Descrizione naturalistica del caso.
Succhio beatamente il mio pollice, seduto sul divano, nella casa di nonna! La stanza, inondata di luce, ha il pavimento ben lucido, perfettamente pulito e non c'è la minima traccia di polvere sui mobili, tutto odora di fresco e di nuovo. Il mio pollice, è così prezioso, o in ogni caso non deve sciuparsi troppo, tant'è che a volte, zia mi offre il suo, e se non c'è lei, allora me lo offre nonna.
Già! Nonna! Deve svolgere un'attività, e questo è il suo ufficio. Donne, vanno e vengono continuamente, nonna le accoglie, stanno sedute al tavolo, prese in un colloquio sommesso, punteggiato dagli schiocchi del mio dito, quando sfugge dalla bocca. Si alza, nonna, ad un certo punto, e come seguendo un copione, esce dalla stanza, nella quale ritorna, poco dopo, tenendo una mano nella tasca. Da quella estrae dei biglietti, che consegna alla convenuta, che si affretta a ringraziare, baciandole le mani, poi, esce di casa salutando deferentemente ed invocando benedizioni!
Il pranzo, soprattutto, grazie a zio, il fratello di nonna, è affollato di nomi e citazioni: Nerone, Agrippina, Poppea, Giulio Cesare, Meo Patacca, Ciceruacchio, i fratelli Cairoli e i fratelli Gracchi, Orazi e Curiazi, Anco Marzio, Rea Silvia, Cornelia, Agrippa, Pasquino e Marforio, Romolo e Remo, allattati da una lupa! Accompagnate, dal gorgogliare generoso, del vino versato, dal fiasco nei bicchieri. Si celebra continuamente, la grandezza di questo posto, dove ho avuto la fortuna di nascere, e che si chiama: Roma!
Come si prega
Intanto, bisogna farlo di sera, prima di andare a dormire. Inginocchiati in terra, vicino il letto, davanti l'immaginetta, presso la quale, c'è un lumino elettrico, però spento. Bisogna portare, le mani giunte vicino al viso, e chinare leggermente il capo, verso terra. Per me qui comincia il difficile, perché non conosco le preghiere, sono ancora un bambino! Mi arrangio, guardando le labbra della nonna. Cerco di imitare, con le mie, il movimento delle sue. Allora, apro e chiudo la bocca, ritmicamente, accompagno, questo movimento, con una specie di sussurro, un balbettio, che cerco di intonare su quello che esce dalla bocca di nonna. A tratti, i nostri sguardi s'incontrano, magari in quel momento, che espressione buffa che devo avere, la mia bocca si muove senza sincronia, mi viene fuori una boccaccia, dalla quale esco, alzando il tono del mio sussurro, che significa, un grande trasporto, e rispetto.
Lo zio poeta
Lo zio P., che è il fratello di nonna, è un poeta. Difatti, porta sempre un lapis sull'orecchio. Nel momento in cui quest'orecchio gli da prurito, allora, strappa un pezzo di cartapaglia e ci scrive sopra una poesia. Per sedia ha una vecchia sdraia, per tavolo, adopera una cassetta della frutta, messa in piedi. Sta qui da noi, da un po’ di tempo, perché deve svolgere un incarico per conto di nonna. Io invece sto qui, perché la mamma, ha un bambino piccolo, piccolo.
La lingua nera (della poesia)
La scrittura di una poesia, certe volte, è per zio un'operazione davvero faticosa, che si trascina per giorni. In questo frattempo, gira per casa "comme 'n'anima 'n pena". Sta chiuso nella stanza, quando vuole scrivere si passa sulla lingua il lapis, poi scrive una parola, sul consueto pezzo di busta del fruttivendolo, che adopera come fosse il miglior tipo di carta che esista, il suo personalissimo papiro.
Finalmente, quando l'operazione è compiuta, esce dalla stanza e getta nel secchio dell'immondizia, dopo averle stracciate, tutte le brutte copie. In una mano, stringe, tra due dita, il foglietto della versione definitiva. Nonna, gli dice:
"Famme vedè 'a lingua!"
Zio, la tira fuori, ed è completamente annerita, dal passaggio del lapis.
