Ero stato da Rita quella sera e s'era fatto molto tardi. Ormai era notte inoltrata, quando decisi di tornarmene a casa. Non so perché scelsi, quella volta, di non risvegliarmi al mattino con lei, non lo ricordo. Certo non fu una lite o un motivo di disappunto.
Abitava un po' in periferia ed a quei tempi noi studenti che vivevamo fuori di casa, non avevamo molte possibilità di trasporto. L'auto personale era di là da venire. Di moto non se ne parlava nemmeno, te l'avrebbero rubata un istante dopo. C'erano due mezzi, standard, oltre ai piedi: la bicicletta ed i mezzi pubblici. Le biciclette erano il mezzo di locomozione più diffuso. Le comperavi, rubate, davanti alla mensa S. Francesco. 20.000 lire l'una quelle normali, 30.000 quelle col cambio di velocità. Tutti lo sapevano che erano bici rubate ma nessuno ci faceva caso. E poi, dato il basso costo, quando anche te ne rubavano una non ne facevi un dramma, se ne poteva acquistare subito un'altra. Così funzionava l'economia in quei tempi. Era una legge di mercato. Ma io quel giorno avevo la mia chitarra, per cui niente bicicletta. C'ero andato in autobus, a casa di Rita, ma a quell'ora la linea era deserta. Dovevo arrivare verso il centro a piedi, lì avrei trovato un mezzo per portarmi più vicino a casa mia, dall'altro lato di Padova.
Era una bella notte di primavera. La periferia aveva, nell'aria, sentori di campo, un po' di campagna. Respiravo calmo. Avevo fatto l'amore, di quell'amore che si può fare a 18 anni, di quell'amore che si può fare solo quando una storia incomincia. Rita mi piaceva molto. Aveva occhi verdi bellissimi e capelli scuri, ricci, lunghi, su una pelle chiara, e due labbra rosate, piene. Quando la conobbi ne ero rimasto subito incantato. Troppo bella per destare desiderio. Una sera le chiesi di uscire e quando lei rispose, semplicemente, -"Si"- prima di esultare mi domandai ancora cosa le avessi domandato. Non ero sicuro che la sua risposta volesse davvero dire che ci saremmo visti più tardi, fuori dalle lezioni.
Avevo la mia chitarra fra le mani, quella notte, mentre camminavo dalla periferia al centro.
Incontrai in una strada una coppia di netturbini, ragazzotti poco meno che trentenni, che armeggiavano con un cassonetto incastrato da due macchine. Li guardai un poco e poi, mi offrii di aiutarli.
Il cassonetto era incastrato fra un'auto ed il marciapiede. Appoggiai la mia chitarra e tentai con loro di spostarlo. Fatica inutile, non voleva saperne di muoversi. -"Solleviamo la macchina"- propose uno di loro. Potrebbe sembrare una proposta assurda ma a quell'ora, in quel posto, assunse l'obbligo della sfida. Eravamo tre ragazzi e dovevamo compiere la nostra missione. Alzare quell'auto non fu cosa da poco, ma neppure, infondo, ci costò troppa fatica. A ricordarla oggi fu un concitato miscuglio di "dai!" "Forza" "Fioi", ed un senso di dolore ai polpastrelli là dove facevano presa sui paraurti in metallo.
Mi accompagnarono a casa, sul camion della nettezza urbana, quando arrivammo uno ammiccò alla mia chitarra domandò -"ma tu la sa' suonar?"- e mi apostrofò -"suonaci qualcosa gimiendrix".
Ero stato da Rita quella sera, ed avevo fatto bene l'amore. Uscii la mia chitarra e la suonai con le mie mani che ancora trattenevano il profumo del corpo di Rita. Scivolavano sulle corde e le corde non erano nailon ma i suoi capelli. Le forme di quella cassa non erano di chitarra ma le forme del corpo di una ragazza che adesso, forse dormiva, ed io nel sonno la accarezzavo. Dalle labbra ancora piene dei suoi baci usciva una voce che non mi conoscevo. Le melodie salivano alte, intonate. Anche nei punti in cui, di solito, ci voleva il falsetto per non stonare. Ma avevo fatto l'amore, bene, quella sera, e la mia voce era la voce per Rita che in quel momento, forse, dormiva.
Cantammo, cantammo a lungo quella notte. Ne sapevano di canzoni quei due. Ed io suonai fino a che le mie dita non dissero "basta" o forse, nessuno disse niente e, semplicemente ci addormentammo, sfiniti.
Ci risvegliò Bepi, il padrone della locanda vicino a casa mia. Allora aveva già quasi ottant'anni eppure, con sua moglie, ogni mattina alle sei apriva.
Aveva la testa lucida, pelata, e due lunghi baffi neri, ricurvi agli estremi, incorniciavano il volto. Sarebbe dovuto entrare di diritto fra i ritratti dell'ottocento.
Con noi ragazzi che eravamo i suoi clienti più e fedeli, per via dei prezzi modici, era un misto fra il burbero ed il compiacente.
-"'Ndiamo che è tardi fioi, 'ndate a dormire a casa, pelandroni"- poi ci fece entrare e ci offrì il caffè. Lui, il suo, come al solito lo corresse "sgnapa", "roba da alpin" diceva.
Quella notte Padova ebbe un servizio di raccolta rifiuti in meno, ma tre amici in più al mattino.
Una storia del Bepi testo di promos