L’estate che non meritavamo

scritto da Franco Farfalla
Scritto Ieri • Pubblicato 8 ore fa • Revisionato 8 ore fa
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Autore del testo Franco Farfalla

Testo: L’estate che non meritavamo
di Franco Farfalla

L’estate che non meritavamo

Una di quelle estati che pensi di non poter meritare, a un’età in cui i pensieri dovrebbero essere altri: il lavoro, una famiglia, tutte quelle stupidaggini che senti per strada o seduto al bar. Noi, invece, eravamo un gruppo di amici e amiche con poche cose. Niente soldi, niente ambizioni da telegiornale. Solo una fame enorme di vivere, di stringere forte le poche conquiste: la confusione di un’utilitaria stracarica, le strade di provincia che profumano di ginestra e asfalto bollente, la fiducia muta che ci legava.

Quell’estate era un susseguirsi di fughe: feste di paese, sagre, concerti nelle piazze dove il palco era sempre un po’ storto. Quella sera eravamo a Rogliano, in provincia di Cosenza, seduti a un tavolino di plastica a bere una birra tiepida prima che iniziasse Eugenio Finardi. L’aria era calda e dolce, carica di voci sovrapposte.

Poi entrò lui, l’impresario: un tipo con la giacca chiara e la camicia a fiori. Ci vide e ci fece un cenno. Eravamo compaesani, lo conoscevamo da sempre. Si avvicinò, ordinò un altro giro per tutti e, mentre posava i bicchieri, lasciò cadere la notizia come se fosse niente: «Ci sarà Lolli. Claudio Lolli. A Mottafollone, domenica» e disse una data.

Per un attimo, il brusio della piazza sembrò scomparire. Ci guardammo. Lolli non era solo un cantante: era un compagno di viaggio segreto, la voce che avevamo ascoltato in stanze strette, che parlava di disagi, di vite in fuga e desideri ostinati. Una specie di fratello maggiore scomodo che sapeva tutto di noi. «Domenica. Non si discute. Si va» disse qualcuno già quella sera, in macchina. «E facciamo una giornata intera. Dal mare alla montagna.»

La domenica arrivò con un sole che sembrava di latta. Ci ritrovammo quasi all’alba, ma questa volta eravamo di più. La voce su Lolli si era sparsa e si erano aggiunti altri: amici di amici, volti conosciuti in altre estati, curiosi. «Claudio chi?» chiedevano alcuni. «Vieni e lo sentirai» era la risposta. Le macchine si riempirono di teli e costumi, ma non mancavano le ceste con pane, pomodori, soppressata e le immancabili bottiglie di vino nascoste in fondo.

Lo Ionio ci accolse con un abbraccio umido e splendente. La giornata fu un caleidoscopio perfetto: risa che squarciavano il rumore delle onde, tuffi goffi, nuotate fino alla boa, partite a carte sulla sabbia bollente. Pranzammo all’ombra di una tenda traballante, condividendo tutto come sempre. Il pomeriggio scivolò via tra la ricerca dell’ombra nella pineta, sorsate d’acqua salmastra e il tentativo di asciugare i costumi al vento caldo. Eravamo una tribù rumorosa e felice, un piccolo esercito senza armi, armato solo di voglia di luce.

Verso sera, dopo un cambio d’abiti rocambolesco sul lido — tra asciugamani alzati come bandiere improbabili — e un aperitivo frettoloso guardando il sole tuffarsi dietro le montagne, l’entusiasmo divenne un’onda inarrestabile. «Via! Dal mare alla montagna!» gridò qualcuno. Partimmo, lasciando il rumore della risacca per le curve silenziose che salivano verso il Pollino. Lassù, dove le case in pietra sembrano trattenere il respiro della storia e l'aria profuma di legna e tradizioni antiche, il paesaggio si faceva più aspro e autentico, rivelando l'anima nuda di una Calabria che non ha bisogno di artifici.

In macchina era un coro stonato di canzoni di Lolli: Aspettando Godot e Borghesia si mescolavano alle risate per le smorfie di chi non le conosceva. Più salivamo, più l’oscurità si faceva fitta e i paesi che attraversavamo sembravano addormentati in un altro secolo. L’eccitazione, però, cominciò a sfumare in un dubbio sordo quando finalmente arrivammo a Mottafollone.

