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Insopportabile, quel giorno,
l'afa pesante
dell'infuocato agosto.
Un silenzio irreale
gravava sul mio borgo.
Le strade deserte
lo rendevano spettrale.
Suonava il mezzogiorno
e l'eco dei rintocchi
scorreva nella valle;
svaniva, stemperandosi,
tra i rami frondosi
dei verdi e snelli pioppi.
Era quella che nonna
definiva “controra”
ed è il momento magico
in cui dai loro cari,
stanchi, affaticati,
ritornano i morti.
Ero nella mia casa
in via dell'Orologio
e, con mia sorpresa grande,
parlavo con mio padre.
Le sue dolci parole mitigavano il dolore
e rendevano
lievi i tormenti insostenibili
che convertivano in nero
i miei già tristi giorni.
I tanti dissapori
di tutti gli anni bui
venivano assorbiti
e resi quasi innocui
dalle sue poche parole,
essenziali, però,
per un cuore che ha sperato
e che si ritrova ad essere
sfinito, sconfortato,
svilito e dilaniato.
La sua presenza,
consolazione per me,
alleviava man mano,
gli echi dell'urlo nero che,
tumultuoso,
sentivo agitarsi
nel mio profondo io.
Lui mi sorrideva
ridandomi certezza,
già svanita, da tempo!
Che pace in quel momento!
Tutto sembrava ridere
in quella stanza,
dove la luce filtrava
mostrando i nostri volti!
Resta, papà!
Non aver troppa fretta;
prendiamo un buon caffè
che a te piace tanto!
È bello fresco,
da stamattina è in frigo...
Le tazze traballavano
sul vassoio d'argento.
Le mie mani tremavano,
in sussulto era la voce.
Ecco!
Ma dove sei, papà?
Ho cercato in ogni stanza
ma del tuo profumo
non c'era la presenza!
Eri giunto sollecito
a “controra”,
mi hai consolato l'anima,
hai asciugato le
mie lacrime calde
e, in silenzio, sei tornato
laggiù
dai cari e amati morti!