Giulio scosse ironicamente il capo e piegò la bocca in un mezzo sorriso, mentre proseguiva solo sul sentiero ripido e lasciava indietro la sua allegra compagnia.
Ancora una volta riusciva a stupirsi nel constatare come quella combriccola di ragazzi simpatici che amavano camminare in montagna, riuscisse a scherzare e ridere sguaiatamente anche lassù, oltre quota mille metri, fino a provocare un’eco che rimbombava stonata tra gli austeri silenzi delle vette, turbando di fatto un ambiente che pareva lontano dalle rumorose abitudini umane e poco interessato a recepire le vane espressioni di vitalità di quella parte del creato.
Egli amava tanto quei sentieri anche per questo, perché parevano strade verso un altro mondo, senza traffico e rumori urbani, senza la baraonda e il vociare inutile tipico della cosiddetta civiltà; li pensava come ponti ideali per un approccio diverso alla realtà naturale, itinerari di un’esperienza personale quasi trascendentale ma ovviamente, mai aveva parlato di queste sue idee insolite agli amici, per non fornire loro nuove occasioni di parodia e scherno ai suoi danni.
In fondo li amava molto e dopo qualche minuto si volse per controllare la loro posizione; non li scorgeva più ma su quelle strade impervie era normale perdersi di vista, bastava una salita improvvisa o una roccia ingombrante sul costone e la visuale si riduceva inevitabilmente anche a poche decine di metri di distanza.
Proseguì sereno, il riverbero delle loro voci annunciava che erano vicini, magari seduti su qualche sasso di sotto al sentiero per fare una breve pausa; erano tipi abbastanza esperti anche se non tutti esattamente potevano vantare una vocazione sportiva incrollabile.
Nel vuoto impressionante intorno a lui, il vento aveva preso a soffiare più energico e qualche nuvola ingombrante oscurava la rigenerante luce del sole.
Giulio si inerpicò agile su di un tratto di roccia irregolare: la sfida di superare un ostacolo impegnativo lo stimolava e divertiva allo stesso tempo; aveva acquisito una certa sicurezza sulle ferrate dolomitiche ma la partita con se stesso era sempre aperta.
Giunto su di un tratto di sentiero piano si fermò di nuovo e osservò il cielo che si era fatto cupo, grigio, sebbene l’aria non diffondesse l’umidità previa alla pioggia. Guardò giù e, con sorpresa, non poté che scorgere di là a pochi metri più in basso: una nuvola candida e fumosa avvolgeva il monte e pareva aver consumato tutta la parte inferiore della roccia, quasi che lui ora si trovasse su di una gigantesco ammasso di roccia fluttuante in aria senza radici sul pianeta.
La sua sorpresa fu ancora maggiore quando si rese conto della totale assenza di suoni in quel punto, anche il vento pareva evaporato all’improvviso.
Allora si concentrò maggiormente per verificare la posizione dei ragazzi rimasti indietro ma restò assolutamente deluso nel constatare la sua totale incapacità
di percepire alcun elemento utile al suo scopo; certo, ricordava di aver superato sul sentiero in salita un ansa che girava sulla parete di roccia ma non poteva figurarsi di essersi così allontanato dai suoi da perderne ogni riferimento spaziale in pochi minuti.
Un po’ intontito da quella strana situazione si mise a guardare attorno e alzando gli occhi sopra di sé scorse una sagoma nera appollaiata su di uno sperone di roccia in alto: vi riconobbe quasi subito il profilo del corvo imperiale, uccello piuttosto diffuso in quelle zone, ma fu turbato nell’osservare che l’animale pareva di dimensione sproporzionate da quella distanza.
Il silenzio persisteva misterioso in quei momenti e lui rimase là fisso, finanche bloccato nei suoi pensieri incerti.
Poi, l’atmosfera d’immobile attesa fu squarciata da un boato nel cielo grigio: lo strano corvo chiamò, emise un unico, lacerante e tempestoso verso che restò nell’aria a lungo come un eco ridondante per spegnersi poi a poco a poco negli abissi da cui proveniva e lasciare nell’aria una ferita nel vuoto, un segno invisibile ma profondo che pareva esigere una risposta.
Giulio aveva cominciato ad arrampicarsi verso l’alto; ancora il rimbombo della voce ferale gli occupava le orecchie che lui era scattato su quella via impervia, mosso da una curiosità che sentiva tragica e oscura ma a cui doveva prestare attenzione.
