Lucio

scritto da Deaexmachina
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 6 anni fa • Revisionato 6 anni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Deaexmachina
Autore del testo Deaexmachina
Immagine di Deaexmachina
Omaggio palese per nome e per data
- Nota dell'autore Deaexmachina

Testo: Lucio
di Deaexmachina

Pronunciato un amen da meno di un'ora, Sonia se ne sentiva già pentita.
Chiudere una storia al telefono, perdipiù con parole digitate e non fiatate, al momento, le era sembrata la decisione più facile; avrebbe evitato di guardare la sua bocca, i suoi occhi, il suo viso, non si sarebbe lasciata incatenare mollemente tra le sue braccia, avrebbe avuto più coraggio nell'ombra dei discorsi nell'etere.
Era chiaro che l'amava, e follemente, ma il dolore, per i suoi atteggiamenti anarchici all'affetto, era su un piano superiore e, nelle sue attuali condizioni, non poteva permettersi sbalzi d'umore dettati dai sentimenti. Doveva ritrovare la pace e separarsi da quello straniero di stanza nella zona rossa della guerra islamica; era un tale scavezzacollo da buttarsi nel pericolo senza riserve e, se nel loro rapporto in licenza era ciò che più l'aveva affascinata, il suo ardore eroico, le cose erano cambiate.
Sonia aveva sedici anni e un futuro bambino a cui pensare, figlio a cui non avrebbe voluto far mancare un padre ma, insomma, lui non avrebbe mai scelto la tranquillità della famiglia, ne avevano parlato mille volte e lei era passata per quella immatura che correva troppo con la fantasia.
James (era davvero quello il suo nome?) era irlandese (così diceva, ma i tratti non lo confermavano) ed era stato adottato (perché non le aveva mai mostrato, se non presentato, i suoi genitori?). Nei momenti di sparizione, i dubbi affollavano la mente dell'ingenua Sonia e si ripeteva, tra le lacrime, che doveva chiudere quella storia infruttuosa.
Quando stavano insieme, era il più tenero degli amanti, adorabile, ma le licenze duravano poco e le telefonate erano disturbate e brevi, con fieri discorsi sull'audacia dimostrata negli scontri a fuoco: non si rendeva conto di metterla costantemente in uno stato d'ansia.
Sonia sapeva benissimo quando il bambino era stato concepito, frutto di amore e passione senza alcun dubbio; era il giorno della gita sui colli, da soli su un plaid su un prato di erba che il vento accarezzava con dolcezza, il giorno prima della sua partenza più temuta, in pieno territorio di guerriglia. Ricordava di aver avuto un brutto presentimento quando lui aveva, inavvertitamente, fatto rovesciare la bottiglia di vino rosso sulla tovaglietta bianca, come fosse stato sangue.
Sicuramente gli ormoni stavano cominciando a far le bizze, già subito dopo il risultato delle analisi; non aveva voluto accorgersene subito, del mancato ciclo e dalle nausee mattutine, ripetendosi che era troppo giovane per avere un bambino e pregando il buon Dio che non fosse vero e, in cambio, non si sarebbe più lasciata irretire dai piaceri del sesso. Era sola al mondo e faceva la cameriera in una trattoria di cucina felsinea e il suo amato non voleva impicci: come avrebbe fatto a gestire il futuro?
A conti fatti, dopo un dialogo di appena cinque minuti per sondare la sua reazione, giunta con una sonora risata e un iterato "assolutamente no" a ipotetiche gravidanze, Sonia aveva preso la sua decisione: non era un soldato lei, non sarebbe mai stata in grado di uccidere l'unica creatura che avrebbe composto la sua famiglia.
Se James voleva fare l'eroe e arrischiare la vita piuttosto che chiedere un riavvicinamento, che pure gli avrebbero concesso, Sonia avrebbe tenuto comunque il bambino e, un giorno, gli avrebbe parlato del padre, o forse no; a sedici anni ne aveva di tempo per decidere cosa fare e dire.

Lui non l'aveva più cercata, segno che non l'aveva mai ritenuta importante o che, nella peggiore delle ipotesi, ci avesse lasciato le penne in quella dannata guerra non sua.
Sonia si era trasferita al mare e aveva continuato a lavorare come cameriera finché il vestito non era diventato troppo corto; la coppia che gestiva il ristorante l'aveva presa in simpatia e la trattava come una figlia, ospitandola persino in casa. Ma nemmeno a loro Sonia aveva confessato la sua storia, vergognandosi dell'incoscienza di essersi innamorata di un ragazzo poco affidabile; era maturata di colpo e si era ripromessa di non credere più a un paio di occhi che promettevano sogni di lucciole.
Sorridendo, aveva sempre risposto che il bambino era un moderno Gesù e lei lo considerava un dono del Cielo, il dono di una famiglia che non aveva mai avuto.
La primavera era in arrivo, l'aria era fresca ma il polline volava allegro e gli uccelli stavano rientrando, le canzoni imparate nella trattoria bolognese, tra le panche e i tavolacci di legno, le cantava al suo pancione con allegria e si figurava la sua creatura come un discolo dolce e intelligente, curioso e acuto. Amava tanto quel bambino che, all'alba del 4 marzo, aveva emesso il suo primo vagito mentre un raggio di sole filtrava sul viso della mamma sfinita.
Sonia credeva nei segni e forse James era morto in guerra; ma, sicuramente, lei aveva saputo leggere quella luce di un nuovo giorno che recava il nome di suo figlio: Lucio.
Lucio testo di Deaexmachina
8

Suggeriti da Deaexmachina


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di Deaexmachina