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“Da qualche parte io, dove (forse) dei
bimbi battevano, seri, la terra,
dove (forse) il pullman era volato
appena, verso (penso) casa tua,
lì (ricordo) sono caduto per te.
Pioveva. Fortuna che i miei piedi,
erti all’insù, mi moderavano
e (dato l’umore) non scivolavo.”
Appena finisco, stringi a loro le
benigne sopracciglia tue. Pare
che mille, lenti, occhi mi scrutino.
Tant’è che annodato è il corpo mio.
“Cosa t’ho fatto?”, chiedi. E, intanto,
uno stridio t’avvicina. Pare
che i rumori riecheggino per anni.
Tant’è che raschiato, è il viso mio.
Un cicchino è passato, o quasi.
non so come, né quando, di te sono
innamorato. Smoderato sono
per le tue linee. Tu non sai.
“Franci, è ormai passato un cicchino”
“Parli? O devo cercare nei tagli
incisi sulla tua lingua?” Mi dice.
“Che faccia buffa hai” dico, attento.