Le voci concitate, gli strattoni,
i calci in sordina sul tuo viso,
sul tuo ventre, sui tuoi fianchi –
D’amore colpevole, Doaa dolce
e morente, Doaa martire, Doaa,
remota stella del mio pianto,
del mio canto convulso d’odio –
Mani che reggono il masso, poi
lo scendono sull’inerme tuo capo.
E la polizia immobile, nessuno
che si commuove, e la rappresaglia,
e le condanne d’ogni bandiera.
E le voci, sempre più eccitate,
voci di fiere, di belve sanguinarie;
se tu hai perdonato, anch’io
potrò perdonare – Altrimenti,
questa spada di carta ardente
vorrà fiammeggiare, divorare.
La tua pelle scura, più scura,
oscurata di sangue, l’espressione
incredula di dolore, il trauma
dell’essere rifiutati, non accetti,
denigrati – Uccisi per amore.
Il mio cuore sciabordante, forse,
recherà alle tue gote, alla fronte,
acqua che terge, acqua miracolosa
che attutirà il dolore – Ora siedi
in paradiso, con i martiri, senza
gli emblemi vuoti d’ogni religione:
questa è una poesia d’amore –
I miei sospiri e le mie lacrime,
un mio bacio a sfiorarti la fronte.
Questa poesia è una preghiera –
A Dio non importa la religione.
Io ti sono vicino ed un giorno,
arriverò da te, con un fardello
a spalla, vagabondo sulla terra,
vagabondo in cielo: declamerò
i miei versi, e parte saranno
della luce che t’indorerà occhi
e vesti.
Doaa Khalil Aswad testo di Le Mat