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In una fragile trina iridescente, sprigionava i miei ricordi un breve viaggio, che mi conduceva solitario per una pianura lombarda, intieramente circonfusa nelle luminescenze delicate di un tardo pomeriggio di giugno, teneramente cullato dallo spirare svogliato d’un vento foriero di pioggia.
Gli impercettibili aspetti di quel tranquillo paesaggio scavavano nel tempo, quasi per caso, facendo riaffiorare dalla memoria, e riportandole alla luce, le immagini dei pensieri non colti che, pure, avevano inavvertitamente animato le ore dei miei anni passati. Voci e figure, labili e dimenticate, sorgevano melanconiche a sciorinarmi tutta quella ricchezza, racchiusa nelle frazioni di mille attimi perduti che, sempre uguali e differenti, di continuo si susseguono, avvicendandosi frenetici nella lezione, non compresa, dell’esistenza.
Dietro le apparenze più banali e simili ad un rivolo d’acqua piovana languente fra le rene d’una fonte inaridita, queste frazioni di attimi perduti tentavano di comunicarmi quella loro insondabile saggezza che ora mi sfuggiva, così come già nel passato mi era sempre comunque sfuggita.
Furono le chiome auree di una passante che incrociò indifferente il mio cammino o, piuttosto, si trattò del frullare capriccioso d’un uccello che nel suo volo, scorrente da Oriente ad Occidente, aveva attraversato lo spazio che si apriva innanzi al mio parabrezza? Non lo so davvero e, pur ripensandoci, nemmeno lo riesco a rammentare, ma fu così che, all’improvviso, fermandomi ad un semaforo, mi sorpresi a ricercare con lo sguardo, oltre la fila scura delle colonne annerite di un porticato ombroso, quella piazzetta antica d’un’altra cittadina, tanto cara e lontana, quanto gli anni della mia giovinezza ormai trascorsa e, così, mi parve di rivederla.
L’avevo conosciuta, al primo anno del ginnasio, quando, insieme ad un gruppo di compagni di scuola, in un clima di semi congiura di stampo carbonaro, si erano organizzate le prime feste. Queste si svolgevano ordinariamente, sotto gli sguardi invisibilmente vigili dei genitori, la Domenica pomeriggio, nelle c.d. “taverne” delle nostre abitazioni, vale a dire in locali seminterrati camuffati, per l’occasione, da discoteche, grazie all’aiuto di luci psichedeliche e di pareti rivestite di sagome in legno compensato ricoperte di “moquettes”, addossate alle quali, sul pavimento, giaceva tutta una serie di ampli cuscini che facevano da cornice alla pista da ballo.
Si giungeva a quelle riunioni in motorino (giacché quasi nessuno di noi aveva l’età necessaria per poter guidare una vera motocicletta e, men che meno, un'automobile), recando bottiglie di whisky, di vodka o di cognac, trafugate clandestinamente dalle cantine dei nostri genitori che, così come usa fra gentiluomini, fingevano di non accorgersene. Ci si infilava, quindi, nella sede del ritrovo dove, entro le atmosfere lievemente fosforescenti di balli lenti dalla interminabile durata, il pomeriggio si protraeva sino al primo imbrunire, fra goffi ed innocenti tentativi di reciproca seduzione ed adescamento che, nella più fortunata delle ipotesi, trovavano il proprio estremo coronamento in un bacio adolescenziale.
Nel gruppo dei partecipanti a questo genere di ritrovi c’era anche lei, una graziosa ragazza dai lunghi capelli biondi, anch’ella matricola ginnasiale. Fra noi, non ci fu mai nulla di più, che quella lata simpatia che univa fra di loro tutti i componenti del nostro gruppo di “festaioli” (così ci definiva, con uno spirito a metà fra l’irridente-bonario e lo scandalizzato-divertito, la nostra vecchia insegnante di latino e greco); l’unica cosa che, per così dire, ci accomunava un po' di più era data dal fatto di condividere la stessa insegnante di pianoforte, ma in giorni diversi (mi pare di rammentare che il mio giorno fosse il mercoledì di ogni settimana, al contrario di lei che, invece, frequentava le lezioni di musica il lunedì).
