divenuto, nelle sue mille variazioni, un dovuto preambolo ad ogni ciancia sul lavoro investigativo di Nunzio, una formula, un rito.
Un rito famigliare è questa riunione che precede la cena, che si risolve in una montagna di coccole e di frottole. E’ sempre stato così, le due bambine e il maschio, il +’ piccolo, interrompevano ogni faccenda, i compiti e i giochi, per correre da papà di ritorno a casa.
Nunzio indossava per loro i panni di Watson, di Yanez, l’amico della Tigre, del maggiordomo di Zorro e di Batman. E quando i figli gli domandavano ma tu quando ci sei stato in Malesia e perché hai deciso di smettere di sapere nuotare? Lui senza vergogna o dubbi spiegava e giustificava, rilanciava, mostrava come aveva abbattuto due tigri con un unico pugno e come le aveva finite a morsi salvando cosi una leggiadra fanciulla, Bea la mitica figlia del Papa, quella con una chiappa sola.
Dopo una simile infanzia le ragazze hanno imparato a credere a tutto quello che papà racconta conservando una costante meraviglia negli occhi, e a porre solo le domande giuste. Naturalmente le possibili situazioni narrative, prima così frizzanti e fantastiche, si sono andate sfoltendo con il crescere dell’età della prole. Ci vuole davvero troppo coraggio per raccontare a una bambina di prima media di essere giunto in ritardo a cena per avere dovuto tirare fuori per la canna un pescatore dalla bocca di un pescecane preso all’amo. Narrare che per liberare il malcapitato dall’incastro è stato necessario chiamare due amici suoi, un dentista e un giovane manovale armato di martello pneumatico. Questo coraggio Nunzio lo ha avuto, ma con il passare del tempo ha preferito il verosimile, in particolare le avventure investigative, la soluzione sempre trovata grazie alle sue superiori doti mentali.
“Secondo i migliori investigatori a disposizione della polizia ci sono tre possibili assassini”.
“Tre, non uno, e s’accapigliano come scimmie per dimostrare ciascuno che il proprio indiziato è quello giusto, il vero assassino”.
“Il Ministro, si capisce, data la situazione è in dubbio, non sa a chi credere”.
“Il primo, un tale Pecetti, è un disgraziato che vive di espedienti e piccoli crimini. Un bacherozzo che striscia negli angoli fra i rifiuti e lo sporco”.
“Convive fuori dal matrimonio con una poveretta che picchia. Due drogati”.
“Ma il movente? Non ha il movente!”.
“Il secondo indiziato si chiama Giovanni Pittori, poeta strampalato e nichilista. Fesso e brutto come la fame. Ex fidanzato della vittima. Ubriacone, drogato, sfaccendato. Geloso”.
“Il sospetto ideale. Peccato sia accertato oltre ogni dubbio che i due non si vedevano da anni”.
“La terza è la cosiddetta pista dell’albanese fantomatico. Uno con una grossa bmw grigia e la barba nera. Una coppia di anziani lo avrebbe visto venire a prendere la vittima la sera. Almeno un paio di volte la settimana precedente all’omicidio. C’è chi crede che la vittima fosse, diciamo, allegra”.
“ Nessuno però sospetta che l’assassino non è nessuno dei tre. E’ tutta un’ altra persona”.
Oooh fanno le ragazze. Il loro viso manifesta un interesse che ha tutta l’aria di essere sincero, non un’ombra di noia o di tensione, sembrano davvero convinte di essere nel luogo +’ opportuno, di non avere un posto migliore dove andare. Entrambe non conoscono un gran che il mondo, certo qualche giro lo hanno fatto, si sono laureate per esempio, ma il loro centro, il loro ombelico, è sempre stato in questa stanza, in questo momento.
Non hanno molta dimestichezza neanche con i dintorni, con il quartiere, nonostante vi abitino da quando erano bambine, sono sempre state casa scuola e chiesa, sempre intorno alle gonne nere e lunghe della madre e sotto il suo occhio benevolo, vicario di quello del padre.