Il paese giaceva davanti a noi, arroccato e buio. Nessuna luce di palco, nessun flusso di gente, nessun ronzio di amplificatori. Solo il chiaro di luna sulle pietre e il riverbero giallognolo di pochi lampioni. «Forse è in una piazza nascosta» mormorò qualcuno, ma la voce mancava di convinzione. Girammo per stradine deserte fino alla piazza principale. Niente. Un silenzio totale, irreale, rotto solo dal nostro scalpiccio. Il concerto intimo che ci aspettavamo, quel “bel fiasco di rosso e tanto ascolto con passione”, lì non aveva lasciato alcuna traccia.

L’unico segno di vita era una luce che filtrava da una vetrina: un bar. O almeno così sembrava. Spingemmo la porta e il tempo si strappò. Un odore ci investì, denso e familiare: un misto dolciastro di caffè tostato, zucchero, tabacco da pipa e polvere, tutto impregnato nel perlinato scuro che rivestiva le pareti. Non era un bar, era una drogheria degli anni Settanta rimasta pietrificata. Bancone e mensole di legno massiccio, cariche di bottiglie dalle etichette dimenticate — il Rosso Antico su tutte — scatole di biscotti di latta, pacchi di pasta. Un televisore spento in un angolo completava l’incanto malinconico. Sembrava la casa dei nostri nonni.

Il barista, un uomo dai capelli grigi e il grembiule pulito, ci guardò placido mentre ci accalcavamo nel locale minuscolo; noi, il gruppo venuto dal mare, ancora con la salsedine tra i capelli e la sabbia nei sandali. «Scusate, dov’è il concerto? Quello di Claudio Lolli?» chiese il nostro portavoce, con la voce un po’ tremula per il presagio. L’uomo si asciugò le mani su un panno, senza fretta. «Concerto? Di quale concerto parlate?» «Di Claudio Lolli. Stasera, qui.» Un leggero, definitivo cenno del capo. «Ah. Quello c’è stato. Domenica scorsa.»

Un silenzio di tomba scese su di noi. Un colpo al petto, secco. Ci eravamo sbagliati di una settimana intera. Avevamo costruito uno dei giorni più belli dell’estate, forse della vita, su un malinteso. Il traguardo era già evaporato nel passato. Poi, mentre il disappunto cominciava a bruciare, i nostri occhi scivolarono di nuovo su quelle bottiglie dietro il bancone. Quelle forme, quei colori sbiaditi: erano i fantasmi della nostra infanzia. Erano i pomeriggi nelle case di campagna, le merende, le feste di un tempo. In quel vuoto di delusione spuntò una curiosità surreale. Eravamo finiti in un luogo fuori dal tempo per un errore. Forse l’errore era proprio il punto.

«Ma… si può ordinare un bicchiere di Rosso Antico?» chiese qualcuno, con la voce rotta da una risata amara e liberatoria. Il barista annuì, un sorriso appena accennato. «Certo che si può.» E così, una dopo l’altra, quelle bottiglie antiche scesero dalla mensola. I bicchieri furono riempiti. Il primo sorso fu un viaggio: dolce, speziato, terribilmente nostalgico. Non era liquore, era memoria liquida.

Il concerto di Lolli non ci sarebbe stato. Lo avevamo perso. Ma seduti in quel bar-drogheria, con la salsedine che ancora bruciava sulla pelle, capimmo qualcosa. Forse Lolli, in qualche modo, era lì. Era nella nostra fuga, nelle risate sotto il sole, nella ricerca ostinata di un’estate che sentivamo di non meritare, ma che ci prendevamo lo stesso. Era nell’errore che ci aveva portati in quel luogo fermo nel tempo, a condividere il sapore vero di un’Italia minore che resisteva, come noi, senza un motivo apparente se non la voglia di esserci.

Ripartimmo a notte fonda. Le macchine erano silenziose. Non cantavamo più. Guardavamo il buio oltre i finestrini, ognuno con dentro il mare della mattina e il sapore del Rosso Antico, con la consapevolezza che a volte la meta sbagliata è esattamente il posto giusto dove trovare ciò che non sapevi di cercare. L’estate, comunque, era salva. Anzi, era appena diventata leggenda.

Franco

L’estate che non meritavamo testo di Franco Farfalla
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