La salita era davvero difficile ma sapeva che avrebbe trovato qualcosa; il fiato si faceva corto per la fatica e la tensione di una situazione indecifrabile, in cui la realtà sembrava sgretolarsi come un mosaico di argilla sotto il sole di mezzogiorno e la sua mente si annebbiava in ragionamenti inutili e supposizioni fantasiose su quanto stava accadendo. Giunse ad un ripiano erboso che giudicò appena sotto alla roccia dove aveva visto l’uccello ma non poté averne riscontro perché si era già accorto, dopo qualche metro del suo percorso, che il corvo era scomparso da quel punto e, insieme, dalla sua visuale. Prese fiato un attimo, chinandosi con le mani sulle ginocchia e girando la testa vide alla sua destra un sentiero che proseguiva morbido fino alla cima tondeggiante di quella roccia su cui si trovava; lo imboccò deciso, sebbene mai si fosse accorto di questa zona nei suoi passaggi precedenti che pure erano numerosi: calcolò la distanza in una trentina di metri e, in breve, fu sulla sommità. Il luogo era davvero in alto, il terreno assai brullo e girando verso la discesa che immaginava oltre trovò una vecchia costruzione sassosa.
La casetta era pressoché intatta, piccola ma ben strutturata con due finestre regolari ai lati della porta centrale e avvicinandosi la identificò risalente alla prima guerra mondiale; infatti su quelle cime gelide si era combattuto a lungo prima della disfatta di Caporetto e sui percorsi impervi non era raro imbattersi in vecchi resti di depositi e strutture costruite dai soldati che avevano vissuto a lungo i rigori dell’inverno in quota, aggravando le difficoltà di un conflitto che risulterà poi un vero massacro di uomini abbandonati ad un destino infame e costretti a combattere in condizioni disperate.
Giulio avanzava piano, intimorito dalla sorpresa e attento a osservare quel luogo inatteso; quando era ormai giunto a pochi passi dalla casa una improvvisa scarica elettrica gli bloccò la spina dorsale: accanto all’apertura della porta, poggiato sul muro, c’era una figura umana rannicchiata a terra ma perfettamente riconoscibile nella sua divisa di soldato in panno grosso verde scuro. Giulio deglutì nervoso, fissando i suoi occhi sulle fosse nere che occupavano le orbite di un teschio perfettamente conservato, testa di un corpo consumato dalla morte lenta ma ben riconoscibile su quella soglia, guardiano allucinante di quei ruderi dimenticati.
Il giovane tremò nel riconoscere davanti a sé una vittima senza speranza, freddata inesorabilmente in quei tempi di sangue sulla neve.
E chissà quanta neve aveva ricoperto quel corpo in tutti questi anni e poi quanto sole era arrivato a bruciare ogni particella di antico combattente: tutti agenti di prosperità naturale a portarsi via poco a poco quella rigogliosa vita decaduta;
e chissà quanto sangue aveva bagnato quel terreno, dapprima fluido corposo in uscita dalle ferite mortali poi rappreso, linfa scura a nutrire una terra avida e feconda anche della morte, nella morte.
Nessuno prima di lui aveva potuto assistere a quella dipartita; in quel momento egli aveva chiuso il ciclo di una esistenza e fece per chinarsi lento sul vecchio cadavere avvizzito con il rispetto di chi vuole sapere di più ma sa di entrare con vesti profane in uno tempio sacro sconosciuto.
Non appena ebbe piegate le ginocchia fu travolto però da un fragore agghiacciante: dietro a lui era apparso un corvo enorme che dall’alto lo investiva con l’aria furiosa mossa dalle sue possenti ali e nello stesso tempo apriva il grosso becco scuro liberando il suo verso assordante come una valanga infernale su di lui;
egli ne fu talmente atterrito da prostrarsi al suolo coprendosi il capo e abbandonandosi ad un destino che sembrava inevitabilmente segnato.
Quando si riprese era sull’elicottero del soccorso alpino, legato ad una barella rigida e, apprese poi, ampiamente fasciato in testa.
Mentre calde parole di conforto arrivavano leggere alle sue orecchie, Giulio guardò la sua mano nascosta aprirsi e lasciare al vento una robusta penna nera, suggello di un incontro che non avrebbe raccontato né, un giorno, dimenticato.
La voce dello sciamano testo di effe