Non avete sentito l’odore di umido entrando? Non lo percepite aleggiare intorno alla figura di Nunzio? Odore stantio, di muffa, di chiuso.
No, non c’è niente che non vada nella casa, nell’appartamento, sono le persiane sempre accostate, le tende pesanti che non lasciano filtrare né luce né calore. Né sguardi indiscreti. Nunzio è geloso, sempre stato, da giovane era ardente e impetuoso, immaginava amanti nascosti nei cassetti. E quando l’ansia per la virtù della moglie aveva preso a scemare erano già fiorite a mazzi le preoccupazioni che gli procurava la virtù delle figlie. Diciamo che le prime fitte le aveva provate al primo cenno di seno in Margherita, precoce oltre che procace, come la mamma, poi esploso in una settima maggiorata. Figuriamoci, Nunzio non si è mai abituato che le figlie avessero un seno loro, ma un ammasso così vistoso non se la sarebbe immaginato neppure nella corrente di un incubo. Attira gli uomini, nessuno escluso, una calamita per gli sguardi e pretesto per laide fantasie e lazzi osceni. Quante volte ha sentito quelle frasi formare un mormorio solido e spesso che prendeva fuoco nella sua mente. Non che abbia molto significato ma Nunzio è calabrese vecchio stampo, ha un’idea precisa su tutto, in particolare sulle donne e sulla lunghezza delle loro gonne. Così sono passati gli anni, consumati combattendo contro tutti quegli sguardi, l’integrità sessuale delle donne di famiglia è stata probabilmente preservata ma ora su tutti loro aleggia un persistente odore di muffa.
“Voi ragazze scommetto che non lo immaginate neppure. Io solo conosco il nome del vero assassino”.
“Oooh”.
“E sono giunto all’inevitabile conclusione solo grazie all’impiego del mio intelletto”.
Nunzio si porta l’indice alla tempia. “Solo con questo.” diteggia.
La signora Mariuccia entra quasi elegante nel suo grembiule ornato di pizzi. Si ferma sulla soglia per non disturbare, o forse per mostrare l’intento di non disturbare, la volontà di servire. Quando Nunzio ha concluso la tirata lei dolce si inserisce per annunciare che la cena è quasi pronta e per scusarsi del ritardo.
Nunzio è pignolo, pretende che i pasti gli vengano serviti ad orari precisi come in caserma, guarda l’orologio e mostra disappunto, ma con la moglie non protesta. Non è lei il problema. Infatti quando un sonoro girare di chiavi, hanno l’abitudine a chiudersi dentro a piene mandate, comunica il ritorno tardivo del figlio minore, Vittorio Amedeo, lei non ha nessun pudore a contraddirsi, ad annunciare che la cena è pronta, forse già scotta, di fare presto, che in meno di un secondo sarà in tavola.
Nunzio erutta un sospiro, si alza, percorre il breve corridoio seguito dalle figlie che gli sciamano intorno sempre toccandolo. In cucina sorprende il figlio attingere i bocconi direttamente dalla pentola con il beneplacito della madre che ne approfitta per accarezzargli la testa ornata da una folta e morbida chioma. Quando Nunzio varca la soglia la moglie allontana la mano, abbozza l’ombra di un rimprovero al figlio ma alla fine si limita ad un vai a sederti piccolo mio, subito ascoltata dall’unico maschio, che con lei, solo con lei, è sempre dolce e arrendevole.
Nunzio li squadra con severità. Ha appena assistito ad un evidente atto di insubordinazione. Se non dice nulla è solo per carità cristiana e per amore della tranquillità e della pace, due qualità assai care al buon Gesù come al severo Padre Legislatore. Nunzio, a cui da quel gran generale che è le battaglie perse non piacciono, capisce dove tira il vento, qualcosa di ben più grosso bolle in pentola, è appena iniziato un vero e proprio spodestamento. La moglie sostiene la fazione avversa, il cui campione è il figlio medesimo, fino al punto di mettere in questione l’autorità di Nunzio. Ma la pace in famiglia è sacra e d’altronde attribuisce a sé la colpa, è stato lui a concedere troppe libertà. Ora lei continua a ripetere sì certo, ad abbassare gli occhi quando lui parla, come no, ci mancherebbe, ma poi fa come vuole, con grande dispetto di Nunzio che preferisce tacere, sempre per non vedere messa neppure in discussione la sua sacra funzione di reggitore e protettore della famiglia.
