GATTO SELVATICO - TERZA PARTE

scritto da friede
Scritto 23 anni fa • Pubblicato 23 anni fa • Revisionato 23 anni fa
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Testo: GATTO SELVATICO - TERZA PARTE
di friede


Gatto decise di non seguire lo stesso percorso, la famosa vocina non lo indirizzava verso l’abitato e poi c’era ancora tanta parte del parco da scoprire.
Stava annusando un refolo di brezza che proveniva da lontano e che gli portava un miscuglio aromatico di sale e di pesce, quando udì vicino, molto vicino, uno strano cigolio come se qualcuno facesse girare tutto intorno una grande ruota metallica. Era arrivato senza accorgersi a pochi centimetri da una grande giostra colorata, di quelle che ruotano su un robusto perno metallico: i sedili a forma di barchette spaziali erano occupati da bambini di tutte le età che vociavano e strillavano, accompagnando il movimento del gioco con le note acute delle loro grida gioiose.
Uno dei piccoli, non appena lo scorse, approfittò di una breve pausa del movimento, per scendere rapido e allungare una mano per afferrarlo: Gatto fu più svelto e riuscì a nascondersi sotto un cestino ancorato ai piedi di un albero. Per sua fortuna gli amici chiamarono a gran voce il bambino che si lasciò convincere a riprendere il gioco interrotto.
Mentre Gatto si allontanava più veloce e silenzioso del solito, lo accompagnò per un buon tratto la filastrocca che quei bambini canticchiavano in un coro molto vivace e poco intonato.
Fu in quel preciso momento che un soffio caldo gli fece socchiudere gli occhi e gli pizzicò le narici. Un grosso cane che stava correndo nel prato ancora umido e che non ascoltava per nulla i richiami irritati del proprio padrone aveva deciso di conoscere, diciamo, più da vicino, quel piccolo felino che vagava nel suo territorio. Il cuore di Gatto batteva all’impazzata: le esperienze precedenti, tutte fatte negli incontri con i cani delle villette confinanti, non erano certo sempre state tranquille. Inarcò, soffiando, la groppa, gonfiò il pelo, soffiò e soffiò ancora ma quel gigante gli stava di fronte, sovrastandolo, mostrando i canini, ringhiando e abbaiando all’impazzata. Solo l’intervento rapido e deciso del padrone che trattenne il cane con forza e poi gli mise il guinzaglio evitò un attacco frontale.
Gatto fuggì col batticuore raddoppiato e gli ci volle un bel po’ per ritrovare il coraggio di proseguire allo scoperto la sua esplorazione. Quando ricominciò a perlustrare la zona era ormai pomeriggio inoltrato e il sole impallidiva diventando meno caldo e luminoso. Dai cespugli , dai ruscelletti e dalle fontane del parco si alzava un’umidità leggera che ricadeva poi ovunque, sul verde , sui fiori e sugli ultimi ritardatari che, come Gatto, non avevano ancora preso la strada di casa.
Perché non seguire la direzione del refolo che forse l’avrebbe condotto verso una cena insperata e un rifugio più caldo e asciutto? Fu così che strisciando veloce lungo i muri dei grandi palazzi e cercando di non tremare di paura ogni volta che le auto velocissime sembravano sfiorarlo, si affacciò ad una balaustra che era gettata sopra gli scogli che disegnavano un’ampia insenatura sul mare. Capì solo allora il motivo degli odori che il vento aveva trasportato fin nel parco: la città dove era nato era di mare.
Non provò meraviglia né gioia per questa nuova scoperta, l’acqua non era certo il suo elemento preferito, fosse dolce o salata. Ma i pesci, sì, quelli erano saporiti e già pregustava il piacere di farne una scorpacciata. Scese di corsa la lunga scalinata che portava direttamente sulla riva e cominciò a esplorare palmo a palmo tutte le porte dei piccoli negozi e dei numerosi chioschi che si affacciavano sul lungomare.
Di fronte all’ingresso di una delle pescherie notò alcuni gatti seduti in attesa di un pasto. Erano tutti adulti, molto magri e male in arnese. Se Gatto fosse stato più esperto avrebbe capito subito che si trattava di vagabondi senza un padrone ma anche senza una casa e sarebbe stato alla larga. Invece, si avvicinò saltellando, contento di non essere più solo e convinto che presto avrebbe messo sotto i denti qualche buon boccone.
Non avrebbe certo potuto immaginare che quando il pescivendolo si sarebbe affacciato per gettare i resti della giornata al gruppo, non solo non gli sarebbe toccata nemmeno la più piccola acciuga, ma avrebbe potuto sottrarsi a stento all’attacco furioso di quei felini famelici e aggressivi.
Sempre più stanco, spaventato e infreddolito trovò riparo nel groviglio di una lunga cima arrotolata sotto a una gru così alta che sopravanzava di molto anche i tetti dei cantieri allineati lungo il molo.

(continua)
GATTO SELVATICO - TERZA PARTE testo di friede
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