Mercato
Questo posto in preda al caos, è costituito da un unico grande ambiente ingombro di banchi carichi di verdure, frutta, anche di giorno tengono le luci elettriche accese, e la confusione, tutti gridano, soprattutto i venditori, "'Nnamo donne!", "a robba bè, a robba bella!". Continuamente passano enormi cataste di cassette piene d'ortaggi, frutti, portate su piccoli carrelli a due ruote da persone che hanno intorno al collo un asciugamano e sudano, sudano da matti. Il brusio dà sempre l'impressione di alzarsi fino ad un livello insopportabile, ragazzi s'infilano sotto i banchi, alla ricerca di qualche spicciolo caduto dai borsellini, i pescivendoli indossano delle tenute di plastica per proteggersi ed ai piedi portano degli stivali di gomma, hanno dei ventilatori ai quali sono appiccicate striscioline di carta per cacciare le mosche ed anche lì si grida, in più scorre dell'acqua spruzzata con un tubo flessibile, ed è tutto uno scambiarsi fagotti incartati alla bella e meglio, dai borsellini escono soldi di carta, monete, contati giudiziosamente, si tira sul prezzo. Ci sono anche macellai, alimentari, venditori di ciabatte, di maglie, mutande, si vende di tutto qua dentro. Nonna torna a casa con la borsa carica, imprecando contro l'aumento dei prezzi e la materia che trasporta manda un profumo buono, di natura, solitamente la spesa finisce al piccolo banco degli "odori", tenuto da una vecchietta, dove nonna spende la bellezza di dieci lire, ricevendo in cambio un mazzo di verdure, prezzemolo, sedano e una cipolla, anche questo mazzetto è simpaticamente scapigliato, composto in pochi secondi, di fretta, perché è quello l'imperativo che vige in quel posto, mentre torniamo a casa dalle finestre pendono lenzuola messe a prendere aria, si sentono i colpi dei battipanni, voci femminili che cantano, passa un autobus rantolante, ed ogni giorno mi sorprende la bellezza del mondo, e della vita, che sembra una cosa così tenera in questa borgata, poi la mattinata improvvisamente volge verso un altro epilogo, anche quello immancabile, ed è il mezzogiorno, che è annunciato dal frusciante disco della Chiesa, che gracchia dagli altoparlanti il rintocco delle campane, allora sembra che tutto si fermi, anche quella febbrile smania che sembra possedere tutti, ed anche io bambino, chino pensosamente la fronte verso il suolo.
La voce di nonna
Oggi nonna ha detto così, a zio:
"Vaffanculo! Mmo m'hai stufato co 'ste bbuste!". Sì, perché fuori della busta la frutta, le verdure si rovinano. Adesso è estate, ed il pomeriggio, io e lei ci mettiamo a riposare. Indovinate un po’? Cosa succede? Lo zio si alza piano, piano. Va di là in cucina e strappa i pezzi delle buste. Di nascosto!
Ho svegliato la nonna! E' subito scappato nella sua camera!
Oggi durante il nostro solito riposino pomeridiano, ho cominciato a sentire lo stropicciare di una busta. Ho provato a scuotere la nonna. Niente! Non si svegliava. Allora mi sono fatto coraggio. Sono sceso dal letto. Sono uscito dalla stanza in punta di piedi. Ho messo appena fuori la testa per dare una sbirciatina. Zio, sta in cucina! Sta rompendo una busta.
Torno di là, perché mi è venuta un'idea. Muovere le ciabatte di nonna, come se fosse lei che si sta alzando.
Per un attimo, zio, si ferma in ascolto. Poi, continua indisturbato. Devo intervenire. Ho deciso. Dirò anche io allo zio:
"Vaffanculo! Mmo m'hai stufato co 'ste bbuste!".
Salto giù dal letto e comincio a correre. "Vaffanc……..". Contro cosa ho battuto. Era lo zio, che mi aspettava dietro l'angolo. Sono finito in terra e sto piangendo. Lo zio mi vuole aiutare. Ma io rifiuto sdegnosamente! Ora la nonna si è svegliata! Finalmente! Sta ridendo. Come zio. Mi alzo e mentre corro da lei, trovo lo spirito di gridare:
"Che avrà mai! La voce de nonna?".
Nonna scrive! (secondo me)
Oggi, ha suonato alla porta, un signore, che zia ha chiamato falegname. Era vestito di un camice grigio, ed ha anche lui una matita, poggiata sull'orecchio. Proprio come zio! La sua matita però è più grande. Scrive anche lui poesie? Nella mano, ha un foglietto, che ha dato alla nonna. La quale, lo ha subito mostrato allo zio, apparso sulla porta della sua stanza, con l'immancabile mozzicone di lapis, sull'orecchio. E' naturale! Lui, se ne intende, di poesie. Ascoltate, però, che cosa è accaduto, o meglio, ciò che è accaduto, secondo me.
Nonna, non scrive poesie. Nello stesso tempo, quell'incontro tra poeti, come fratellanza di lapis, deve aver suonato, per lei, come un'ispirazione. L'invito ad un certame poetico. Tant'è che! Con la mano che tiene il foglietto, cerca di colpire il lapis di zio, sull'orecchio. Nonna! Non si scrive così! Devi tenerla nella mano, la matita, per scrivere la tua poesia. Non c'è niente da fare! Continua, a cercare di tracciare, parole al volo. Tenendo, zio per un braccio. Adesso, lui, però, si divincola dalla stretta, infila la porta aperta, e fugge per le scale! Nonna, guarda di nuovo il foglietto, sconsolata. Ha scritto poco o niente.
Adesso è tardi, ed io già sto nel letto. Vicino la zia. Zio, ancora non è tornato. Nonna, che si è molto arrabbiata, già dorme. Le poesie di nonna? Sono burrasche! Ecco! Dei leggeri colpi alla porta. Zio? Zia si alza, accende la luce, va ad aprire la porta. Mi sporgo sul letto, per vederlo, e quando lo vedo gli dico, mi sforzo di dirgli:
"Tutto!…. Ppè n' ffà ss…rrr..sccrive nonna!"