E pensare che c’è stato un tempo nel quale la signora Mariuccia era una cosa sola con la volontà di Nunzio. Ciò che andava bene a lui era perfetto per lei. Per esempio non andava a fare acquisti da sola, ma in realtà neppure usciva senza il marito o la corona dei figli, e prima, in Calabria, senza i genitori. Non rivolgeva la parola ai venditori, a questo pensava il marito, non le era permesso neanche toccare la merce se non espressamente concesso da Nunzio. Maleducata. Non devi toccare. E’ una cosa delicata potresti rovinarla. Chiedi scusa. Rimproverata proprio come una bambina. Come un eliotropio, la corolla sempre rivolta al viso pieno del marito ad anticiparne i desideri.
Si dispongono intorno al desco, i due maschi a capo tavola, il culo del re sostenuto da un triplice strato di cuscini a cura della maestà e delle emorroidi sue. Ai fianchi le figlie, la signora Mariuccia sempre in piedi, in movimento, mangia dopo, quasi sempre sola, qualche rara volta in compagnia del figlio, sghemba sulla sedia, con il piatto in mano.
Nunzio intona una preghiera, gli occhi chiusi, il viso ruotato verso il culmine degli spazi, le mani giunte, le labbra che scandiscono le sillabe con un ritmo serrato ed un piglio da marcia, i figli muti, il capo reclinato, la Mariuccia in piedi, immobile con i piatti fumanti in mano. All’amen la vita ricomincia a fluire. Margherita lega intorno al collo del padre un gadget a forma di enorme bavaglino spugnoso con la scritta non baciatemi, sono contagioso, Lucia intanto gli fa il solletico.
“Care figliole come vi stavo giusto dicendo la polizia è nelle peste. Seguono tutti le piste sbagliate. Anche i migliori investigatori a livello nazionale non sanno che pesci pigliare. Ma per somma sfortuna dell’assassino ci sono io”.
“Anzi, degli assassini!”.
“Sì, avete udito bene. Al plurale”.
“Badate, può sembrare una teoria fantasiosa, forse anche complicata, ma quando già si sono escluse le soluzioni semplici non resta che l’estro e la molteplicità”.
“Bum”. Dice Vittorio Amedeo con la faccia che ride dentro la minestra.
Nunzio lo squadra in tralice e riprende con una smorfia amara “Vi ricorderete certo dei due ragazzini che hanno rinvenuto per primi il cadavere. Il padre del maschietto, ora non ricordo il nome... Avete presente? E’ bidello nell’istituto scolastico adiacente all’abitazione della vittima”.
“Un tipo strano. Ambiguo. Forse invertito. La moglie lo ha piantato quasi subito per rivolgersi a ben altre braccia”.
“Che sia pure pedofilo? Non si sa“.
“Ma di sicuro è pedofilo il padre della fidanzatina. Un pasticcere con precedenti specifici, anche nell’ambiente famigliare”.
“Forse cominciate a capire anche voi”.
“Sì, figurati.” commenta Vittorio Amedeo mentre si tira sulle ginocchia il gattino di casa.
“Forse dissenti?”.
Una scrollata di spalle del figlio, una noncuranza che irrita oltremodo Nunzio che esplode “Mille volte ti ho già detto che non devi giocare con il gatto quando sei a tavola. Sono animali sporchi e infidi”.
“Senza contare che sono cosa da donne”. L’ultima frase Nunzio la sottolinea anche, ma subito se ne pente e aggiunge “Non sei +’ un bambino”.
