Sei nato nero
col becco lungo
stupefatto per qualcosa d’arcano,
i tuoi occhi
sono un libro aperto
nel sole scialbo d’inverno
persi nella coscienza
sovvertita.
Strappi l’umida corteccia
squaderni lo spazio
teso alla finestra,
sonnecchi all’ordine
che valica l’umano.
Mi scruti
balzi qua e là
mangi ben lieto
dalla mia mano;
l’identità è la piuma
dentro cui ti rifugi.