Nonna sta male(e un'osteria)
Adesso, comincia a fare sera, ma nonna è già chiusa nella sua stanza. Dorme, perché domani deve andare in ospedale. Io, lo so, però, che non sta dormendo affatto. Sta pregando. La immagino, in ginocchio, davanti un'immaginetta, il rosario tra le mani. Del resto, non è così, che io e lei preghiamo, prima di metterci nel letto. Un pensiero mi combatte, se non sia il caso di dire, a quel signore al quale nonna dice tutte quelle cose mentre prega, che il lumino, una settimana fa, non c'era.
La sera che ci aspetta, mi sembra vuota. Con nonna, non ci si annoia mai, è lei il vero perno, intorno a cui, ruota tutta casa. Da poco, io e la zia, ci siamo messi a letto. Per le scale, si sente un'insolita animazione, voci, sbuffi di fatica. Sentiamo la chiave, infilarsi nella toppa. E' zio, il fratello di nonna. Cosa stanno portando dentro casa? A questo punto, io e la zia ci alziamo. Vino. Un'enorme damigiana di vino, sotto la quale arranca zio, è faticosamente deposta in terra. Poi ancora un'altra damigiana, portata da altre due persone. A seguire una fila interminabile di fiaschi, boccioni, altri contenitori, è portata nella stanza, dove zio dispone tutto con cura. Un'ultima bevuta, e tutti ridiscendono. E' tornato il silenzio. Si può dormire.
Il giorno seguente, è l'assenza di nonna, che pesa come un macigno. Un flusso di vino, trascorre la casa. Dentro tubi flessibili, dai quali zio aspira, dopo che sono stati immersi nella damigiana. Riempie bicchieri, fiaschi, boccioni. Si abbevera direttamente, alla cannula, ed il vino scorre, a tutte le ore. L'aria risuona di schiocchi. La sua stanza, si è trasformata in un'osteria. Su tavoli di fortuna, su precari appoggi, perfetti sconosciuti giocano a carte bevendo, ridono e parlano a voce alta, fumano. Zio va e viene, da lì alla cucina, risciacqua bicchieri e fiaschi. Anche la zia, diciamo così, è stata arruolata alla sua causa.
Mamma ha saputo tutto. Ha già detto, che suo figlio non può crescere in un'osteria. Peccato. Domani sarebbe ritornata nonna. Il vino è finito. Mamma però, mi trova, seduto al tavolo, dove un ragazzo ed una ragazza, stanno sorseggiando, insieme a zio, l'ultima bottiglia. Mi sono subito, innamorato di lei. In braccio, avvolto in una nuvola, dorme il mio fratellino più piccolo. Reggendomi alla sua gonna, l'ho seguita, attraversando strade, salendo e scendendo da mezzi pubblici, fino alla casa di nonno.
Pascoli vs. Zio (e una grammatica della lingua Italiana)
Qualche anno dopo.
Non riesco a capire, cosa se né faccia, zio di quel libro. In effetti, com'è arrivato in casa, l'ha immediatamente gettato in terra, imprecando. Sembra fuori di sé. Si tranquillizza, solo quando si siede, tira fuori la sua poesia, e la rilegge. Lecca il lapis, ed apporta una correzione. E' ritornata la calma.
Suonano alla porta. "Busseno a' Lluscio", come dice zio. E' il proprietario del libro. Avviene un concitato dialogo, tra lui e zio, ed incredibile, lo ha cacciato fuori della porta, lanciandogli il libro dietro, "'na gramattica", gesto che accompagna con l'immancabile "Mà vaffanculo!", sbattendo la porta.
Quel signore, è un professore di Lettere. Tra lui e zio, da quel giorno, è nata una contesa, che oggi, appena terminato il pranzo, riceverà il nostro giudizio. E' una bella tavolata, ci siamo io ed i miei fratelli, mamma, papà, nonna, zia, il professore anche, ha portato la sua famiglia, e poi zio, che già più di una volta, ha lasciato la tavola, in preda all'estro poetico.
Si comincia. Inizia il professore, che con accento dallo spiccato retrogusto meridionale, recita "L'aquilone", di Giovanni Pascoli. Zio continua il suo andirivieni. E' la volta di Carducci. Noi bambini, siamo annoiati. I grandi anche, a dire il vero. Ecco, il gran momento è arrivato. Zio, ha terminato la sua poesia, si è già posto di fronte all'altro. Ci siamo. E' un boato, la risata, che ci travolge tutti, grandi e piccini. Anche il professore ride, ma la sua risata conserva una punta di sarcasmo, che è benzina sul fuoco del nostro ridere, che riprende, ancora si riaccende.
Il primo commento verbale, è il mio:
"Pascoli è bravo….. ma zio è troppo forte!"
1958 testo di davi55