Un aristocratico, uomo in smoking in una nube di tabacco e profumo entra in una sala d'aspetto. Non c'è nessuno. La luce non proviene da una vera e propria finestra, anzi la fonte luminosa sembra quasi sia stata ottenuta sfondando una parte di una parete. Un buco di dimensioni limitate, ma eseguito con metodi artigianali, un martello e una vanga. Al centro della bianchissima stanza, priva di quadri, arazzi o lampadari, c'è un tavolino. Qui è qualche rivista. In un angolo della sala si scorgono due sedie in legno, l'uomo col suo fare borghesemente elegante ne sceglie una con gran cura e ci si posa. Inizia a sfogliare il giornale che poc'anzi ha scelto dalla vasta gamma riposta sul tavolino e inizia a leggere. Assume un atteggiamento assai curioso, erige la schiena, alza il mento e con sguardo da intellettuale affonda il pensiero suo tutto nella lettura. E' senza dubbio un uomo elegante e da gran signore attende che venga il suo turno.
Passano i minuti, e dopo aver letto avidamente le prime pagine del giornale si volta per controllare l'orario. E' tardi, ma d'improvviso il suo sguardo ricade sulla sedia affianco alla sua.
Una banana.
Si, esattamente: una banana. Era lì, proprio su quella sedia. Non se ne era ancora accorto, ma nella sedia al suo fianco qualcuno aveva dimenticato una banana. Ciò non rapì per molto la sua attenzione, e tornò a leggere. Prima riga, seconda riga e poi di nuovo: un'occhiata al giallo frutto affusolato che silenzioso giaceva su quella comoda sedia di paglia. La fissò, e presto tornò nuovamente alla lettura. Ma nel suo cervello non riusciva ad andare avanti. Una banana? Una banana. Non riusciva a capire, e man mano si incuriosiva. Provò e riprovò a fissare il giornale, ma l'attenzione ricadeva ossessiva su quell'inutile frutto che sonnecchiava taciturno al suo fianco. Se prima divorava le pagine di quella rivistaccia di moda, adesso provava un'attrazione quasi morbosa per un oggetto innoquo quanto impossibile; non poteva raggiungerlo, non doveva. Cos'avrebbe pensato la gente? Già cosa? Forse nulla, ma la confusione aveva ormai preso il sopravvento e la sua fronte spaziosa cominciò a sgocciolare e la sua gola assetata ad attrofizzarsi.
Una banana.
Ma poi si decise. Era arrivato il momento di eliminare fisicamente il marcio che piano piano lo conduceva alla follia, doveva mangiare l'orrido frutto del male, simbolo di indifferenza e fonte d'attrazione per la vittima, che priva di un qualsiasi pudore ora si gettava come una bestia sul suo fiero pasto. Fu un attimo. Dalla sedia scomparve una qualsiasi traccia della tanto desiderata banana. Esaurita la sua momentanea smania di potere, ormai digerito il frutto, dopo averlo posseduto ed eliminato tornò alla sua rivista. Gli ritornò anche quella flemma che ebbe perduto per un secondo, eresse la schiena, si stampò in volto un bel ghigno soddisfatto e tornò al suo sguardo snob che tanto lo distingueva.
Apparve un bimbo vestito di stracci; rivolgendosi all'uomo disse: "Lei si è cibato di un frutto di cui non aveva alcun bisogno. L'ha fatto per pura ingordigia". L'uomo senza distogliere lo sguardo dal giornale rispose:
"Certo. Perché avrei dovuto sennò?".
Il piccolo senza tetto uscì dalla finestra: la porta era riservata ai signori.
Vortici. Dormire ancora ma due. testo di Epicentro