Vittorio Amedeo lascia scivolare il gattino che inizia un miagolio fine.
“Ci credereste?” riattacca Nunzio rivolto alle figlie “I due uomini una dozzina di anni fa vivevano vicini”.
“Quali uomini?”
“I genitori della coppia di adolescenti che hanno rinvenuto il cadavere, stupido”.
“E allora?” dice spavaldo Vittorio Amedeo intanto che si curva ad accarezzare il dorso del gatto “ Anche io e Silvestro viviamo nello stesso appartamento. Siamo dei mici che abitano vicini”.
”Dei micini di casa”.
“Piantala subito. Io sono un funzionario dello stato ricordalo”.
Nunzio senza riuscirci cerca di trafiggere con lo sguardo il figlio che sogghigna sfrontato. Si schiarisce la gola e riprende “ Ecco risolto il mistero. Immaginiamoci per un momento che i due uomini siano d’accordo. Badate che non è neppure necessario, non è una condizione. E’ solo una delle circostanze possibili”.
“Ma cosa stai concionando!?” lo canzona il figlio con tono quasi affettuoso.
“Papà, tutto sto’ casino, sto’ tormentone infinito, per scoprire alla fine che il colpevole è il maggiordomo. Uno che lavora a Parigi magari, presso certi marchesi, uno a cui lei non ha voluto dargliela, il cugino di un amico che ha incontrato una sola volta e a cui invece l’ha data. Pensa un po’”.
“Smettila subito. Non ti permetto di esprimerti in codesto modo davanti alle tue sorelle e a tua madre”.
“Sono persone adulte come te e me”.
“E poi cosa significa questa storia di Parigi? Tu che ne sai?”.
“Alla fine +’ di te. Potrebbe essere chiunque, non sappiamo chi, ma questo non costituisce un mistero, perché un mistero è qualcosa che non può essere rivelato per definizione, mentre voi forse troverete il vostro maggiordomo”.
“Di cosa blateri, di quale maggiordomo? A volte mi fai paura”.
“Hai presente i libri gialli? O quei thriller davanti ai quali ti addormenti ogni sera? Tanta fatica per arrivare alla soluzione +’ ovvia. Dì hai presente le noiose cacce al tesoro che organizzavi quando ero piccolo?”.
“Quelle ti divertivano, me lo ricordo benissimo”.
“Sì, lascia stare, sai lo spasso”.
“Cosa hai da dire contro le cacce al tesoro che tuo padre ti organizzava?!”.
“A parte il fatto che avevano degli elementi paramilitari quantomeno sinistri, fingevo solo di divertirmi. E guarda che per un figlio e penoso assecondare il proprio padre dovendo pure fingere”.
“Ti divertivi. Ne sono sicuro”.
“Forse la prima volta. Ma ti rendi conto lo sconforto, alla fine della caccia, dopo che avevo inteso ogni traccia, superato tutti gli ostacoli, proprio come volevi tu, per interi week end, sudato e impolverato, sfinito, schiudevo il coperchio del forziere e in fondo, quasi invisibile, trovavo il mio premio, un paio di francobolli, un inestimabile tesoro, da non toccare e mettere da parte per quando sarei andato all’università. Sai che palle. E anche come investimento si è visto. Mai una volta che ci fosse stato qualcosa di veramente interessante, qualcosa che contasse per me. Ho sempre avuto delusioni”.
“Ma se hai una splendida collezione”.
“Vai a cagare; proprio non capisci”.
Un boccone quasi strozza Nunzio, le ragazze tempestano di piccoli calci il fratello per consigliarli prudenza, la Signora Mariuccia dice qualcosa sul tempo, porge al marito un bicchiere d’acqua e intanto ammicca al figlio.
“Il punto è che non puoi promettere mistero ed eccitazione, convincere gli altri a seguirti, farli sudare e poi presentare come premio finale una sicura fetecchia. E’ noioso, insulso, la fatica da sola non diverte. E poi che i misteri rimangono misteri”.
