LA GAZZELLA LIBERA
In quel torrido luglio del 1986, dopo la licenza liceale, arrivò una lettera di zia Maria.
L'invito: “Vieni a passare le vacanze in Sierra Leone.”.
Lo accolsi con entusiasmo e ne parlai con mio padre, che diede il suo assenso.
«Allora, mia sorella, adesso fa la missionaria in un Paese più civile – una pausa per scrutarmi, la faceva sempre - Puoi andare… Ah mi raccomando, portale preservativi ed aspirine in quantità industriale, là servono.»
Immaginavo palmeti e cavalcate sul dromedario, escursioni in jeep tra le dune e perché no, anche avventure esotiche. La geografia non è stata mai il mio forte.
Il primo impatto con la Missione fu bello.
Non trasmetteva l'idea francescana della povertà. Spiccava di biancore, lindore e candore.
Le suore erano giovani, scattanti, colorite dal sole e lucide di olio di palma.
Vestivano di bianco e celeste, più chiaro dell'azzurro del cielo, calzavano sandali e profumavano
di essenze stillate dalle piante grasse del luogo. Facevamo la doccia, quelle all’aperto, in comunità, denudandoci tranquillamente.
Io ero l'ospite, nipote della “Capa” e non dovevo sottostare a nessuna regola.
Monsieur Joe, il Nero che era venuto a prendermi all' aeroporto, sorrideva continuamente.
Ex legionario, portava sei piccoli crani appesi alla cintura e canticchiava sempre:
“Tout va très bien/ Madame la Marquise/ baisse ta jupe/ monte la chemise”.
Mia zia provava ad incenerirlo con gli occhi, ma lui sorrideva e scuoteva la testa.
«Zia, perché ti sei fatta portare tutti questi barattoloni di aspirine?»
«Come sei ignorante Francesca – sorrise - Noi europei siamo fragili e alimenti ed infezioni sono nemici dichiarati. Le aspirine fanno passare il mal di testa. »
Andava tutto bene.
Quando suonava la campanella della messa serale, mollavo tutto e mi sedevo sull’ultima sedia, sempre vuota, forse perché occupata da uno spicchio di sole. Era tiepida e odorava di sandalo.
Soltanto le dune da cavalco erano lontane, le raggiungevo con la jeep, polverosa e sgangherata per antonomasia. I dromedari pascolavano e c’erano almeno una decina di gazebo ricoperti di canne. Ognuno aveva un pozzo in ferro battuto. Mancava l’arrampicata delle rose.
Su uno spiazzo in cemento, troneggiava una enorme tenda.
Foglie di palme, spioventi. dondolavano flessuose. A guardarla bene poteva essere d’un sultano.
Era di Gesù, sposo di quelle giovani spose? Quando lo dissi, le suore sbottarono a ridere.
Forse un po’ scompostamente.
Stavo lì da circa un mese. Ero color bronzo, lucente, anche i capelli erano diventati ramati.
Fisicamente mi ero asciugata. Le gambe sembravano allungate. “Scorcia quei pantaloncini, sembri uno spaventapasseri… ahaha!”, scherzava ma tante Marie.
In tre stavamo preparando una bevanda di cedro, quando l’uomo nero si precipitò nel retro cucina. Cappello di paglia fra le mani. Parlava sottovoce ma concitato. Suor Maria lasciò cadere il mestolo sul tavolo di ebano e puntò fra le labbra l’aggeggio che teneva ciondoloni sul petto, assieme al crocifisso. Il fischio fu assordante.
«Corriamo, Francesca…sbrigati, hanno trovato una bambina ferita.»
Un salto sulla jeep già in moto e raggiungemmo il tendone. Non c’ero mai entrata.
C’erano delle brandine vuote, dietro le tendine.
Da un lato, un enorme faro sopra una lettiga, circondata da suore. Silenziose, braccia scoperte e cuffie in testa. A terra pozze di sangue.
Non ti avvicinare, disse “ma tante Marie”.
La visione di una specie di troncone ritorto mi fece offuscare la vista.
Mezza gambina e mezzo braccio erano straziati, l'occhio destro era sceso sulla guancia.
L’addome era gonfio come la gobba d’un dromedario.
É incinta, qualcuno disse. Non possiamo fare niente... qui..., quasi mormorò “ma tante”, fissandomi.
Dopo le prime medicazioni e suture, presi quella ragazzina dagli occhi color viola, figlia di qualche bastardo, bianco, portatore di pace e mi recai a Freetown, dove mi aspettava il prof. Leblanc, amico di famiglia. Il feto era stato danneggiato. “Meglio così…”, commentai a voce alta.
Viola rimase sotto la tutela del prof. il quale si adoperò realizzando un miracolo.
La bambina che imparò a chiamarmi Mamy venne seguita e aiutata anche da me.
«Mamy, perché sei cosi bianca e bionda?»
«Perché in Italia c'è poco sole.» Rispondevo, giocando con lei. Tra i vari pacchetti, che portavo, cercava sempre delle bambole. Erano tutte di pezza, le tastava e faceva ruotare la gamba e il braccio destro. Rideva. Non erano diverse dalle sue, ancora da poco impiantati.
Viola cresceva serena ed era bella.
Andava a scuola di ballo e giocava a tennis con impareggiabile eleganza.
Stavamo bene con lei e lei stava bene con noi.
Dopo la laurea in medicina, si specializzò in ortopedia protesica e cominciò a mugugnare.
«Mamy, devo ritornare in Sierra Leone... sai quanti bambini posso far camminare e giocare...»
«Mamy un cazzo...tu non torni in Sierra Leone, né in Mozambico!»
«Mamy, io devo tornare… voglio trovare anche i miei genitori.»
«Non me ne frega niente di quei bastardi, sei vincolata alla mia patria potestà e resterai con noi.»
Fui sconfitta dalla maledetta voce del suo sangue che non era nero, ma rosso come quello che usciva dai graffi sulle mie mani.
Il mal d'Africa non perdona.
Neppure i troppi portatori della democrazia.
LA GAZZELLA LIBERA testo di Serena Sereni