Il nostro gruppo di “festaioli” ogni anno mutava un poco, arricchendosi di qualche nuovo elemento e perdendone per strada qualcun altro; accadeva così, quasi per caso, senza che nessuno se ne avvedesse più di tanto. Faceva parte di quel naturale giuoco che suole venire a rappresentarsi sui palcoscenici del teatro dell’esistenza: dopo essersi intersecato per un poco con la rotta dei cammini vitali di taluno, il nostro itinerario tornava a divaricarsi, per tornare, forse, a nuovamente intrecciarsi a quello che già aveva incontrato nel suo andare, oppure a scindersi definitivamente da questo, alla volta di diversi orizzonti. E fu così (non ne rammento più il quando od il perché) che anch’ella ebbe a congedarsi dalla nostra compagnia; i primi tempi, incrociandoci a scuola, ci salutava sorridendo, più tardi, si dissolse il sorriso e, poco tempo dopo ancora, disparve anche il saluto: la nostra antica amica aveva preso a considerarci degli avversari, dopo essersi fatta ghermire dalle spire nefaste di una certa ideologia delirante ed assolutizzatrice, alla cui luce, noi “festaioli” venivamo ormai a rappresentare per lei soltanto la reliquia di un passato pressoché “criminoso”, da assolutamente rimuovere dalla memoria. E, così, anche noi la dimenticammo.
Non ci fu troppo difficile il farlo, anche per il fatto che lei era davvero molto cambiata: vestiva con ostentata trasandatezza, si curava scarsamente nell'aspetto fisico e si era persino recisa la lunga chioma di capelli biondi. Poco a poco, la ravvisammo letteralmente sfiorire; dapprima in maniera appena percettibile, ma, quindi, sempre più rapidamente, le vedemmo perdere anzi tempo i colori della sua giovinezza, poiché l’allucinazione posticcia dei suoi nuovi ideali l’aveva condotta alla droga. Ora, quella lei che avevamo conosciuto non esisteva più ed il suo posto era stato occupato da una larva, che si aggirava d’intorno, nelle forme di uno spaventoso lemure, alla vana ricerca di un sogno inesistente, nel quale poter finalmente assumere una palpabile esistenza.
Era un pomeriggio di giugno e, nell’attesa di partire per le vacanze insieme ad un amico, ancora mi trovavo in città, seduto al tavolino di un caffè del centro, intento ad ammirare, nell’effluvio di un breve temporale estivo, il giuoco composto delle luci del sole, che andava a riflettersi sulle forme bagnate delle colonne e degli edifici della piazzetta antica. D’un tratto, volgendo lo sguardo in direzione dell’estremità dei portici, colsi le sagome di alcuni drogati: barcollavano instupiditi, trascinandosi in cerchio, tutti racchiusi negli stretti lacci della loro stolida disperazione e, brancolante in quella sordida torma sparuta, mi accorsi appena che c’era anche lei.
Un insulso sorriso apparve, d’un tratto, sul suo volto devastato, quindi, pervasa da un improvviso impulso, la vidi chinarsi verso il suolo, per raccogliere da terra un piccione, orribilmente enfiato, che, in un angolo buio dei portici, aveva cercato il proprio estremo ricetto. Tenendo il volatile con ambo le mani, sorrideva, come compenetrata da una paradisiaca gioia, mentre puntava lo sguardo vacuo nella direzione del cielo che si andava a rasserenare, lanciando in aria il povero piccione. Intanto, questi, turbato da quell'estranea intrusione nel suo travaglio, se ne volò via con un estremo sforzo su di un tetto vicino, per poter così concludere lì la propria solitaria agonia. Lei, con le mani ancora aperte e sempre levate, seguitava a sorridere al cielo, sorretta dalla vana illusione d’avere guarito l’uccello che, di certo, vedeva anche volare, sicuro e leggero, alla volta di un fiabesco regno incantato.
Io rimasi seduto al mio tavolino, come se non mi fossi avveduto della vicenda e, poco dopo, colsi anch’ella ritornarsene a vagare senza meta intorno alla piazzetta, insieme ai suoi compagni di sventura dal malcerto destino.
Sono ormai trascorsi molti anni e chissà perché, proprio oggi, questo ricordo, smarrito e sfuocato dal tempo, è voluto tornare a mostrarsi, forse non per indicarmi alcunché, ma soltanto per riaffacciarsi; così come sono solite fare certe immagini, che più non trovano un luogo preciso negli anditi della memoria e che, pur tuttavia, di nuovo insistono, reclamando d’essere guardate per una volta ancora. Mi colgo a ripensare a quella fanciulla ed al piccione che si solleva a fatica nel suo estremo sforzo; quasi mi pare che, in quel gesto confusamente vano, vi si potesse parimenti percepire qualcosa che riguardasse anche me, qualcosa che allora non ebbi probabilmente la sagacia di saper cogliere e che, del resto, ancora adesso, non trovo il sufficiente coraggio per riuscire a pronunziare.