“Bravo. Deve essere certo per questo che sei fuori corso a Sociologia”.
Il viso di Vittorio Amedeo si ingrigisce, l’espressione si pietrifica. Non si aspettava un colpo così basso, a tavola per giunta.
“ Ricordati che sei il peggiore dei miei figli. Sei scadente, non meriti di sederti alla stessa mensa di questi gioielli delle tue sorelle”.
Gli occhi di Vittorio Amedeo si mutano in fessure, ha un sorriso freddo e sottile, un tono calmo quando pronuncia “Ma che bella parrucca. Questa sì che è una cosa da maschi adulti. Ma perché non ti sei tenuta quella tipo Big Jim? Mi piaceva di +’, con questa sembri un paggetto. Ti da un aria gaia”.
Nunzio quasi soffoca, paonazzo, le vene pulsanti, gli occhi furenti. Le figlie premurose gli si fanno intorno ma lui le scaccia sdegnato. Sputa nel piatto un boccone semi masticato, solleva lo sguardo amaro, le estremità delle labbra volte all’ingiù in un’espressione di profonda delusione. Sembra sul punto di esplodere, invece dice solo bastardo, si strappa il bavaglio ed esce dalla stanza a grandi passi.
Sono trascorse ore dalla discussione con il figlio, ore ottuse di televisione, eppure Nunzio ancora gusta l’amaro e si sente gonfio di una rabbia stupida che se lasciata uscire distruggerebbe questo mondo insensato e caotico. Degenere è il temine scelto da lui.
Dopo avere approntata la sveglia ed avere augurato con un grugnito la buona notte alla moglie, dopo avere spento la luce e consumato le parole di una breve preghiera rivolta all’angelo custode si concede al suo sonnifero preferito.
Tutto ha inizio quando il Presidente del Consiglio irrompe nella stanza da letto, scusandosi tanto per l’ora, ma è in corso un’emergenza nazionale, non aveva scelta, i computer hanno indicato in Nunzio l’unica persona in grado di fronteggiare la crisi. Lui un po’ fa che nicchia, che non ne ha voglia, non è giusto ricordarsi del vecchio Nunzio solo quando non si può fare a meno del suo aiuto, ma poi il suo spirito patriottico e il suo altissimo senso del dovere hanno il sopravvento e se ne esce con un gioioso obbedisco.
Risolti brillantemente i problemi principali del paese, delinquenza deriva morale disavanzo economico, dopo una sonora strigliata ai generali che si evidenziano come giovani e incapaci, Nunzio pronuncia un magnifico discorso davanti alle Camere riunite per l’occasione, illustra il suo limpido pensiero sul fondamento della democrazia e dell’ordine: la disciplina.
La giostra degli eventi continua con Nunzio che cavalca un’ondata terroristica ed escogita un metodo elegante che permette agli americani di invadere pacificamente la Cina. Tutto il mondo si complimenta e lo omaggia, il Papa pretende di andare ogni giorno a colazione da lui, ma a Nunzio manca il tempo, ha ormai assunto su di sé le principali cariche istituzionali nazionali e le relative responsabilità.
Un importante uomo politico, mettiamo il Presidente degli Stati Uniti d'America, promuove un referendum globale per affidargli la guida del pianeta che si risolve in un autentico plebiscito. La fantasia termina in un crescendo di riconoscimenti, festeggiamenti, trionfi, dove lui, ringiovanito grazie ad un segretissimo protocollo denominato Pillola della Gallina Calva, si lascia andare ad orge deliziose con una prestanza che nella realtà non ha mai avuto.
Nunzio non arriva in fondo alla fantasticheria, che già la conosce, si addormenta prima, con la fanfara nelle orecchie e i coriandoli a pioggia, ed ha ragione perché le storie, come le nuvole e il cielo, non hanno inizio né fine, importa solo dove si sale e dove si scende, se il viaggio è stato buono e baciato dal bel tempo.
FINALINO2. L'epilogo. testo di Frantizan